La Russia guidata da Vladimir Putin è oggi un caso di studio su come una potenza possa dissipare il proprio capitale geopolitico, inseguendo un’illusione imperiale. L’Operazione Speciale in Ucraina, presentata come atto rigenerativo, ha invece rappresentato un acceleratore di decadenza, smontando, una dopo l’altra, le finzioni su cui poggiava il mito del “ritorno imperiale” russo. Le perdite umane superano 1,2 milioni di soldati russi, morti e feriti, al gennaio 2026. L’economia, nonostante la resilienza iniziale, mostra segni di cedimento con un’inflazione all’8% – un deficit di bilancio al 3% del PIL, aggravato da sanzioni che hanno ridotto le esportazioni di energia verso l’Europa del 70% rispetto al 2021, nemmeno lontanamente compensate dal mercato cinese e da quello indiano, che acquistano a prezzi ridicoli.
L’IDEOLOGIA IMPERIALE
Il progetto di Putin non nasce da un errore tattico, é l’esito di una visione storica patologica che concepisce la Russia come Impero e non come Stato-nazione. Putin non è un’anomalia, ma una conseguenza, é l’ultimo interprete di una tradizione che va dallo zarismo all’URSS.
Da Čaadaev a Dostoevskij, fino a ciò che sosteneva Solženicyn: «senza una missione imperiale la Russia non sa chi è». Putin ha trasformato questa patologia in ideologia di Stato.
UCRAINA: l’Operazione Speciale che doveva riprendersi i territori perduti e rifondare l’impero ne ha determinato il tracollo. L’invasione del 2022 doveva essere l’atto fondativo della restaurazione imperiale. Ha invece innescato una reazione a catena che ha travolto l’architettura di alleanze, paure e ambiguità su cui Mosca aveva costruito la propria influenza, ottenendo l’opposto di quanto atteso:
NATO più grande (con l’adesione di Finlandia e Svezia nel 2023-2024, portando i membri a 32), Europa più armata (spesa militare UE aumentata del 16% nel 2025),
Confini russi più militarizzati, e risorse drenate in modo permanente (7,3% del PIL).
Ad oggi, la guerra continua, senza soluzioni in vista: La Russia ha conquistato meno dell’1% del territorio ucraino nel 2025, con perdite elevatissime e insostenibili (1.000 soldati al giorno in media), mentre l’Ucraina resiste grazie al rinnovato supporto occidentale, (oltre 150 miliardi di dollari in aiuti dal 2022 (55% EU – 45% USA).
COLLASSO SIRIA
L’intervento russo a fianco di Assad nel 2015 aveva segnato il ritorno di Mosca come potenza globale indispensabile al riassetto in medio-oriente. Quel capitale politico è stato interamente bruciato. Nove anni dopo, la fine del regime di Assad, nel dicembre 2024, ha certificato ciò che la propaganda aveva nascosto: la Russia può intervenire, ma non sostenere;
può distruggere, ma non garantire;
può entrare in scena, ma non restarci.
In una regione fondata sulla forza percepita, questo equivale a una sconfitta definitiva, perchè il protettore che non protegge perde credibilità e valore. Oggi Ahmed al-Sharaa è presidente ad interim, della Siria, con transizione in corso, a instabilità persistente (violenza settaria, operazioni israeliane nel Golan). Incidentalmente, la Russia ha smarrito il controllo dell’area:
Khmeimim air base è solo formalmente operativa con attività ridotte e minacce esterne persistenti.
Tartus naval base è ancora in uso ma con una flotta ridotta a un terzo e dipendente dagli accordi con le nuove autorità siriane.
Manbij – base abbandonata
Kobani – presidio avanzato abbandonato
L’IRAN: l’anello debole
Con la crisi iraniana l’intero edificio putiniano si incrina. L’Iran non era solo un alleato, bensì il suo braccio occulto, lo strumento di destabilizzazione sistemica. Oggi quell’asse è compromesso, e lo sgretolamento coinvolge i proxy manovrati :
Hamas non è stato ancora annientato ma è questione di mesi, dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 la sua forza è crollata, insieme ai finanziamenti che non riceve più. Hezbollah è stato duramente ridimensionato: rifiuta con ostinazione il disarmo, con Israele che peraltro lo tiene sotto pressione con attacchi sempre più profondi e mirati in Libano meridionale. Gli Houthi sono stati contenuti e hanno ripreso i loro conflitti interni in Yemen, con gli attacchi ai navigli occidentali drasticamente diminuiti dell’84% nel 2025 rispetto al 2024.
La deterrenza iraniana si è così indebolita in modo irreparabile (l’aviazione e la contraerea non esistono più) come effetti collaterali della guerra di 12 giorni con Israele nel giugno 2025. Ancora più grave è il collasso interno: proteste persistenti dal dicembre 2025 per inflazione (oltre il 70%) e crollo della valuta (rial a oltre 1,4 milioni per dollaro), con repressione logorante ed élite divise. L’Iran non proietta più potenza ed é passato al ruolo di Stato assediato. Per Mosca, la capitolazione degli Ayatollah sarebbe un disastro strategico: perdebbe non solo un alleato, ma l’intera infrastruttura di guerra indiretta.
EMIRATI E QATAR: cambio di campo
La conferma più eloquente del collasso arriva dagli ex fiancheggiatori opportunisti, come gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, maestri dell’equidistanza cinica. Hanno ricalibrato rapidamente le proprie strategie, non per conversione morale, ma per puro calcolo.
Dove prima coltivavano ambiguità utili con Teheran e relazioni funzionali con Mosca, oggi riallineano capitali, sicurezza e diplomazia.
Abu Dhabi accelera il riavvicinamento all’ombrello occidentale (accordi con USA per AI e difesa nel 2025), pur mantendo solo una parte degli investimenti in Russia (16,8 miliardi di dollari nel 2024). Doha continua a mediare (ruolo chiave nel cessate il fuoco Gaza), ma senza più scommettere su un Iran capace di garantire stabilità, condannando l’attacco iraniano alla base USA in Qatar nel giugno 2025 e intensificando il commercio con l’Occidente.
IL CAUCASO: qui il declino assume una forma quasi didattica. Il Nagorno-Karabakh ha mostrato l’impotenza russa. Armenia ha compreso che l’alleanza con Mosca non garantisce sicurezza, congelando la partecipazione al CSTO e riducendo la presenza russa (ritiro guardie di frontiera dall’aeroporto di Zvartnots nel 2024). Azerbaijan ha agito sapendo che non ci sarebbero state conseguenze. Mosca ha perso il ruolo di arbitro, cioè l’unica funzione che le permetteva di restare centrale. Presenza senza influenza: la definizione stessa del declino imperiale. L’Armenia diversifica il suo approvvigionamento di armi (da India e Francia, riducendo import da Russia dal 90% al 10%) e rafforza legami con USA/UE.
LA CINA: il partner che sfrutta e non sostiene.
Sul piano globale l’umiliazione è completa. La Russia aspirava a essere il perno eurasiatico tra Cina ed Europa. Oggi viene aggirata. Le rotte commerciali la evitano, la Cina la sfrutta, non la sostiene. Pechino compra energia a prezzi di saldo (esportazioni russe di petrolio a Cina al 20% del mercato cinese, con sconti del 30% rispetto ai prezzi pre-guerra), impone condizioni, riduce la dipendenza logistica e osserva il logoramento russo con il distacco di chi sa che l’altro non ha alternative. Non è un’alleanza strategica: è una subordinazione strutturale. Il commercio bilaterale ha raggiunto 254 miliardi di dollari nel 2025, ma la Cina lo guida in modo spregiudicato, con la Russia dipendente, per oltre il 30%, delle esportazioni.
MERICA LATINA: Perdita di influenza.
Da potenza regionale ad attrice marginale, confinata in nicchie autoritarie. La Russia era un fornitore chiave di armi (SIPRI la menziona come principale esportatore in AL nel suo report 2020). Dal 2022, le vendite sono crollate, le sanzioni limitano forniture e manutenzione. Paesi come Venezuela e Cuba hanno sospeso gli acquisti; altri come il Perù cercano alternative USA. Una marginale influenza persiste solo in Venezuela, Cuba e Nicaragua, mentre il resto dell’AL si orienta verso alternative privilegiando stabilità e crescita economica rispetto ad alleanze ideologiche, minate da un gradimento precipitato in Brasile, Nicaragua, Bolivia, Colombia, a seguito dell’ invasione attuata in Ucraina
AFRICA : L’occasione perduta
Qui è dove la Russia HA DAVVERO PERSO INFLUENZA (rispetto al 2022) in virtù di
perdite qualitative e quantitative, di una
credibilità compromessa come garante di sicurezza e soprattutto della sua crollata
capacità economica (zero alternative a Cina/UE)
La Russia tiene dove c’è caos, perde dove c’è competizione vera. Mantiene influenza solo nel
Sahel centrale, in Mali, Niger e Burkina Faso grazie alla legittimazione manu militari derivante dalla presenza ex-Wagner oggi Africa Corps, peraltro sempre piú affievolita. Raggiunge il minimo storico in Kenya, Ghana, Nigeria, Senegal, Marocco e riesce a compromettere anche le relazioni con il Sudafrica, non allineata in politica estera e preoccupata di evitare dipendenze perdenti.
L’ IMPERO COLLASSA
La guerra in Ucraina, concepita come mattone fondativo della restaurazione imperiale, si sta rivelando un disastro geopolitico. Putin ha scoperto troppo tardi che l’impero non si ricostruisce con la forza, quando il mondo ha smesso di riconoscerlo.
Rimane una potenza armata, isolata, più temuta che rispettata. E la storia russa insegna che quando l’impero si restringe fino a coincidere con il regime, è sempre il regime a diventare la prima linea del fronte.
L’Immagine di Vladimir Putin è stata creata, con AI di Grok (il nuovo gioiellino di E. Musk, un filoputiniano per antonomasia)




