
di Adolfo Tasinato
Un pensiero che fino a poco tempo fa sarebbe stato liquidato come provocazione estrema, oggi circola con sempre meno timidezza tra osservatori politici e cittadini europei: Ursula von der Leyen rappresenta una minaccia per l’Europa anche più concreta di quella incarnata dalla Russia. Non attraverso carri armati o il controllo di gasdotti, ma attraverso un lento e inesorabile svuotamento dell’Unione Europea dall’interno, che la trasforma in un’entità profondamente diversa da ciò che i trattati fondativi promettevano.Tra scandali, derive autoritarie e perdita di democrazia appare evidente il declino dell’Unione sotto l’attuale presidenza della Commissione.
Sotto la guida della Von der Leyen, Bruxelles ha cessato di assomigliare a una casa comune dei popoli europei per assumere sempre più le sembianze di un apparato tecnocratico impermeabile al dissenso, ossessionato dalla guerra, da ideologie varie come il Green Deal e il politicamente corretto e dal controllo capillare. La democrazia resta sullo sfondo evocata nei comunicati stampa e nelle dichiarazioni ufficiali, ma risulta sempre più assente nelle decisioni che contano davvero.
La retorica della “resistenza europea” si è cristallizzata in un dogma intoccabile. Non un dibattito aperto, non una strategia politica articolata e discussa democraticamente, ma un vero e proprio dogma che non ammette sfumature o dissenso. A far da spalla alla Von der Layen sul versante bellicistico, in particolare vi sono due leader in gravi difficoltà interne, Starmer e Macron anche se quest’ultimo negli ultimi giorni sembra aver cambiato idea. Ne esce una UE che si da la zappa sui piedi per cercare di mettere in difficoltà il Presidente Trump che vorrebbe chiudere il prima possibile il problema ucraino.
Chiunque osi mettere in discussione la linea dura dell’establishment viene immediatamente archiviato come “filorusso”, ambiguo, pericoloso per la sicurezza europea. Una sorta di riflesso pavloviano che rivela molto sullo stato di salute delle istituzioni comunitarie.
A questo proposito, sempre rimanendo sul tema del conflitto in Ucraina, vanno completamente in direzione opposta le parole pronunciate da Leone XIV il giorno di Natale: “Dio crede alla pace”, ha detto il pontefice. “Nelle condizioni di incertezza e di sofferenza del mondo attuale sembrerebbe impossibile la gioia. Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici”.
Il punto centrale della questione è che l’Europa guidata da Ursula ha rinunciato a essere un soggetto politico autonomo sulla scena internazionale. Non anticipa gli eventi, li subisce passivamente, non propone soluzioni innovative ma si limita a reagire in modo scomposto accentuando le divisioni già in essere tra i 27 Stati membri. Sanzioni a raffica, guerre economiche, posture moralistiche, tanto rumore mediatico, zero visione strategica di lungo periodo. Nessuna iniziativa credibile di pace, nessuna architettura di sicurezza europea indipendente o federata che non sia la mera fotocopia degli interessi di potenze extraeuropee.
E vogliamo parlare del clamoroso autogoal del cosiddetto Green-Deal?
Il Green Deal europeo, così come è stato imposto da Bruxelles e recepito come una religione dalla sinistra italiana, sta producendo più danni che benefici all’economia reale del continente. Non perché la transizione ecologica sia sbagliata in sé, ma perché è stata trasformata in un dogma ideologico, calato dall’alto senza fare i conti con la situazione reale delle industrie, senza avere una idea chiara del suo contraccolpo economico ed industriale ma anche sociale.
Il primo colpo lo prende l’industria manifatturiera con regole ambientali sempre più stringenti (d’altronde per Ursula e soci anche le flautolenze delle mucche sono un pericolo mortale), costi energetici elevati e obblighi normativi spesso irraggiungibili stanno spingendo aziende europee a chiudere o a delocalizzare fuori dall’UE, dove le regole sono meno rigide. Il risultato è paradossale: meno produzione in Europa, più importazioni da Nazioni che inquinano di più.
L’automotive è il caso simbolo, lo stop ai motori termici ha messo in crisi un intero ecosistema industriale, fatto di PMI, competenze e occupazione, senza che esistano alternative tecnologiche mature, accessibili e realmente sostenibili. Nel frattempo l’Europa consegna il mercato dell’elettrico alla Cina, diventando dipendente proprio mentre parla di “autonomia strategica”.
A tutto questo si aggiunge un aumento strutturale dei costi: energia più cara, burocrazia più pesante, investimenti forzati spesso non sostenibili. Il Green Deal, invece di guidare una transizione graduale, sta accelerando la deindustrializzazione del continente, erodendo competitività, posti di lavoro e sovranità economica. In Germania pochi giorni fa la Volkswagen, per la prima volta in quasi 90 anni di vita, ha chiuso una fabbrica, quella delle auto elettriche.
Più che una strategia verde, sembra un esperimento ideologico condotto sulla pelle dell’economia europea. E come spesso accade, a pagare non sono i decisori di Bruxelles, ma imprese e cittadini.
Nel frattempo, il conto di questa impostazione arriva puntuale e salato ai cittadini europei con costi energetici aumentati, inflazione strutturale, industrie manifatturiere che chiudono o delocalizzano verso altri continenti, mercati finanziari instabili. Il tutto presentato come sacrificio necessario, come prezzo inevitabile di una crociata che sembra servire più a legittimare il potere crescente delle istituzioni sovranazionali che a difendere concretamente i cittadini europei.
A rendere ancora più problematico il quadro c’è una serie di scandali che hanno scosso le fondamenta della credibilità europea. Il caso più emblematico resta quello dei messaggi SMS tra la Von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, durante la trattativa per l’acquisto di vaccini anti-Covid: comunicazioni semplicemente sparite nel nulla, mai prodotte nonostante le richieste ufficiali di accesso agli atti, in una vicenda che ha sollevato interrogativi inquietanti sulla trasparenza nella gestione di contratti miliardari di denaro pubblico.
Non è un caso isolato, anche lo scandalo Qatargate ha rivelato una rete di corruzione che penetrava fino al cuore del Parlamento Europeo, con parlamentari e assistenti accusati di aver ricevuto tangenti per influenzare le decisioni comunitarie.
Un terremoto che ha esposto la vulnerabilità delle istituzioni europee agli interessi esterni e la debolezza dei meccanismi di controllo interno.
La gestione opaca dei fondi del Recovery Fund, le nomine controverse all’interno della Commissione, i conflitti di interesse mai completamente chiariti. La lista si allunga di mese in mese, alimentando una percezione diffusa di istituzioni sempre più distanti dai cittadini e sempre meno sottoposte a un controllo democratico effettivo.
Bruxelles preferisce evitare accuratamente una questione fondamentale: l’esercizio del potere senza adeguati contrappesi democratici. Una Commissione non direttamente eletta dai cittadini che decide per centinaia di milioni di persone, che confisca beni, impone blocchi commerciali, ridisegna interi settori economici usando lo stato di emergenza permanente come leva di potere. A questo punto non ci troviamo più davanti a un’Unione fondata sul diritto e sulla democrazia rappresentativa, ma a un blocco ideologico compatto.
Il tutto è condito da un’inquietante opacità nei processi decisionali. Dallo scandalo dei messaggi con Pfizer cancellati, alla gestione verticistica e autoritaria delle emergenze successive, von der Leyen incarna un’idea precisa e coerente di governance dove ogni crisi rappresenta un’occasione preziosa per accentrare ulteriore potere, ridurre la trasparenza, comprimere gli spazi di libertà democratica. Sempre in nome del sacro “fronte comune”, sempre contro un nemico esterno da demonizzare.
Ma un’Europa che vive permanentemente di paura diffusa e di linguaggio bellico non si difende davvero perché si consuma lentamente dall’interno, erodendo le fondamenta del proprio modello sociale e democratico. E finisce inevitabilmente per assomigliare sempre di più a ciò che dichiara retoricamente di combattere: un sistema chiuso, autoritario, impermeabile alla volontà popolare. Questa non è stabilità istituzionale ma una pericolosa deriva verso un modello che tradisce lo spirito originario del progetto europeo.
Continuare a fingere che tutto questo rappresenti una leadership responsabile significa accettare passivamente che l’Unione Europea diventi qualcosa di radicalmente diverso da ciò che i suoi cittadini hanno votato nei referendum fondativi e, probabilmente, qualcosa che oggi non vogliono più riconoscere come proprio.
La domanda che si pone con urgenza crescente è: fino a quando i popoli europei accetteranno questa situazione? E chi, tra gli attuali leader europei, avrà il coraggio e l’abilità di trasformare una situazione decadente in un nuovo progetto, magari meno ambizioso ma che possa funzionare?





