
di Aldo A. Mola
Memoria corta?
I “grandi eventi” del 1923 non hanno suscitato gli entusiasmi di quelli del 1921, quando, per esempio, il centenario della fondazione del Partito comunista d’Italia fu celebrato con un profluvio di libri e programmi radiotelevisivi. Non resuscitò. Sono passati sotto silenzio la successione di Stalin a Lenin, la ricostituzione dell’Internazionale socialista nel congresso di Amburgo e i tanti voti del Parlamento italiano a favore del governo Mussolini insediato il 31 ottobre 1922. Il 2024 sarà, fra l’altro, il centenario della morte di Giacomo Matteotti. Offrirà motivo di una riflessione generale sulla sua vita. Tra i suoi momenti meno ricordati vi è la partecipazione al XIV Congresso del partito socialista italiano a fine aprile del 1914. Merita una riflessione perché in quei mesi il massimalismo ebbe la meglio sul riformismo. L’Italia iniziò la corsa a precipizio verso il caos, come poi si vide in giugno con la “settimana rossa”.
Nell’aprile del 1914 l’Europa era sull’orlo della conflagrazione generale. Come ampiamente documentato nel centenario della Grande Guerra, capi di stato, cancellerie, vertici militari, politici ed economici di varia ascrizione ostentavano tranquillità. Erano i “Sonnambuli” descritti da Christopher Clark. Non solo. I “pacifisti” celebravano affollatissimi congressi, completi di banchetto, sicuri della soluzione pattizia delle tensioni ereditate da antichi conflitti. La crisi più acuta riguardava l’Alsazia-Lorena, più volte passata di mano tra Francia e “Germania”. Era un’inezia mentre venivano definite le frontiere tra India e Cina e gli Stati Uniti d’America, bombardando il Messico, ribadivano la “dottrina Monroe”: “l’America agli americani”, cioè sotto il controllo di Washington.
Anche l’Italia aveva una spina sanguinante: la rivendicazione delle “terre irredente”, Trento, Trieste e un imprecisato “Adriatico”, per far coincidere i confini politici con quelli geografici. Lo chiedevano i nazionalisti, dai programmi asimmetrici. Da un canto puntavano a rompere con Vienna e ad arginare la germanizzazione del lago di Garda. Dall’altro ammiravano il modello statuale tedesco, incardinato sull’idea di Impero militare.
Nella prima metà del 1914 si registrarono segnali d’inquietudine: l’avanzata della destra revanscista in Francia nelle elezioni di aprile, l’indizione di uno sciopero generale in Gran Bretagna da parte della “triplice sindacale” e l’impennata del massimalismo nelle file dei partiti socialisti, soprattutto in Italia. Il loro predominio accelerò la “finis Europae” sino a qual momento paga dell’inquieta pace narrata da Florian Illies in “1913. L’anno prima della tempesta” (ed. Marsilio).
Il crepuscolo dell’età liberale
Il 26 aprile 1914 si aprì ad Ancona il XIV congresso del Partito socialista italiano. Va ricordato che i deputati socialisti non erano vincolati al partito né alla Confederazione generale italiana dei lavoratori. Le “sinistre” non erano affatto unite né univoche. Quasi a ostentarlo, alcuni parlamentari di spicco, come Filippo Turati, non si presentarono. Due anni prima, nel congresso di Reggio Emilia, su impulso del trentenne Benito Mussolini i massimalisti avevano espulso Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi e Angiolo Cabrini, subito fondatori del partito socialista riformista. Direttore dell’“Avanti!” (50.000 copie, pari agli iscritti al partito, continuamente in crescita), nel novembre 1913 Mussolini aveva fondato il quindicinale “L’Utopia” per predicare senza vincoli le sue “visioni”: esaltazione delle minoranze volitive contrapposte alle “masse amorfe” e appelli alla rivoluzione. Declamava, non aveva senso delle Istituzioni né quello della Solitudine che fa la differenza tra i comizianti (occhi sbarrati, grida minaci…) e gli uomini di Stato. Raccoglieva ampio seguito tra i militanti più giovani, convergenti con l’estrema destra nazionalista e con “democratici”, come Gaetano Salvemini, nella rumorosa guerra contro i liberali riformatori guidati da Giovanni Giolitti.
Un mese prima del Congresso socialista di Ancona Giolitti rassegnò le dimissioni da presidente del Consiglio. Era la quarta volta. Chiuse il “grande ministero” scandito, fra l’altro, dalla guerra contro l’impero turco per la sovranità dell’Italia sulla “Libia” (ottobre 1911) e dalle prime elezioni a suffragio maschile quasi universale (ottobre 1913). Le avvisaglie risalivano al dibattito che l’11 dicembre 1913 aveva aperto la nuova legislatura. Contro di lui si scagliarono il sindacalista Arturo Labriola (“se ne vada, onorevole Giolitti…”), il nazionalista Luigi Federzoni e il giovane Orazio Raimondo, socialista, massone, sindaco di Sanremo, così irruente da meritarsi ironici complimenti da parte dello statista, memore di suo zio, Giuseppe Biancheri.
Il 21 marzo 1914 si insediò il ministero presieduto da Antonio Salandra, capofila della destra meridionale conservatrice, spalleggiata dai seguaci di Sidney Sonnino, due volte presidente del Consiglio durante la cosiddetta “età giolittiana”. Poiché da inizio secolo si erano susseguiti una dozzina di governi, nessuno scommetteva sulla durata del nuovo governo, tanto più che agli Esteri rimase il siciliano Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, proprio su pressione di Giolitti. Come da tradizione, Salandra tenne per sé l’Interno, ma la politica interna era una variante di quella estera e, di conseguenza, di quella militare. Il nuovo governo di Roma era lontanissimo da immaginare lo sconquasso che di lì a poco avrebbe travolto l’Europa.
Socialisti e Massoneria? Mussolini: fare pulizia
In quell’atmosfera di sospensione si svolsero i lavori del XIV congresso del Psi. Secondo Luigi Cortesi (“Il socialismo italiano tra riforme e rivoluzione. Dibattiti congressuali, 1892-1921”, Laterza, 1969) esso “fu tranquillo come mai”. Il resoconto stenografico dei lavori dice tutt’altro. Lo attesta il “Documento LXXVI” (“Archivio Trimestrale”, 1985). La relazione del direttore dell’“Avanti!” fu preceduta da una “entusiastica dimostrazione al grido di viva Mussolini”. Spontanea? Organizzata? Dalla sala si levò la voce: “Ha rimesso in carreggiata il partito”. Mussolini vantò la “tenace opposizione alla guerra di Libia”, la deplorazione delle “guerre di rapina e di conquista fatta da Monarchie criminali nei Balcani” e degli “eccidi” di proletari, “specialità italiana”, come era avvenuto a Roccagorga. Inneggiò agli scioperi generali. Rivendicò infine la lotta implacabile contro l’equivoco della democrazia che nelle elezioni del 1913 aveva insediato alla Camera socialisti “non tutti degni di portare la bandiera del partito”. Occorreva fare pulizia. Ma da dove partire? Lo previde l’8° punto dell’ordine del giorno del Congresso: “Socialisti e massoneria”.
La questione si trascinava da un decennio. L’VIII Congresso (Bologna,1904) aveva già messo in discussione “Il Psi e la Massoneria”, subito dopo “il PSI e la lotta contro l’alcoolismo” e l’“agitazione antimilitarista”. Era tornata nel X Congresso (Firenze, 1908) come “socialismo e anticlericalismo”. Era l’anno della sconfitta della “mozione Bissolati” per l’esclusione dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola dell’obbligo, approvata da 65 dei 508 deputati in carica: una sonora sconfitta del Grande Oriente d’Italia, che sottopose a processo interno i deputati massoni non allineati con le direttive del gran maestro Ettore Ferrari, repubblicano senza se e senza ma. Riaffacciata sotto la formula “azione e legislazione anticlericale” (subito prima di “I socialisti e il duello”), la questione tornò prepotente ad Ancona. A sostegno dell’incompatibilità tra sezioni del partito e logge parlò Giovanni Zibordi. A favore intervenne Alfredo Poggi, massone. Se fino a quel momento i lavori si erano svolti con una certa tranquillità, Bocconi, presidente della sessione aperta alle 14.35 del 27 aprile, si sentì in dovere di raccomandare “la massima calma e il massimo silenzio, perché realmente la discussione proceda con la massima regolarità”. Che il clima si stesse arroventando si avvertì dalle “scaramucce” del giorno precedente. Ciarlantini tentò di porre la questione in termini nuovi: fare i conti non tanto con la massoneria quanto con il “massonismo”, una sorta di “categoria dello spirito” che permeava la vita pubblica, succuba dei “serpenti verdi”. I tentativi di vari delegati di invertire l’ordine del giorno e di discutere della tattica del partito prima della spinosa disputa sui rapporti tra massoneria e socialismo si imbatterono in cori di no. Altrettanto avvenne per la proposta di farla dirimere da un congresso dell’Internazionale socialista perché non poteva essere ristretta nei confini nazionali. In effetti, se il socialismo non poteva essere realizzato in un solo Paese (come poi pretesero Stalin e i suoi successori alla guida dell’Unione sovietica), la Massoneria era universale. Lo aveva affermato Giuseppe Garibaldi, “primo massone d’Italia”, quando nel 1871 prese le distanze dai comunardi francesi e dichiarò di appartenere all’Internazionale (azzurra) sin dalla sua iniziazione in loggia, nel lontano 1844.
I tentativi di rinviare e smussare i toni cozzarono contro la volontà di Mussolini di arrivare allo scontro finale e a un pronunciamento netto. Giovanni Lerda dichiarò orgogliosamente: “Io sono massone!”, deplorò l’isolamento all’interno del partito a causa dei pregiudizi antimassonici ormai prevalenti e chiese che il congresso affrontasse le forche caudine e si pronunciasse. Zibordi sintetizzò: o il partito o la loggia. Staccatosi dalla credenza religiosa non aveva faticato a rifiutare il Grande Architetto dell’Universo “per una continuità logica del pensiero”. La lotta di classe aveva la priorità sulle trame di organizzazioni occulte. Tempo era venuto di chiedere ai “compagni” massoni “di farsi da parte”, “per lasciarci colpire la Massoneria quale la vediamo e la sperimentiamo!”. Da quel momento per i massimalisti la Libera Muratoria non solo risultò diversa dal socialismo ma divenne “il nemico”, da combattere e annientare.
Poggi, dichiaratamente massone, esordì “determinato a una sicura condanna a morte”. Rivendicò l’affinità filosofica e ideologica di massoneria e socialismo. Entrambe si proponevano l’educazione dell’uomo. Negò che la massoneria fosse associazione di mutui favoritismi e crogiolo dei “blocchi popolari” formati da liberali, radicali e socialisti riformisti. Per statuto essa era apartitica.
Il dibattito fu sul punto di sfuggire di mano. Poiché gli iscritti a intervenire erano ormai una ventina, e tutti “pesanti” (Ciccotti, Bordiga, Vella, Raimondo, Angelica Balabanoff, Modigliani…), Bocconi propose di passare al voto. La proposta fu accolta dopo un uragano di interventi. Spiccò fra i molti Orazio Raimondo, che si proclamò massone e propugnò appassionatamente la compatibilità, ma in un clima sempre più esasperato. Interrotto da un sibilo Raimondo sbottò: “Chi è l’imbecille che fischia? Se c’è qualcuno che ha qualcosa da dire di me, mi trova qui e fuori di qui…”. Mise in guardia da quanti avrebbero occultato l’iniziazione per rimanere nelle file del partito.
Immediatamente Mussolini chiarì che i socialisti non combattevano i preti quali “rappresentanti di un ente esistente o no”, cioè Dio, ma in quanto “strumento degli agrari e degli industriali”. “Organizzazione di soldati, di guerrieri, non di filosofi e di ideologi”, dopo un decennio di discussione il partito doveva liberarsi una volta per tutte dall’infezione liberomuratòria. Dopo altri discorsi, sempre più concitati (Lerda, Zibordi, Poggi, Bacci e ancora Mussolini), Bocconi chiese la verifica dei poteri e aprì la votazione sui quattro “ordini del giorno”.
Matteotti sparigliò il gioco di Mussolini?
A quel punto intervenne Giacomo Matteotti a sostegno del proprio ordine del giorno. Già favorevole alla proposta di Zibordi, respinse l’espulsione dei massoni dalle logge imposta da Mussolini in aggiunta all’incompatibilità tra le due “militanze”. “Altrimenti si arriva a questo – egli osservò – che in ogni sezione si apre un processo inquisitorio e si potranno cacciare individui, per semplice sospetto di Massoneria (urla altissime). Noi ritorneremo in questo modo alla lista di proscrizione”. Dopo di lui (zittito da grida “Basta, ai voti!) e due interventi a sostegno della libertà di appartenere a qualsiasi istituzione non in contrasto con il programma del partito, Bocconi mise ai voti gli ordini del giorno di Poggi (favorevole alla compatibilità), di Zibordi-Mussolini (che dichiarava “incompatibile per i socialisti l’entrata e la permanenza nella Massoneria”, di Montanari (che invitava a disinteressarsi della questione) e di Matteotti, favorevole a prendere le distanze da “quei compagni che non si conformassero nella loro condotta avvenire alle norme su esposte”.
Quest’ultimo merita di essere riletto: “Il Congresso, riaffermando il profondo dissidio che separa la concezione socialista dalla concezione massonica circa il modo di realizzare i principi di progresso e di libertà e di giustizia e circa l’essenza stessa di tali principi; considerando che l’azione anticlericale fa parte del programma socialista con particolare carattere e metodo diverso e avverso a quello della Massoneria; considerando che l’azione difensiva del diritto individuale contro la reazione, che la Massoneria afferma di adoperare, è oggi affidata agli organismi di classe ed al movimento professionale; vedendo nella Massoneria una incubatrice di mescolanze e connubi politici dannosi alla chiara fisionomia del nostro partito e contrari ai suoi supremi interessi nell’ora presente; e giudicando specialmente nociva alla intransigenza morale dei giovani la adesione alla Massoneria; invita i compagni anziani a cessare ogni loro rapporto con la istituzione e dichiara incompatibile per i socialisti l’entrata in Massoneria”.
I rappresentanti delle sezioni votarono in ordine alfabetico dalle 20.40. Alle 9.40 del 28 aprile, terza giornata dei lavori, fu comunicato l’esito. Su 34.152 votanti 1.819 si pronunciarono per la compatibilità; la sola incompatibilità, proposta da Matteotti, fu sostenuta da 2.296 voti; l’ordine del giorno di Montanari ne ebbe 2.845. Quello di Zibordi e Mussolini ottenne 27.378 consensi. Gli astenuti risultarono 174.
La mozione Matteotti fu ignorata dai delegati della maggior parte delle province. Ottenne un certo seguito ad Alessandria (Alessandria, frazione Cristo, Acqui, Fubine, Ricaldone, Spinetta Marengo…), a Firenze, a Ravenna (ove tuttavia Mussolini spopolò) e a Rovigo (compresa la sezione della “sua” Fratta Polesine). Ne ottenne un paio in provincia di Cuneo, che non ne registrò nessuna a favore di Poggi e contò l’astensione di sezioni popolate di massoni.
Molti, e non solo in quei giorni, si domandarono se Matteotti fosse intervenuto al Congresso sulla spinosa questione della compatibilità tra logge e partito perché segretamente affiliato o su impulso di qualche “serpente verde”. La provincia di Rovigo contava una solida tradizione di liberali, democratici, antichi garibaldini e, perché no?, socialisti. Di buona cultura giuridica e all’epoca uso a toni accesamente “rivoluzionari”, come ricorda il suo più autorevole biografo, Gianpaolo Romanato, in “Un italiano diverso” (ed. Longanesi), con il suo ordine del giorno Matteotti mirò a sparigliare le carte. Ferma restando anche per lui l’incompatibilità tra logge e sezioni del partito, tese la mano ai “vecchi massoni”. In molti casi la loro iniziazione risaliva a chissà quando e non comportava nessun vincolo mortificante. La massoneria aveva avuto tra i suoi affiliati Giosuè Carducci e tanti suoi discepoli, Andrea Costa, pioniere del socialismo integrale (cioè aperto a tutte le tendenze), Giovanni Pascoli, Nicola Badaloni, nel cui magistero Matteotti si riconosceva, e un lungo elenco di “socialisti senza tessera”. Bastava abbassare la saracinesca per separare quel passato dalle urgenze di un presente sempre più allarmante. Mussolini prese nota. Matteotti risultò un avversario per chi, come lui, voleva “tutto e subito”, senza però chiarire che cosa. Ad Ancona a fine aprile 1914 vincitore sul dovizioso Matteotti il “figlio del fabbro. Tornò a esserlo nel 1922 e, ancora, nel 1924, proprio dopo il rapimento e la morte di Matteotti: un “affare” che avrebbe messo in forse la permanenza del “duce” a capo del governo se l’opposizione non si fosse arroccata fuori dell’Aula invece di offrire a Vittorio Emanuele III l’appiglio statutario di cui il re aveva bisogno per intervenire ella crisi. A differenza di Giolitti e di Gramsci, che rimasero alla Camera per dar voce all’opposizione, gli “Aventiniani” si dimostrarono privi di senso dello stato e delle istituzioni. E quell’errore costò caro. Non solo a loro.
Aldo A. Mola
BOX
Matteotti fu massone?
Prima del 1914, o dopo, Matteotti varcò mai la soglia dei Tempi massonici? Per escluderlo non basta constatare che il suo nome non figura nella matricola del Grande Oriente d’Italia (non vi compare neppure Domizio Torrigiani, che pure ne fu gran maestro), né in quella della Gran Loggia d’Italia. Certo è che egli ebbe contatti con massoni inglesi, i quali ufficialmente non si occupano di politica né di religione, ma sono tutt’uno con la Corona e con le fortune della Gran Bretagna e nei secoli hanno dispensato “attenzioni” ai “capaci e meritevoli” e forse anche ad altri, se rispondenti ai loro disegni.
Nella Circolare del 16 giugno 1924 su “Il pensiero e la parola dell’Ordine per l’assassinio del deputato G. Matteotti” Torrigiani elevò “questo martire italiano” a emblema della lotta per la giustizia e per la libertà. Tre anni dopo venne condannato al confino di polizia con un unico capo d’accusa: “massone”.Vi è motivo di ricordarlo in vista del centenario del tragica morte di Giacomo Matteotti.
Finì così. Nel 1924-1925 su impulso di Benito Mussolini, massonofago da fascista come lo era stato da socialmassimalista, le logge furono assalite e distrutte. L’Italia precipitò nel regime liberticida.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Una loggia di Firenze assalita e distrutta da squadristi mussoliniani.





