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RIPARTIRE DALLA CENTRALITÀ DELL’UOMO

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RIPARTIRE DALLA CENTRALITÀ DELL’UOMO

Il 31 dicembre, come ogni anno, si ascolta il messaggio del Presidente della Repubblica. Quest’anno il Presidente Mattarella, nel suo intervento, ha ripreso alcuni temi che ritengo di particolare rilievo.

Nel ricordare gli 80 anni della Repubblica ha messo in evidenza alcune conquiste di civiltà a partire dallo Statuto dei lavoratori, che ha tutelato il sindacato, permettendogli un ruolo importante nelle relazioni sociali e politiche, per la difesa del lavoro e dei diritti dei lavoratori.  

Nel passato, grazie anche allo Statuto, prima della sbornia neo liberista, la stabilizzazione del lavoro, la continuità delle fabbriche e dei luoghi di lavoro, l’elevata concentrazione occupazionale per unità produttiva costituivano il punto di riferimento prioritario, dove realizzare la partecipazione democratica del lavoro e le rappresentanze sindacali avevano strutturato la propria azione. Purtroppo è diventato tutto difficile, proprio per la frammentazione delle aziende, delle delocalizzazioni, delle multinazionali più rampanti, dei contratti flessibili.

Bisogna ripartire dalla centralità dell’uomo, nella sua auto promozione umana, e ridimensionare la centralità dell’economia, ma soprattutto riaffermare il lavoro stabile, in modo che si possano ricreare condizioni diverse anche nella società. Abbattere tutte quelle norme che limitano il lavoro e il diritto ad averlo. Per fare questo bisogna cambiare la mentalità e puntare su “un nuovo Umanesimo” che dovrebbe essere la bussola delle relazioni umane, nella società e nel mondo del lavoro.    

Il Presidente ha sottolineato un altro tema: quello di salvaguardare il Weffare quale elemento importante di coesione e solidarietà nella società.

I Governi che si sono succeduti negli anni, infatti, di qualsiasi colore siano stati, hanno fotografato la situazione sempre allo stesso modo e cioè  sull’urgenza della riduzione dei costi dello stato sociale, in particolare, sulla necessità di tagliare su pensioni e spesa sanitaria, oltre che ridimensionare la spesa pubblica, intervenendo con drastiche misure nel pubblico impiego.

Quello che è avvenuto sembra evidente: prima il salvataggio dei mercati con i soldi pubblici e quindi a spese di tutti i cittadini che pagano le tasse, poi la riduzione, quasi l’annullamento, della spesa pubblica, soprattutto quella che qualifica il Welfare. Tutto cio è servito, in realtà, a consentire operazioni di drenaggio di risorse che dalla comunità sono passate agli speculatori finanziari.

Questo dato dovrebbe spingere i governi a intervenire per mitigare questa forte sperequazione economica e non tagliare le “spese pubbliche” per ridurre il divario economico e sociale.

Spesa pubblica significa innanzitutto scuola pubblica, università pubblica; significa strade, centri culturali, asili, ospedali, cure mediche; significa, in ultima analisi, redistribuzione del reddito e diminuzione della sperequazione economica; significa offrire un servizio a chi non potrebbe permetterselo; significa garantire una vita dignitosa a tutti. Insomma rinunciare a tutto questo significa tagliare il Welfare State, che è stato una delle più grandi conquiste sociali di sempre.

Sull’intera manovra, anche di questo governo, il giudizio per me è negativo perché mostra elementi di inadeguatezza ed è carente di una visione del Paese e di un disegno strategico che sia capace di ricomporre e rilanciare le politiche pubbliche finalizzate allo sviluppo sostenibile e al lavoro.

 

Qualcuno potrebbe chiedere, visto che il tuo giudizio è negativo, per evitare che resti solo una valutazione ideologica, cosa faresti tu? 

La mia ricetta è molto semplice e articolata. Per prima bisogna ritornare a  volare alto e pensare a nuove strategie propositive. Poi se vogliamo uscire da questa crisi bisogna finalizzare nuove politiche che mettano al centro il lavoro e la sua qualità, in particolare per i giovani e le donne, che siano in grado di contrastare l’esclusione sociale e la povertà; che determinino processi redistribuivi e di coesione nel Mezzogiorno; che prevedano investimenti in infrastrutture materiali e sociali; innovazione, scuola, formazione e ricerca, prevenzione e messa in sicurezza del territorio e che sostengano le politiche industriali. E, infine, ripuntare sulla politica dei redditi, che è stata molto significativa sul piano dell’equità e della giustizia sociale.

Il contrasto alla povertà è senza dubbio una priorità per il Paese, ma la povertà non si combatte se non c’è lavoro e non si rafforzano le grandi reti pubbliche del Paese: sanità, istruzione e servizi all’infanzia e assistenza. Come pure bisogna puntare fortemente all’innovazione nelle Pubbliche Amministrazioni.

Il sistema pubblico, dal secondo dopoguerra in poi, ha garantito sviluppo e pari opportunità a questo Paese. Senza la sanità pubblica, l’istruzione pubblica, l’assistenza e la previdenza cosa ne sarebbe oggi dell’Italia?

Se il nostro Paese è riuscito a uscire dalla povertà e dalla distruzione in cui versava dopo anni di dittatura e di guerra, se ha saputo crescere democraticamente, sviluppando gli anticorpi sociali e culturali contro qualsiasi tipo di involuzione sul piano della democrazia e della tolleranza, se ha visto crescere gli indici della qualità della vita, a partire dall’allungamento della vita stessa, tutto ciò è anche merito di un sistema pubblico che ha permesso a tutti i cittadini, su tutto il territorio nazionale, di usufruire dei servizi pubblici.

Oltretutto queste impostazioni di solidarietà e garantiste nei confronti del benessere collettivo sono sancite nella Costituzione.

Non è possibile continuare a demolire un sistema che ha tutelato coesione e democrazia, per raccattare qualche miliardo a fine anno. Si rischia di risparmiare all’inizio per dover poi ritrovarsi senza un capitale, umano e strutturale, fondamentale per il futuro democratico del Paese.

Infatti, se venisse meno il sistema pubblico, i cittadini sarebbero penalizzati in maniera differenziata e la fascia più debole, per disponibilità economica, localizzazione geografica o per qualsiasi altra variabile, sarebbe quella colpita duramente, come avviene con la legge sull’Autonomia differenziata..

Una società è forte quando è coesa e solidale, creando un mutuo soccorso, che può essere attuato con: un fisco giusto, la redistribuzione della ricchezza e la salvaguardia delle tutele garantite dalla Costituzione e dalla carta dei diritti dell’uomo.

 

Purtroppo, oggi, i partiti e i loro rappresentanti non fanno niente per uscire da questa situazione di crisi e anzi si avviluppano in spirali sempre più inutili di luoghi comuni, di attaccare gli avversari come se fossero nemici e di discussioni tutte al proprio interno, accettando supinamente le scelte fatte da altri poteri.

 

Fondamentale per i partiti sarà riappropriarsi del ruolo di strumento in grado di orientare le scelte di politica economica, in Parlamento e nel governo, a favore del bene comune. Ci vogliono idee, passione, dialettica interna e confronto democratico, visione e strategia a lungo termine, facce nuove e obiettivi precisi per migliorare le condizioni dei cittadini che sono oberati sempre più da tasse e spese folli.

 

Non dobbiamo perdere la speranza! Contro questa tendenza dissolutrice dobbiamo porci l’obiettivo di esaltare contemporaneamente quei valori di libertà, dell’uguaglianza e perché no della fratellanza, cioè quei principi di solidarietà, che sono i caratteri ideali di una società inclusiva. I soli che possano impedire che la povertà e l’emarginazione vengano viste come lo scomodo fardello da occultare più che una questione da risolvere.

Il problema vero è che dobbiamo, almeno noi che abbiamo fatto della nostra vita una battaglia di libertà, democrazia e impegno civile e sociale, individuare e ricostruire strutture e sedi dove ci si possa confrontare sulle problematiche politico-sociali ed economiche emergenti per ritornare a far diventare i cittadini, nel Paese, protagonisti e partecipi della vita sociale e civile di questo Paese.

Autore

  • Redazione

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