
di Eugenio Baresi*
Il linguaggio della responsabilità comune pare perso nella debolezza di una certa politica.
Dal suo settarismo parte quel declino morale che incentiva una concezione antagonistica dei rapporti umani ed il conseguente deflagrare dei conflitti nel mondo.
Non può esistere un mondo di pace se non esiste il riconoscimento della reciprocità nei rapporti.
Non può esserci un messaggio di verità se non esiste il rifiuto alla unica ed esclusiva convenienza di parte.
Non può esistere condivisione se il rispetto riguarda solo il proprio interesse o ancor peggio si vuole coincida con la distruzione dell’altro.
L’odio non è negli altri è soprattutto in chi continua ad attribuirlo agli altri.
Ed allora una semplice ma incisiva frase di un grande avvocato penalista, Odoardo Ascari, che amava la giustizia e che ricordava come nella sua bandiera non ci fossero toppe, un vecchio liberale, ufficiale degli Alpini, reduce di Russia: “non amo né le camice nere né quelle rosse, amo le camice pulite”.
Appellarsi ad una salvifica parola, pace, senza declinarne gli obblighi che in essa sono contenuti perché abbia senso, può rivelarsi più dannoso di un conflitto.
Non è nella dismissione delle regole che si accoglie un messaggio positivo.
I conflitti hanno una genesi, più semplicemente un’origine.
Se esiste chi, per propria missione, ha l’obbligo di distruggere il diverso e l’altro, appellarsi all’inazione non pare una splendida idea se si vuole che tutti i buoni valori vengano preservati.
Allora la “voce grossa” non è irresponsabile urlo, ma più prudente ed opportuno avviso.
Lo “spirito di Monaco”, varrebbe ricordarsene, non è stato e credo non sia un buon viatico.
Nel mondo ci sono conflitti che, tutti, necessitano attenzione.
Nel mondo ci sono popoli che della libertà non conoscono nemmeno la parola stessa.
Nel mondo ci sono quelli che approfittano della libertà per interessarsi di quello che a loro più piace.
Infatti non si interessano della pace nella libertà, si interessano del loro personale odio da manifestare contro una parte.
Allora propugnare una generalizzata esortazione al bene della bontà senza comprendere che il bene e la bontà che noi possediamo sono proprio il motivo che agita chi vuole distruggerle dovrebbe quanto meno far aggiungere una affermazione.
Noi vogliamo offrire bene, pace e comprensione, ma non possiamo accettare che tali valori siano nel disprezzo dell’altrui agire.
Ancora non può esservi una selettiva scelta di raccontare, per altro con indubbie falsità, i conflitti che fanno progressista democratico.
Certamente migliaia di morti nei conflitti africani hanno dignità almeno di una parola.
Sono donne, sono bambini, sono stuprate, sono seviziati e uccisi.
Sono per altro cristiani. E sono poveri.
*ex deputato e segretario della Commissione stragi





