
di Giancarlo Castagnoli*
Venezuela sull’orlo del caos: l’arresto di Maduro scuote il mondo ma il regime resta in piedi.
L’operazione statunitense in Venezuela si è consumata nel giro di poche ore, ma le sue conseguenze rischiano di estendersi ben oltre i confini del Paese e di ridefinire gli equilibri geopolitici globali.
Con la cattura di Nicolás Maduro, Washington ha inferto un colpo clamoroso al vertice del potere venezuelano, senza tuttavia smantellarne l’architettura.
All’estero, la notizia ha scatenato scene di festa tra gli oltre otto milioni di venezuelani costretti negli ultimi anni a lasciare il Paese.
Comunità in esilio negli Stati Uniti, in America Latina e in Europa hanno celebrato quello che molti considerano un atto di giustizia tardiva, maturata dopo anni di repressione, povertà e collasso dei servizi essenziali che hanno reso il Venezuela un luogo invivibile.
Dentro i confini nazionali, però, il clima è stato diametralmente opposto.
Nelle principali città, gran parte della popolazione si è chiusa nelle proprie abitazioni, temendo ritorsioni da parte dell’apparato di sicurezza e dei gruppi armati legati al regime.
Una paura alimentata dal fatto che, alle elezioni dello scorso anno, una netta maggioranza dei cittadini aveva espresso il proprio voto a favore di un cambiamento radicale, sfidando apertamente il potere chavista.
L’arresto di Maduro, anziché liberare tensioni, le ha rese più acute.
Nonostante l’assenza del leader, il sistema di potere rimane infatti in gran parte intatto.
I vertici militari, i funzionari chiave e l’apparato repressivo continuano a occupare le loro posizioni, rendendo chiaro che non si è di fronte a una transizione di regime, ma a una fase estremamente fragile e potenzialmente esplosiva.
Le motivazioni dell’intervento statunitense vanno ben oltre la dimensione umanitaria.
Le accuse di terrorismo per i rapporti con Iran e di narcotraffico mosse contro Maduro hanno fornito la base giuridica per l’operazione, consentendo a Washington di agire senza un mandato internazionale.
Donald Trump, inoltre, ha indicato apertamente l’interesse strategico per le immense riserve petrolifere venezuelane, rivendicando per gli Stati Uniti un ruolo centrale nelle decisioni future.
L’opposizione accoglie l’arresto come una svolta simbolica, ma l’entusiasmo è mitigato da profonde incertezze.
La figura più rappresentativa dell’alternativa democratica, la premio Nobel María Corina Machado, appare esclusa dai canali decisionali internazionali, sollevando interrogativi sulla reale direzione politica che potrà emergere da questa crisi.
Sul terreno, il rischio più immediato è quello di un’escalation di violenza.
Da anni il regime ha armato e tollerato collettivi di estrema sinistra e milizie ispirate ai tupamaros, strutture paramilitari che operano nei quartieri popolari e rispondono più all’ideologia che allo Stato.
In un contesto di vuoto di leadership, questi gruppi potrebbero agire in modo autonomo, colpendo oppositori, civili e manifestanti, trasformando il Paese in un mosaico di tensioni incontrollabili.
Sul piano internazionale, l’azione americana segna una rottura netta con il passato.
Nessuna consultazione preventiva con le Nazioni Unite, nessuna legittimazione multilaterale.
Un intervento unilaterale che conferma il disprezzo dell’amministrazione Trump per le istituzioni globali e che rischia di creare un precedente pericoloso.
Russia e Cina hanno condannato l’operazione, ma il messaggio è destinato a pesare: se la forza diventa il criterio dominante, anche altre potenze potrebbero sentirsi autorizzate ad agire allo stesso modo nelle proprie aree di influenza, dall’Ucraina allo Stretto di Taiwan.
Nel frattempo, Trump ha ribadito una visione muscolare del ruolo degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, accompagnata da dichiarazioni aggressive verso governi regionali e alleati.
Una postura che alimenta il timore di una nuova dottrina fondata sull’imposizione piuttosto che sulla diplomazia.
Questa volta non ci sono state simili sottigliezze.
L’emisfero occidentale è dominio di Trump.
Questo fine settimana, ha avvertito il leader democraticamente eletto della Colombia di ” guardarsi il culo “.
Non è il presidente del Messico ad avere il controllo del suo Paese, ma i cartelli, ha affermato.
La Groenlandia, ha detto, sarebbe meglio servita sotto il controllo degli Stati Uniti, non della Danimarca.
Ha avvertito che il regime di Cuba potrebbe essere il prossimo a cadere .
La nuova dottrina di Trump è chiara.
I vicini e gli alleati degli Stati Uniti hanno motivo di preoccuparsi di ciò che accadrà in futuro.
A Caracas, l’illegittima presidente ad interim Delcy Rodríguez, così come era illegittimo e impostore Maduro, ha attenuato i toni dopo l’indignazione iniziale, invitando Washington al dialogo.
Un’apertura che potrebbe aprire uno spiraglio diplomatico, ma che rischia anche di acuire le fratture interne al regime, soprattutto tra i settori più radicali del potere chavista, storicamente ostili a qualsiasi forma di cooperazione con gli Stati Uniti.
L’arresto di Maduro, dunque, non chiude la crisi venezuelana: la amplifica.
Con una popolazione impaurita, un apparato di potere ancora operativo e milizie armate sul territorio, il Venezuela resta sospeso tra la possibilità di una svolta storica e il rischio concreto di un nuovo ciclo di violenza.
E il mondo osserva, consapevole che quanto accade a Caracas potrebbe diventare un precedente globale.
*Presidente e CEO del Gruppo Proytec





