Home Opinioni UE, UN NEMICO IN BOTTIGLIA. DOPO I CETRIOLI, IL BAROLO

UE, UN NEMICO IN BOTTIGLIA. DOPO I CETRIOLI, IL BAROLO

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Hanno misurato i cetrioli. Pesato i piselli. Annusato il formaggio di fossa e sentenziato che cinquecento anni di stagionatura nelle grotte romagnole erano un rischio sanitario. Vietato il formaggio Casu Martzu che per la Sardegna è un patrimonio culturale identitario, tanto che l’Italia lo ha inserito nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali protetti. Puntato il dito contro i forni a legna di Napoli, rei di emissioni eccessive.

Adesso hanno scoperto un nuovo nemico: il vetro scuro. Quello che da quattro secoli protegge il vino dalla luce. Troppo opaco, dicono i tecnocrati di Bruxelles. Non riciclabile. Fuorilegge.
A stabilirlo sarà un indice chiamato trasmittanza. Se il trenta per cento del vetro non lascia passare abbastanza luce, la bottiglia viene classificata come non conforme ed espulsa dal mercato.
Ora, il vetro scuro è quello che viene usano praticamente per tutti i vini: con i rossi per proteggere struttura e colore, con gli spumanti e lo Champagne perché devono resistere a sei atmosfere di pressione, perfino con molti bianchi sensibili all’ossidazione. Tradotto: l’intera produzione enologica europea finisce nel mirino. A deciderne il destino, burocrati che non distinguono un Sassicaia da un aceto tamponato.
Il vetro scuro non è un vezzo estetico. È uno scudo. La luce aggredisce il vino, ne spezza le molecole, genera sentori di cavolo marcio e cipolla. I francesi lo chiamano goût de lumière: il sapore della luce. Quel vetro che Bruxelles vuole bandire è l’unica barriera tra un Barolo e il lavandino.
Ma chi ha scritto queste norme non lo sa. Oppure lo sa benissimo.
Perché la battaglia sulle bottiglie non è isolata. È l’ultimo fronte di un’offensiva che ha un obiettivo preciso: criminalizzare il vino.
Primo fronte: il Nutri-Score. Un algoritmo daltonico che assegna bollini colorati agli alimenti. Patatine fritte industriali e bibite “zero”? Bollino verde, prodotto sano. Olio extravergine di oliva, Parmigiano Reggiano, vino? Bollino rosso, veleno. Il sistema premia i cibi ultraprocessati e condanna le eccellenze mediterranee. L’Italia ha fatto le barricate. Per ora l’obbligo è in stallo. Ma la minaccia resta sul tavolo.
Secondo fronte: l’Irlanda. Dublino ha imposto etichette mortuarie sugli alcolici. “Il consumo di alcol provoca malattie del fegato.” “Legame diretto tra alcol e tumori mortali.” Il Chianti trattato come un pacchetto di Marlboro. La cosa grave non è che l’Irlanda ci abbia provato. È che la Commissione Europea ha lasciato fare. Silenzio-assenso. Italia, Francia e Spagna hanno protestato. Bruxelles ha taciuto. Precedente creato. Mercato unico violato.
Terzo fronte: il Piano Cancro Europeo. Nel 2022 la commissione BECA ha tentato il colpo grosso: sancire nero su bianco che “non esiste un livello sicuro di consumo di alcol”. Un bicchiere di Brunello a cena equiparato all’alcolismo cronico. Grazie agli emendamenti italiani, il testo finale distingue tra consumo e abuso. Vittoria di Pirro. L’ideologia resta intatta.
Quarto fronte: il vetro scuro. La trasmittanza. L’ultimo cavillo tecnico per completare l’opera.
Chi guida questa crociata? L’asse nordico. Paesi che hanno un rapporto patologico con l’alcol: binge drinking del venerdì sera, vodka fino al coma, poi settimane di astinenza penitenziale. Società che oscillano tra l’eccesso e il proibizionismo. Che non hanno mai conosciuto il bicchiere a tavola, versato con il cibo, in famiglia, senza isteria.
Pretendono di insegnare a noi come si beve. A noi che lo facciamo da duemila anni.
Esportano la loro nevrosi e la chiamano salute pubblica.
Ma c’è qualcosa di più profondo. Qualcosa che spiega perché il vino è sotto attacco mentre altre tradizioni godono di protezione assoluta.
L’Europa che vuole togliere il vino dalle vostre tavole è la stessa che predica il rispetto sacrale per ogni tradizione importata. La stessa che spende milioni per “l’integrazione culturale” dove integrarsi significa: noi ci adattiamo a loro. La stessa della commissaria Helena Dalli, che suggeriva di eliminare la parola “Natale” dai documenti ufficiali per non offendere chi non è cristiano. Documento ritirato dopo la rivolta, ma il pensiero era quello.
Due pesi, due misure. L’identità altrui è ricchezza da tutelare. La nostra è un vizio da correggere. Il vino non è cultura millenaria: è etanolo cancerogeno. I salumi non sono eccellenza: sono disastro climatico. Il Natale non è tradizione: è esclusione.
Ha un nome, questa patologia. Si chiama oicofobia: l’odio per la propria casa. Il burocrate europeo vede il passato del continente come una colpa da espiare. Ogni simbolo va decostruito, igienizzato, reso neutro. E mentre svuotano le nostre piazze e le nostre tavole di tutto ciò che le rende nostre, credono di costruire l’inclusione. Costruiscono il nulla.
E mentre l’originale viene perseguitato, il falso prospera indisturbato. Il Parmesan del Wisconsin viaggia sugli scaffali di mezzo mondo. Il Prosek croato ha ottenuto il via libera europeo. L’Italian Sounding – quella galassia di prodotti taroccati che evocano l’Italia senza esserlo – fattura tre miliardi l’anno. Rubati. Nessuno a Bruxelles si scandalizza.
L’eccellenza si regolamenta fino all’asfissia. La contraffazione si tollera.
Qualcuno obietterà: esagerate, il vino ha ottenuto esenzioni, la filiera si è mobilitata. Vero. Ma le esenzioni sono provvisorie. Gli atti delegati sul vetro arriveranno nel 2028. Il Nutri-Score tornerà. Le etichette irlandesi faranno scuola. Ogni battaglia vinta è solo una tregua in una guerra che non si ferma.
Perché il problema non è tecnico. È culturale. È l’idea che il vino sia una sostanza da contenere anziché un alimento da valorizzare. Che la tradizione sia un ostacolo anziché un patrimonio. Che l’Europa debba essere uniforme anziché plurale.
L’Italia ricicla l’ottantadue per cento del vetro, più di qualsiasi altro paese europeo. La filiera ha ridotto del trenta per cento il peso delle bottiglie in un decennio. Siamo primi produttori di vetro in Europa, terzi nel mondo. Ma per Bruxelles non basta. Non basterà mai. Perché il vero obiettivo non è l’ambiente.
È l’omologazione.
Vogliono un continente dove il Barolo si vende in tetrapak. Dove l’extravergine sta in flaconi di plastica riciclata. Dove non esiste più differenza tra artigianato e industria, tra territorio e fabbrica, tra cultura e merce.
Trecento anni fa, sir Kenelm Digby inventò la bottiglia di vetro resistente che rese possibile lo Champagne. Oggi i suoi eredi spirituali siedono a Bruxelles e vogliono abolirla.
Il vino è l’ultimo fronte. Ma la guerra è sull’identità.

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