Dall’alto di questo ineffabile magistero democratico, i finti leader europei (esponenti di risicatissime minoranze oligarchiche) pretendono ancora di dettare legge ai giganti del mondo come la più grande democrazia terrestre, l’India, oppure il colosso cinese retto con mano ferrea dalla dittatura del partito comunista, non più direttamente infiltrato dalle lobby occidentali. Negli Usa, i detrattori di Donald Trump (impegnato sulla via della pace in Ucraina) lo accusano di essere un pericoloso autocrate a vocazione dittatoriale, mentre il suo storico interlocutore – Vladimir Putin – è tuttora dipinto come tiranno impazzito, nonostante la Costituzione democratica della presidenziale Russia, le regolari elezioni e il consenso popolare oceanico di cui gode il capo del Cremlino, persino dopo tre anni di guerra e di grandi sacrifici nazionali.
Vedetevela voi, la cosa pubblica è affare vostro: a votare non ci andiamo più, visto che il risultato finale non cambia mai, sia che vinca il centrodestra piuttosto che il centrosinistra. Questo il verdetto delle urne dopo l’ultima tornata delle regionali (in Veneto, Campania e Puglia): quasi due cittadini su tre hanno scelto di disertare le urne. E stavolta non ci sono neppure gli schiamazzi opportunistici di chi tenta di intestarsi l’astensionismo come se fosse un movimento politico pilotabile. A prevalere è semplicemente l’inerzia della disaffezione terminale, che trasforma le strombazzate percentuali dei partiti in numeri reali davvero miseri, da assemblea condominiale. Chi conquista la vetta della classifica lo fa grazie a un pugno di voti, che poi nelle scelte di governo non conteranno praticamente nulla.
Il declino della democrazia (lesionata e svuotata) rende vistosa l’egemonia privatistica dei cartelli di potere, che decidono l’essenziale: economia e moneta, energia, materie prime, sanità e medicinali, scuola e ricerca, alimentazione. Ancora: elettromagnetismo diffuso, telematica e intelligenza artificiale, digitalizzazione universale, bioingegneria e interazione uomo-macchina. Il 99% dell’agenda unica è intoccabile. Tutto è tracciato a monte, la stessa geopolitica è a cura dei maggiori cluster affaristici. Con partiti ridotti a comitati elettorali sovrastati dal marketing personalistico degli effimeri mini-leader mediatici, il politicante di turno (di destra, di centro o di sinistra) è ormai solo una comparsa, dal ruolo cosmetico; la sua funzione principale sembra quella di far credere che la democrazia, “il potere del popolo”, esista davvero. Se le cose stanno così, il politicante ha fallito: visti i risultati, non gli crede più nessuno.
La situazione europea soffre di un disequilibrio spettrale: a decidere sono ancora spaventapasseri come Merz e Macron, esponenti di esigue minoranze detestate dai loro popoli. Tengono in piedi la scandalosa Commissione Europea presieduta dall’impresentabile Ursula e incarnata da teppisti guerrafondai come la nullità estone Kaja Kallas, la quale “abbaia nel cortile nella Russia” mentre il blocco Ue-Nato provvede a estinguere la residua democrazia laddove non prevalga l’isteria russofoba fomentata dai grandi criminali occidentali. L’elenco dei misfatti è lungo: la guerra politica alla Georgia non più anti-russa e alla Moldavia orientale, la barbarica esclusione del rumeno Georgescu (regolare vincitore delle elezioni) e l’altrettanto infame ostracismo ai danni di Marine Le Pen, capo del primo partito francese.
Al premier slovacco Robert Fico spararono al cuore, mancandolo di un soffio. Dalla parte della Slovacchia e dell’Ungheria, non ostili a Mosca, si è ora schierata la stessa Repubblica Ceca: i fantasmi delle storiche repressioni sovietiche di Budapest e Praga, evidentemente, passano in secondo piano, rispetto alla pericolosa repressione anti-russa e alla demenziale corsa agli armamenti contro il bieco invasore immaginario. Persino il Belgio vota contro l’impiego bellico dei fondi confiscati (rubati) ai russi, mentre l’Irlanda – dopo le ultime elezioni, in quel caso importanti – si sfila dal manicomio russofobico dei “volenterosi” pazzoidi europei esaltati da un padrino del calibro di Mario Draghi. Poi, là in fondo, c’è anche l’Italia: dove, come disse qualcuno, la tragedia riesce sempre a trasformarsi in commedia.
“Io sono Giorgia” è riuscita finora a centrare un’impresa davvero lodevole: limitare il diritto di parola, comprimendo lo spazio per le manifestazioni (le nuove regole prefigurano reati) ed erodendo persino il diritto di scioperare. Per il resto, il ridicolo governo italiano è come se non ci fosse: prono a Bruxelles, a Washington, alla Nato. Servile con tutti: con la finanza e con le multinazionali americane di cui Trump, che impone dazi insostenibili, pretende l’assoluta impunità fiscale. La Meloni è un vero portento: come i suoi predecessori ha distrutto quel che restava del vitale rapporto italo-russo. E in Palestina, obbedendo a Netanyahu, ha raso al suolo la rispettabilità di cui l’Italia godeva, in Medio Oriente, dai tempi di Moro. Della Libia è inutile parlare. Quanto all’Albania, è il paese in cui la signora di Palazzo Chigi rinchiude dieci migranti alla volta, trasportati con costosissime navi militari.
L’ennesimo appello al buon senso, recitato – per ultimo – dal generale Vannacci? Finito esattamente là dove si immaginava, nei retrobottega della Lega, osservato con diffidenza dal cipiglio di uno statista come Tajani, oltre che dagli yesman di Fratelli d’Italia, usi obbedir tacendo, su cui regna Giorgia Meloni. Poi, nel nulla cosmico, ecco che arriva anche quella seccatura delle regionali. Rottamati i popolari De Luca e Zaia (tra i pochissimi a sfuggire all’anonimato generale) la risposta degli elettori è stata puntuale: votateveli da soli, i vostri signori nessuno. A prescindere dai vincitori, il destino è segnato: la sanità – che divora quasi per intero il budget delle Regioni – non cambierà di una virgola il suo orientamento aziendalistico dominato da Big Pharma, baroni locali e logge massoniche, dopo l’immane devastazione provocata dalle non-terapie obbligatorie dell’infamia “pandemica”.
Tutti gli analisti geopolitici spiegano che il mondo in arrivo sarà largamente condizionato dalle potenze emergenti, India e Cina, da cui gli Stati Uniti tenteranno di non farsi distanziare. Per l’Europa, il destino pare segnato: già oggi ridotto all’irrilevanza, il vecchio continente (aggrappato alla sua guerra “esistenziale” contro la Russia, giocata sulla pelle degli ucraini) scivolerà al di fuori della storia. L’Italia, tuttora presente nel G8, pare condannata a retrocedere alle spalle delle prime 20, future economie mondiali. Dai territori regionali, la crisi è percepita in modo palpabile: il lavoro scema, il benessere si riduce. E nessuno sembra in grado di riaprire la partita: il motore è rotto, il veicolo è in panne. La democrazia (virtualmente ancora disponibile, come strumento per i cittadini) non è stata ufficialmente bandita, anche se la Terra è circumnavigata dai satelliti privati di Elon Musk e negli Usa sale la protesta di chi invoca la verità sull’indicibile, cioè la “visita extraterrestre”.
In effetti già è durissima coniugare i silenzi dei governi con le ammissioni dei militari, di fronte ai dischi volanti; figurarsi l’accostamento fra le eventuali astronavi, come quella (gigantesca) bombardata dalla contraerea di Los Angeles nel lontano 1942, e le amenità rappresentate dalle diatribe elettorali italiane attorno agli scranni regionali della Puglia, della Campania e del Veneto. Accendi il televisore, e ti viene incontro la spazzatura della guerra. Servirebbero scuole e ospedali, non carri armati. Facile retorica? Questi sono i tempi: la Russia è esclusa dalle competizioni sportive internazionali, mentre Israele no. Il cielo cade a pezzi, la frode trionfa, il drago erutta terribili fiati infuocati. E gli elettori italiani, nel frattempo, adottano lo storico slogan del Ministero della Paura: “Io resto a casa”, ma stavolta contro di loro. Si votino da soli: non sperino più che i cittadini diventino loro complici, in questa squallida recita elettorale.




