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I GERUNDI E LE NOTE PERSONALITA’ DEL CASO MORO E DI QUELLO ORLANDI

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Vito Sibilio

Recentemente Fabrizio Peronaci, dalle colonne del Corriere della Sera, ha rilanciato alcune inchieste che mettono in evidenza le connessioni tra il Sequestro Moro e quello Orlandi, argomentando dal Caso complementare di Caterina Skerl e dalla presenza di sua nonna sul luogo del rapimento del politico di Maglie. La cosa, che più correttamente dovrebbe essere impostata come trait d’union tra il sequestro dello statista DC e l’attentato a Giovanni Paolo II, non mi stupisce affatto.

Avendo studiato e ricostruito sia la storia dell’attentato a Giovanni Paolo II che quella dell’omicidio di Moro, ho notato delle singolari coincidenze strutturali. Il primo nasce per risolvere la crisi sistemica del POUP, il partito comunista polacco, il secondo per risolvere quella del PCI, entrambe viste ovviamente con gli occhi di Mosca. Nel primo caso si tentò di imbrigliare la Polonia in una rete costruita tra URSS e DDR, pronta ad intervenire anche militarmente. Nel secondo caso si cercò di neutralizzare, anche fisicamente, Berlinguer attraverso l’opposizione interna e la Bulgaria. Entrambe le situazioni precipitarono per due eventi inattesi: l’elezione papale e la disponibilità di Moro ad assecondare il riformismo di Berlinguer. Allora il Cremlino organizza una risposta a più livelli: violenta, denigratoria e ricattatoria, per l’una e l’altra situazione. I due organi, KGB e GRU, convergendo sulla soluzione per obiettivi comuni, imbastiscono una trama internazionale. In essa, sia nel 1978 che nel 1981, ha un ruolo di primo piano l’HVA, il più efficiente servizio segreto satellite. Questo sceglie un altro servizio segreto servente, che nel caso del Papa fu il DS bulgaro e nel caso di Moro fu l’STB cecoslovacco, già profondamente radicato in Italia e burattinaio della rete militare clandestina comunista in Italia, la PSSS. Nell’attentato al Papa, si decise di ricorrere a forme di terrorismo di apparente colore politico diverso, per schermare l’azione. Nel sequestro di Moro, fu attivata la rete internazionale del terrorismo rosso, controllata direttamente da Mosca. In entrambi i casi, il servizio segreto servente cercò un mediatore che lo mettesse in contatto con l’organizzazione terroristica scelta: per il Papa fu la mafia turca, per Moro l’Hyperion. Nel primo caso furono contattati i Lupi Grigi, nel secondo le BR con la RAF e forse Separat. In entrambe le circostanze, i killer erano persone note e gradite all’URSS e alla DDR, nei cui archivi erano schedate. L’attentato al Papa non riuscì, e il killer fu arrestato. Per indurlo a tacere sulla via delle rivelazioni giudiziarie furono rapite Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi, anche se dei due sequestri solo il secondo ha una vera funzione politica, mentre l’altro è in un certo senso propedeutico. Il sequestro di Moro riuscì, ma l’obiettivo politico sfuggì di mano e allora furono usati come ostaggi il Memoriale e altri documenti segreti, onde impedire la prosecuzione della politica morotea. L’ostinazione del Papa polacco e la capacità suasoria di Moro furono elementi di disturbo e i servizi segreti dell’Est dovettero rimodulare la loro azione. Nel caso del Papa, accontentandosi che la Pista bulgara fosse chiusa, nel caso di Moro arrivando ad ucciderlo per bloccare la trattativa e spezzare la coalizione DC-PCI. Nel secondo caso fu una vittoria importante per l’URSS, ma questa è l’unica differenza di peso tra i due eventi delittuosi. Infatti, dopo l’attentato al Papa, i sovietici colpirono a fondo le finanze vaticane con lo Scandalo dell’Ambrosiano, mentre dopo il Sequestro di Moro vibrarono un altro colpo alla DC con le dimissioni di Leone. In tutte e due le operazioni vi furono ampie manovre di disinformazione, che nel caso del Papa legarono il rapimento Orlandi al Vaticano e in quello di Moro ricondussero il suo omicidio alla DC e agli USA. Queste manovre furono assecondate dalle loro vittime per ragioni di politica internazionale, solo che quando le condizioni geopolitiche cambiarono i complici silenti rimasero irretiti nel loro stesso gioco di acquiescenza. Sia l’attentato al Papa che il Sequestro Moro sono diventati un labirinto da cui nessuno è riuscito ad uscire, trovando la strada della verità. Sia l’uno che l’altro si avvalsero di una rete spionistica sovietica ramificata per essere perpetrati. Entrambi videro un ruolo importante di istituzioni deviate, spesso riconducibili a Licio Gelli. Infine, in entrambi, molti che sapevano sono stati uccisi. Sono due delitti simmetrici, che rivelano un marchio di fabbrica. Sono due delitti i cui dati sono leggibili nell’insieme ed insieme solo col paradigma epistemologico della pista rossa.

Nell’articolo di Peronaci si mette poi in evidenza come il fraseggio dei comunicati del Fronte Turkesh, fantomatico detentore della Orlandi, fosse assai simile a quello dei comunicati delle BR, rapitrici di Moro. Anche questa cosa non mi ha stupito. Renzo Rota, ministro plenipotenziario e già consigliere d’Ambasciata a Mosca dal 1965 al 1972, in un celebre rapporto inviato alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’Onorevole Aldo Moro, presieduta da Michele Pellegrino, documentò che la parte centrale del Primo Comunicato delle BR (del 18 marzo) e tutto il Secondo (del 25 marzo) erano stati scritti da un ideologo del PCUS di lingua russa, mentre gli altri Comunicati, dal Terzo al Nono, erano stati redatti da italiani che peraltro avevano cercato di correggere gli errori linguistici precedenti nelle forme adottate. Rota addusse una ricchissima documentazione probatoria: individuò trentasei passaggi retrovertibili dall’italiano al russo e trentatré stereotipi del linguaggio burocratico sovietico; fece poi un dotto commento politico che dimostrava i legami strutturali tra il KGB e le BR. Ma la Commissione ritenne che simili somiglianze linguistiche tra il lessico brigatista e quello sovietico dipendesse dalla formazione culturale dei terroristi. Per questo motivo il dossier di Rota fu utilizzato solo nelle Relazioni di minoranza. Ma quando uno o più documenti, attribuiti a un medesimo autore o gruppo di autori, scritti peraltro in un pessimo italiano, possono essere agevolmente resi in un’altra lingua (nella fattispecie il russo), nella quale invece acquistano coerenza stilistica, sintattica, grammaticale e lessicale, allora ci si trova davanti a testi che non solo sono stati pensati, ma anche scritti originariamente in diverso linguaggio, oltre che malamente e frettolosamente tradotti. Quando uno o più documenti italiani esprimono malamente ma chiaramente una determinata ideologia che, una volta che essi vengono retroversi in altra lingua, ossia il russo, viene improvvisamente espressa in modo chiaro anche se stereotipato, allora quei testi sono stati scritti da qualcuno che, pur condividendo quell’ideologia con i sedicenti estensori italiani, l’ha conosciuta e comunicata nella sua lingua. Questo qualcuno dev’essere stato un esperto dotato di una autorità tale da imporre questi documenti all’uso delle BR e talmente importante da dover essere coperto da una pseudo epigrafia.

Purtroppo per i comunicati del Fronte Turkesh o per quelli del Gruppo Phoenix non è stata fatta alcuna retroversione, sebbene Ferdinando Imposimato abbia raccolto le testimonianze di Markus Wollf, capo supremo dell’HVA, e del suo stretto collaboratore Günter Bohnsack, i quali hanno ammesso che fu il loro servizio segreto a redigere e a spedire quei testi, in collaborazione col DS bulgaro e persino col KGB. Stranissimo che nessuno mai abbia cercato di vedere che forma linguistica avrebbero preso quei testi, scritti in un improbabile italiano, se fossero stati tradotti verbum de verbo nelle lingue dei possibili estensori – tedesco russo e bulgaro – nonché di quei Lupi Grigi che materialmente detennero la Orlandi, come ho spesso rammentato da queste colonne. La medesima cosa si poteva fare per i comunicati dedicati a Mirella Gregori, redatti in un italiano non meno improponibile.

Peronaci cita, come esempio delle somiglianze stilistiche, l’uso del gerundio sia nei testi delle BR sia in quelli del Fronte Turkesh. In particolare si sofferma su quello del 20 luglio 1983, simile al comunicato 9 del Caso Moro. Inoltre sottolinea che in un altro, del 27 novembre del 1985, i fantomatici turchi usassero una locuzione, “nota personalità”, per indicare un importante personaggio che aveva avuto un ruolo nella gestione delle trattative sul Caso Orlandi. Questa locuzione era stata usata durante gli ultimi giorni del Caso Moro per indicare lo statista, e fu con essa che il ministro degli Interni Cossiga fu avvisato che il Prigioniero era stato trovato morto.

In questo comunicato del Fronte Turkesh si legge, ovviamente a scopo denigratorio, che la colpa della mancata restituzione della Orlandi era di Giovanni Paolo II, dello IOR, del Giudice di Agca (che all’epoca era Rosario Priore nell’ambito della Terza Inchiesta), dell’Ambasciata del Costa Rica e della nota personalità. Di essa si indicava l’identità in modo enigmistico:- «La nota personalità: ecco il codice, non è difficile – 2 X IB – 3 X BANO – before born Idi di marzo – Gregori è uguale – EPR – + I VV – 15,15,15,15 + …».

A mio avviso questa sciarada potrebbe essere interpretata come segue. La chiave è “before born Idi di marzo”. La costruzione sembra imitare quella di certa poesia inglese, in cui la preposizione che regge il complemento viene anteposta al verbo che dovrebbe seguire. Tradotto significa: “nato/a prima delle Idi di marzo”. Ora, chi è nato prima delle Idi di marzo è colui/colei che è morto in quella data. Colui che morì alle Idi di marzo fu Giulio Cesare. Chi dunque, all’epoca, in Italia, era paragonato al Dittatore romano? Giulio Andreotti, che infatti era chiamato Divo Giulio.

Seguendo questa linea ermeneutica, vediamo gli altri membretti del crittogramma. IB può essere sia la traslitterazione delle iniziali dell’espressione russa “capo italiano”, sia l’abbreviazione di “italian boss”. Il personaggio sarebbe stato quindi due volte (2 x) capo dell’Italia. Il secondo membretto usa il termine raro “Bano”, che indica il governatore nel linguaggio politico dei Balcani (esiste ancora oggi una regione serba che è chiamata antonomasticamente Banato). Il personaggio sarebbe stato quindi tre volte (3 x) governatore d’Italia. Le due frasi corrispondono ai due distinti periodi (1972-1973; 1976-1979), in cui Andreotti era stato, consecutivamente, capo di due e poi di tre governi. Boss e Bano esprimono un certo disprezzo verso il politico che fu poi accusato di mafia e che era considerato uomo di paglia del Vaticano o degli Usa. Viene poi “Gregori è uguale”, presumibilmente al numero 15, che indica la sua età al momento della sparizione e che torna quattro volte alla fine del crittogramma e che è seguito da un segno “più”. Ossia si indica che la nota personalità aveva quattro volte l’età della Gregori e qualche anno in aggiunta. Andreotti nel 1985 aveva 66 anni, essendo nato nel 1919. In mezzo altri due membretti, composti da due sigle. La prima può essere sciolta in European Parliament Rapresentant, essendo stato Andreotti europarlamentare. La seconda come Italian Very Visible, ossia Italiano Molto Noto, con un segno “piu’” che permette di aggettivare in grado superlativo, per cui andrebbe letto: l’italiano più noto.

Andreotti è stato molto presente nella gestione dei segreti dell’Attentato al Papa. Si è impegnato per circoscrivere i danni del Crack dell’Ambrosiano, per tenere nascosta la Pista bulgara – lo fece nell’URSS vista da vicino, attaccando il giudice Priore, e come membro della Commissione Mitrokhin. All’epoca era Ministro degli Esteri nel I Governo Craxi, a sua volta attivissimo nel sostenere l’indagine internazionale sull’attentato al Papa. Di sicuro Andreotti molto seppe del mostruoso ricatto che si celava dietro i rapimenti della Orlandi e della Gregori e si adoperò per difendere il Vaticano. Infatti, quando venne creata la falsa pista della Banda della Magliana, il nome di Andreotti venne esplicitamente fatto. A dimostrazione che ancora qualcuno voleva vendicarsi infangandolo.

Perché poi Andreotti venne chiamato “nota personalità” come il defunto Moro mi sembra comprensibile alla luce di un intento intimidatorio nei suoi confronti, già manifestato altre volte dagli stessi sovietici. Ad esempio, dopo la morte di Moro, Andreotti, in visita a Mosca, venne accompagnato da Boris Ponomarev, vero ispiratore del terrorismo rosso in Italia, a vedere lo studio di Stalin ancora intatto. Come i suoi metodi verso i suoi nemici.

Credo che queste cose siano meritevoli ancora di studio e di approfondimento.

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  • Redazione

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