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FINE DELL’UNIONE EUROPEA?

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di Maurizio Ballistreri

Non si comprende lo sdegno dei vertici dell’Unione Europea nei confronti del documento della National Security Strategy degli Stati Uniti, che sul Vecchio Continente riferisce della “reale prospettiva di cancellazione della sua civiltà”.

C’è da chiedersi dove vive Ursula von der Leyen con tutti i rappresentati dell’UE? Non era forse nel programma di Trump la costruzione di un nuovo ordine mondiale, segnato dalla tripolarizzazione tra Stati Uniti, Russia e Cina, anche con il progressivo abbandono della Nato, in cui è sempre più egemone la finanza globale e la smaterializzazione del capitale, che stanno generando una società organicistica e incorporata, con masse di individui isolati nei confini di Stati-nazione con sempre meno poteri ed élites finanziarie che decidono a livello planetario?

La verità è che i dazi di Trump hanno segnato la messa in soffitta sia degli Accordi di Bretton Woods del 1944 e delle istituzioni finanziarie nate a livello internazionale da essi, in primis il Fondo Monetario, già vulnerati nel 1971 dalla decisione dell’allora presidente americano Nixon di porre fine al “Gold standard”; sia della globalizzazione, istituzionalizzata con la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il 1º gennaio 1995 a conclusione dell’Uruguay Round dei paesi aderenti al GATT, i cui risultati sono stati sanciti nell’accordo di Marrakech del 15 aprile 1994. Per non parlare dell’irrilevanza dell’Onu.

Una nuova fase geopolitica e dei rapporti economici planetari, rispetto alla quale l’eurozona ha mostrato tutta la sua insufficienza, non evolvendosi verso livelli di superiore integrazione, con una governance politica segnata da gravi deficit democratici. La prospettiva di un bilancio della zona euro è ancora lontana. La crisi di fiducia tra gli Stati dell’area dell’euro è lungi dall’essere stata superata, come confermato dalle recenti decisioni della BCE sui tassi d’interesse. Nuovi strumenti finanziari – come gli eurobond per mutualizzare il debito pubblico dei paesi membri – sono ben lungi dall’essere all’ordine del giorno. I diritti sociali arretrano, in primo luogo salari, pensioni e welfare: Italia docet. La dimensione politica dell’Unione Monetaria è praticamente inesistente, come testimoniano le diverse posizioni verso la Russia e gli Stati Uniti.

Gli spiriti illuminati che illustrarono il percorso dell’integrazione europea, basato sulla sovraordinazione dell’edificio comunitario rispetto agli stati nazionali nei settori che questi ultimi avevano convenuto di affidare all’azione comune attraverso le Istituzioni, sono stati traditi. Jean Monnet, che non può essere certamente sospettato di federalismo radicale, lo disse chiaramente già nel discorso alla prima seduta, nell’agosto del 1952, dell’Alta Autorità della CECA: “Per la prima volta le relazioni tradizionali tra gli Stati sono trasformate… I metodi del passato (si sono rivelati) incapaci di eliminare gli antagonismi nazionali che inevitabilmente si manifestano fin tanto che non sono superate le stesse sovranità nazionali..”.

E, ad oggi, la situazione, nonostante la nascita dell’Unione Europea, sin troppo estesa con la partecipazione di 27 Stati, non appare mutata.

La verità è che manca il “demos” europeo e quella che Jurgen Habermans definisce “la solidarietà civica fra estranei”, con, invece, un’Europa dei muri, dei nuovi nazionalismi, delle incomprensioni e della sfiducia reciproca un po’ come i polli di Renzo mirabilmente descritti dal Manzoni ne “I promessi sposi”, mentre la politica mondiale disegna uno scenario globale senza l’Unione Europea.

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  • Redazione

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