
Un certo numero di “carni marce che camminano” ha pagato per andare a Sarajevo a fare il “safari” umano, ossia ad uccidere per divertimento uomini, donne e bambini. “Carni marce che camminano” meritano non solo l’ergastolo, ma la gogna perpetua. Devono essere condannati al perpetuo disprezzo del pubblico sulla pubblica piazza.
Un’inchiesta della Procura di Milano ha riportato alla luce uno degli episodi più ripugnanti della tragedia di Sarajevo, la presenza in città di abominevoli assemblaggi di carne in forma umana (“carne marcia che cammina”) i quali hanno pagato, secondo le testimonianze, due milioni di vecchie lire per avere a disposizione fucile e munizioni con i quali sparare a civili inermi. A quanto pare esisteva anche un tariffario in marchi tedeschi, con i prezzi più alti per uccidere bambini.
Siamo a Sarajevo nella primavera del 1992 e la città era già stretta in un assedio che durerà successivamente quasi quattro anni.
I civili camminano tra un edificio e l’altro, cercando riparo dai tiratori appostati lungo quella che verrà chiamata “Sniper Alley”, il viale principale della capitale bosniaca. Tra i cecchini c’erano anche quelli del fine settimana, pronti a fare un safari umano a pagamento, con i bambini come prede più ambite e costose.
Il reato contestato è quello di omicidio plurimo aggravato da motivi abbietti e crudeltà.
A denunciare i fatti in Italia è stato lo scrittore Ezio Gavazzeni, che dopo anni di ricerche ha deciso di consegnare un dossier alla magistratura italiana. Tutto è cominciato da una notizia dimenticata, letta per la prima volta negli anni Novanta e poi riaffiorata con forza nel 2022, quando il regista sloveno Miran Zupanič ha presentato il documentario Sarajevo Safari.
Il film raccontava un presunto “turismo di guerra” organizzato in Bosnia, intorno alla città assediata: uomini d’affari e facoltosi occidentali che, dietro loro pagamento, venivano accompagnati sulle postazioni serbo-bosniache per “provare l’emozione” di colpire bersagli umani.
“Mi ero imbattuto in questa storia già negli anni ’90 – racconta Gavazzeni -. Ne parlarono Il Corriere della Sera e La Stampa, poi tutto cadde nell’oblio. Quando vidi Sarajevo Safari capii che non potevo più restare in silenzio. Ho contattato il regista, raccolto testimonianze, incrociato fonti e, con l’aiuto della criminologa Martina Radice, abbiamo costruito il profilo dei presunti cacciatori. È stato allora che ho deciso di denunciare”.
Nell’inchiesta pubblicata su Panorama, Fausto Biloslavo sostiene che l’offerta del safari umano viaggiava su Internet e che la Digos aveva confermato la traccia su denuncia di Roberto Ruzzier, che al tempo ne era venuto casualmente a conoscenza.
Secondo quanto racconta Biloslavo ai funzionari del Sismi era arrivata un’informativa dell’intelligence bosniaca, ma a quanto pare non se ne fece nulla.
Il SISMI (acronimo di Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) è stato uno dei due servizi segreti italiani dal 1977 al 2007. Con la riforma dell’intelligence italiana (legge 124/2007) SISMI è diventato AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna). Quindi oggi l‘erede del SISMI è l’AISE, che si occupa di intelligence e sicurezza esterna/militare.
Il SISMI, sulla base della segnalazione, ha svolto indagini? Si è impegnato a capire il fenomeno? Ha identificato i soggetti coinvolti?
Va notato che la presenza dell’esercito italiano a Sarajevo tra il 1993 e il 1995 avvenne principalmente nell’ambito delle missioni internazionali delle Nazioni Unite durante la guerra in Bosnia-Erzegovina (1992-1995), in particolare con la forza UNPROFOR (United Nations Protection Force) e, dal 1995, con la transizione verso l’IFOR (Implementation Force) della NATO.Principali contingenti e operazioni italiane a Sarajevo (1993-1995).
L’Italia inviò un contingente significativo nell’ambito dell’UNPROFOR a partire dal 1992-1993 (operazione “Albatros”, poi “Alba di Pace”). A Sarajevo il contingente italiano era stanziato soprattutto nella zona ovest della città e lungo la famosa “Rotta Azzurra” (l’itinerario che collegava l’aeroporto di Butmir alla città attraverso il quartiere di Dobrinja, sotto costante tiro dei cecchini serbo-bosniaci). Il comando italiano (ITALFOR) aveva sede inizialmente a Kiseljak (a ovest di Sarajevo), ma numerose unità operavano dentro e intorno alla capitale bosniaca. I compiti principali a Sarajevo erano: la protezione dei convogli umanitari (soprattutto sulla Rotta Azzurra); la scorta ai convogli dell’UNHCR e distribuzione aiuti alla popolazione; il controllo dei checkpoint e tentativo di mantenere la tregua; l’evacuazioni mediche sotto fuoco (i “medevac” italiani divennero famosi per il coraggio degli equipaggi); il presidio di alcuni quartieri (es. Dobrinja, Stup, Ilidža).
I nostri soldati aiutarono la popolazione e furono spesso presi di mira. Numerosi veicoli italiani furono colpiti da cecchini o da granate RPG lungo la Rotta Azzurra. Alcuni militari italiani rimasero feriti. Il contingente italiano fu uno dei più numerosi dell’UNPROFOR: circa 7.000-8.000 uomini ruotati nell’arco di tutta la missione. A Sarajevo e nella zona circostante erano presenti contemporaneamente diverse centinaia di militari italiani (tra 500 e 1.000 a seconda dei periodi).
Nel periodo in esame 5 militari italiani hanno perso la vita e molti sono rimasti feriti. I militari italiani erano noti tra la popolazione locale per il coraggio, l’umanità e la capacità di operare sotto fuoco quasi quotidiano, soprattutto lungo la pericolosissima “Rotta Azzurra”. Ancora oggi a Sarajevo molti ricordano con gratitudine i “caschi blu italiani”.
Per quale motivo ricordo questi elementi che fanno onore all’Italia? Per il motivo semplice che la macchia di italiani presenti al safari umano a Sarajevo non può rimanere impunita e questi abominevoli pezzi di carne marcia devono essere presi, incarcerati, condannati ed esposti al pubblico ludibrio.
L’inchiesta della procura di Milano è ora all’attenzione del pubblico ministero Alessandro Gobbis, che l’ha affidata ai Ros dei Carabinieri. Gavazzeni parla di almeno cinque cittadini italiani, ma ipotizza un fenomeno più ampio. “Non parliamo di dieci fanatici – spiega – ma di molti, molti di più. Un terzo di loro ora potrebbero essere morti, ma ci sono due terzi ancora vivi, la cui età dovrebbe aggirarsi tra i 65 e gli 83 anni massimo”.
Secondo la ricostruzione, i “clienti” erano soprattutto uomini d’affari o professionisti benestanti, appassionati di caccia e armi. “Per una trasferta di due o tre giorni – racconta – pagavano quanto si pagherebbe adesso per un trilocale in una zona media a Milano”. Le partenze avvenivano per lo più dal nord Italia, spesso passando per Trieste e l’organizzazione, per forza di cose, doveva avere l’assenso delle milizie serbo-bosniache che controllavano le colline.
L’inchiesta di Gavazzeni si basa su più fonti, tra cui un ex agente dei servizi segreti bosniaci.
Secondo Gavazzeni “queste persone non uccidevano per odio o ideologia, ma per senso di onnipotenza. Guardavano nel cannocchiale del fucile come se fosse un videogioco. Chiunque passasse, sparavano. Non era guerra, era una caccia all’uomo senza motivo”.
Tra il 1992 e il 1996 Sarajevo visse 1425 giorni di assedio. Secondo stime, persero la vita oltre 11mila civili, compresi circa 1500 bambini. Le forze serbo-bosniache di Radovan Karadžić e Ratko Mladić circondarono la città impedendo l’arrivo di viveri, acqua e medicine. Ogni attraversamento di strada poteva essere fatale.
A Sarajevo, spiega Gavazzeni, tutti conoscono la storia dei turisti-giustizieri. “L’hanno sempre saputo, ma per trent’anni si sono sentiti dire che era una leggenda metropolitana. Ora, con questa indagine, sentono che qualcuno li sta finalmente ascoltando”.
En Subašić, ex agente dell’intelligence militare dell’Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina (ARBiH), è stato tra i primi a rivelare e documentare il mostruoso fenomeno del cosiddetto “Sarajevo Safari”: l’arrivo di cittadini stranieri che pagavano per sparare – da posizioni remote, controllate dai serbi – e uccidere civili a Sarajevo, assediata dal 1992 al 1996.
Le prime informazioni su questo fenomeno erano apparse nell’aprile del 1995 in un articolo uscito sulla prima pagina di Oslobođenje, il più antico quotidiano della Bosnia Erzegovina, vincitore dei più prestigiosi premi giornalistici mondiali e dichiarato il miglior giornale del mondo nel 1992.
La vicenda non può finire di nuovo tra le nebbie della dimenticanza. Vivi o morti, quei pezzi di carne marcia che cammina devono essere mostrati al pubblico ludibrio.





