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CORREDENZIONE E MEDIAZIONE, SAPPIAMO DAVVERO COSA SONO?

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di Vito Sibilio

Su queste laicissime colonne, anche un poco iniziatiche, una penna ispirata, quella di Shabbat Menkaura,  ha perorato la causa di due termini, Corredentrice e Mediatrice, che il Sant’Uffizio del Cardinal Fernandez ha  messo di recente inopportunamente ed anacronisticamente sotto accusa, senza, tuttavia, contestarne il contenuto. Ora, in attesa che la fertile mente del porporato che siede sul seggio che fu di Merry del Val, Ottaviani, Seper e Ratzinger generi due nuove parole adatte ad indicare le funzioni mariane significate da quelle messe sotto accusa, mi sono preso la briga di far una sintesi di quelle che, nella Chiesa Cattolica e non solo,  sono le dottrine della Corredenzione e della Mediazione Universale della Beata Vergine.  Io proporrei l’uso di due nuovi termini, Surredentrice e Summediatrice, col prefisso sub incorporato nel sostantivo.

Ma passiamo alla dottrina. Così che anche il lettore laico si faccia una idea su ciò che esse sono per noi credenti e se e in che misura le parole che le esprimono siano realmente o no equivoche. E scusatemi se non sarò tanto laico, perché vi devo confessare che non lo sono mai stato. E abbiate la pazienza di leggere pure le note.

La Maternità Divina fa sì che Maria SS. sia stata la Corredentrice del Genere Umano o, come si preferisce dire oggi, la Generosa Socia del Redentore, la Cooperatrice del Salvatore o, patristicamente, la Nuova Eva associata al Nuovo Adamo nella rigenerazione dell’Umanità[1]. Questa verità, sebbene non dogmaticamente definita, è tuttavia parte della dottrina certa, perché è universalmente creduta dai fedeli, ispira profondamente la devozione unanime del popolo cristiano[2], è fondata nella Scrittura[3], è espressa nella Tradizione[4], è insegnata nel Magistero[5]. Maria SS. ha cooperato formalmente alla Redenzione acconsentendo all’Incarnazione, generando e nutrendo il Cristo, Sacerdote e Vittima, unendo a quelli del Figlio i Suoi dolori, specie ai piedi della Croce, bramando di unirsi a Lui nel sacrificio salvifico attraverso la fede, la speranza, la carità e l’ubbidienza. Questa associazione di Maria al Figlio è universale (perché dura per tutta la Storia della Salvezza), è integrale (perché partecipa alla stessa Salvezza a vantaggio di tutti e per tutte le grazie), è completamente subordinata e dipendente (perché vi partecipa a titolo limitato, per un merito congruente ma non sufficiente). In quest’ottica, i Dolori di Maria, che la tradizione raggruma in sette circostanze, sono il corrispettivo delle Piaghe del Figlio, e le Sue Lacrime l’equivalente del Sangue di Lui, anche se gli uni e le altre acquistano valore solo per la Passione di Cristo. In ragione di ciò i Dolori e le Lacrime – simbolo, queste, della vita di Maria, vissuta ma non perduta nel dolore –sono degne della venerazione dei fedeli.

La maggior parte dei teologi[6] ritiene che la cooperazione di Maria alla Redenzione sia stata immediata, perché Dio ha disposto che la nostra salvezza dipendesse anzitutto dai Dolori di Gesù – in modo principale, indipendente, autosufficiente e necessario – e poi da quelli di Maria – sebbene, come accennavamo, in maniera secondaria, dipendente da Lui, insufficiente e solo ipoteticamente necessaria. Maria, prima redenta, offrì i Suoi Dolori –che altrimenti sarebbero stati inutili, in quanto Lei non aveva nulla da espiare – per la salvezza degli altri uomini, associandosi volontariamente al Sacrificio, di per sé già efficace, del Figlio, secondo quanto suggeritole dallo Spirito Santo (redenzione obiettiva)[7]. Un’altra ipotesi, la cooperazione immediata passiva, non è a mio avviso esclusa dalla prima, anche se di solito sono considerate alternative: Maria, a nome della Chiesa e dell’Umanità, accetta e riceve ai piedi della Croce i meriti di Cristo e li rende trasmissibili a tutti[8]. Ossia ai piedi della Croce Maria avrebbe ricevuto  i meriti del Figlio, col Suo assenso ad essere salvata con gli altri, e vi avrebbe aggiunto i propri, quale primizia dell’Umanità redenta e quale Eva obbediente per il bene della Sua progenie. La terza e ultima ipotesi, la cooperazione mediata, anch’essa alternativa alle altre due, può tuttavia pure armonizzarsi con quelle. In questa teologia la collaborazione mariana alla Salvezza, concepita appunto come mediata e remota, è previa, perché Maria acconsentì all’Incarnazione e perché ai piedi della Croce, proprio per il Suo doloroso assenso alla Morte del Figlio, ricevette il diritto di applicare attivamente i meriti di Lui alla salvezza di ognuno (redenzione subiettiva). Queste due ultime tesi potrebbero fondare il diritto specifico di Maria SS. alla Mediazione, di cui diremo, e quindi costituirsi come fondamento della Sua assoluta causalità strumentale di salvezza.

E’ ai piedi della Croce che Maria SS. partorisce nel dolore, cosa che non Le era toccata a Betlemme, perché diventa Madre della Chiesa e di ognuno di noi, la Madre nostra. In questa maniera, la Sua Maternità Divina si completa, perché si estende a tutte le membra del Mistico Corpo del Suo Figlio, sia considerate singolarmente che come totalità, la quale è appunto la Chiesa.

Questa Chiesa è, di per sé, il Cristo Totale, il Pleroma, composto da Lui e da noi salvati, inclusa la Madre. E’ cioè il Corpo del Cristo. Ma, considerata di per sé, senza il Cristo, la Chiesa è la Sua Sposa, nata dal Suo Costato squarciato, e a Lui unita indissolubilmente, appunto nel Pleroma. Infine, se consideriamo la Chiesa senza Maria, questa ne è la Madre, perché genera tutte i Suoi membri, tranne ovviamente Se stessa, come ha generato il Cristo. Tale generazione avviene per necessità: non si può essere innestati in Cristo senza divenire figli di Maria, e ovviamente senza che costei compia atti generativi in senso soprannaturale. Tali atti sono gli stessi della Maternità Divina e della Corredenzione: la Concezione e il Parto di Cristo, il nutrirlo e allevarlo, l’offrirlo ai piedi della Croce; tale maternità perdura tuttora nell’intercessione e in tutti gli atti con cui Lei ci ottiene i doni dell’eterna salvezza, e durerà fino al coronamento perpetuo degli eletti. Questa Maternità ecclesiale si ravvisa nel rapporto tra la Donna e la Sua Stirpe, che non è il solo Cristo, e che è espresso in Gn 3,15 e Ap 12,18, dove Ella ha una numerosa discendenza. Sebbene non sia una dottrina definita dogmaticamente, è tuttavia certa per le stesse ragioni per cui lo è quella della Corredenzione[9].

Vi è una correlazione tra la Corredenzione e il culto dell’Addolorata, universalmente praticato. Del resto, questo è quanto – con efficace sintesi – insegna la Lumen Gentium al capitolo VIII, ai nn. 58, 60 e 62, echeggiando il venerabile Pio XII (1939-1958) nella Mystici Corporis (1943), Pio XI (1922-1939) nella Miserentissimus Redemptor (1928), San Pio X (1914-1922) nella Ad diem illum (1904), Leone XIII (1878-1903) nella Adiutricem Populi (1895),  nonché Padri come Sant’Andrea di Creta (660 ca.-740) nel Sermo in Nativitatem Mariae, San Germano di Costantinopoli (640-730) nella In Annuntiationem Deiparae e nella In Dormitionem Deiparae, San Giovanni Damasceno (676-749) nella Homilia in Dormitionem B.V.Mariae. 

Questo sentire è in perfetto accordo con l’archeologia, che ci mostrano la presenza, nelle viscere del Calvario, di luoghi di culto del I secolo, in cui il Redentore era associato ai Dolori della Madre, specie nel Sabato Santo. Non sarebbero stati venerati dai cristiani, se fossero stati dettati da miscredenza. Gli scavi del 1958 e del 1973-1977 di Mallios, Katsimbinis e Diéz, restituendoci alcuni elementi del Calvario originale e del monumento sacrilego voluto da Adriano (117-138), hanno portato alla luce l’ambiente detto dai testi post – crucem e la famosa “grotta dei tesori”, legata al ciclo di Adamo col sepolcro del nostro progenitore e con la dottrina della  descensio ad inferos di Cristo, come ricorda San Luciano di Antiochia (240-312) nella Passione. Tale luogo era legato anche al planctus della Nuova Eva che nel Triduo Pasquale aspettava la Resurrezione del Figlio. Qui si conservava la Santa Lancia, la spugna che dissetò il Crocifisso e l’immagine dell’Addolorata. Da qui trassero ispirazione i testi liturgici della Staurotheotókia. Non a caso Adriano volle sovvertire questo culto con quello di Venere che piange per risuscitare Adone. Segno che i Giudeo- Cristiani avevano già strettamente congiunto i Dolori di Maria a quelli del Figlio. Perciò la erronea teologia della Scuola antiochiena e dei suoi continuatori va addebitata proprio alla mancanza di collegamento alla storia, ed è dettata più che altro dal pregiudizio per cui anche la Vergine dovesse peccare, per essere redenta da qualcosa. Il peccato, mostruoso, era proprio compiuto col dubbio ai piedi della Croce ! E’ incredibile come il clima teologico dell’epoca abbia ottenebrato la sensibilità spirituale di autori tanto illustri e peraltro così devoti di Maria. Grazie al magistero di Sant’Ambrogio (339/340-397) – e, per inciso, al macolismo di certa patristica, che faceva redimere Maria dal peccato originale – la dottrina della Corredenzione si è riaffermata, riallacciandosi sia pure inconsapevolmente, alle sue origini giudeo-cristiane, ed è continuata in tutta la letteratura sacra.

Si è peraltro materiata della fervida devozione popolare, che è appunto all’Addolorata, il cui percorso cultuale è una strada privilegiata per constatare come, lungo i secoli, la credenza nella Corredenzione è stata parte della fede del Popolo di Dio, il quale non si inganna nel suo sentire soprannaturale. Un sentire che, si badi bene, ha avuto sempre illustri conferme di magistero.

La devozione all’Addolorata nella Grande Chiesa è certamente molto anteriore alle sue prime attestazioni. Ab immemorabili il Triduo Pasquale ha i suoi momenti mariani, particolarmente espliciti nella liturgia greca e in quelle orientali in genere. Del resto, Sant’Ambrogio non avrebbe potuto insegnare che la Beata Vergine partecipava ai dolori del Figlio se il popolo non fosse stato predisposto ad aderire ad una simile dottrina, avendola professata nella sua pietà: i casi moderni della devozione all’Immacolata e all’Assunta lo dimostrano come esempi. Possiamo ritenere quindi che la Chiesa latina già dal Tardo Antico si avviasse verso tale forma di devozione. Della pietà per i dolori della Compatiens presso i Giudeo-Cristiani abbiamo detto, e risalgono al I secolo. L’influenza di queste credenze nella tradizione siriaca fa supporre che presto anche le Chiese antiochiene abbiano recepito tale devozione. Che i Greci avessero devozione all’Addolorata è attestato almeno dall’epoca delle icone dette Blachernitissa – che lega con Gv 19, 26 e con la croce la Theotókos – e Calchopratìa – in cui la Mater Dolorosa è compresa dalla dottrina della Corredenzione e della vittoria di Cristo Crocifisso che redime col Suo Sangue i giusti del limbo – che sono del V sec. In Occidente abbiamo un oratorio dedicato a S.Maria ad Crucem a Paderborn nel 1011. Sant’Anselmo di Aosta (1033-1109) parla della Cumpatiens tra il 1063 e il 1093. Nel XIII sec. la devozione alla Mater Dolorosa si sviluppa, e nel XIV si precisa in quella ai Sette Dolori, con formule di esercizi devoti che, basati su un ciclo settenario, scandivano la meditazione dei Dolori della Vergine, e che costituiscono la preistoria della Corona dell’Addolorata o dei Sette Dolori, nata per impulso del Capitolo generale dei Servi di Maria nel 1646 e da esso confermata nel 1652. La Via Matris Dolorosae, che ricalca la Via Crucis con un ciclo di Sette Stazioni, risale alla Spagna del XVIII secolo, nelle chiese dei Servi di Maria. Anche il pio esercizio dell’Ora Santa della Desolata – che sarebbe da rendere obbligatorio o il Venerdì Santo dopo l’Adorazione della Croce, o il Sabato Santo – risale al XVIII secolo. Dal ‘500 – ‘600 si sviluppò il mese devozionale di settembre all’Addolorata, particolarmente sentito ovviamente dai Serviti. Purtroppo, non ancora nessun papa ha fatto per questo mese devozionale ciò che Leone XIII ha fatto per ottobre, o Pio VII (1800-1823), Gregorio XVI (1831-1846) e Pio IX (1846-1848) per maggio.

La Commemoratio angustiae et dolorium B.M.V. è attestata per la prima volta in Occidente dal decreto del Concilio provinciale di Colonia, che la istituiva per il venerdì dopo la III domenica di Pasqua, probabilmente ricalcando l’uso liturgico dei Servi di Maria, a Colonia dal ‘200. Se il valore di questa liturgia era essenzialmente commemorativo della commendatio di Maria a Giovanni, la messa di « Nostra Signora della Pietà » inserita da Sisto IV (1471-1484) nel messale romano nel 1482 ha un sapore squisitamente soteriologico. Da papa Della Rovere in poi, le messe incentrate sul mistero dei dolori mariani si moltiplicano e si disseminano per tutto l’anno liturgico. Ma è il formulario sistino ad essere concesso ai Servi di Maria per la Missam de Septem Doloribus B.M.V. la terza domenica di settembre il 9 giugno 1668 da Alessandro VII (1655-1667), ricalcando quella del messale di San Pio V (1565-1572) per il Venerdì Santo. Clemente XI (1700-1721) nel 1714 concesse quest’ultima festa ai Servi, e il venerabile Benedetto XIII (1724-1730)  nel 1727 la estese a tutta la Chiesa latina. Pio VII nel 1814 invece istituiva la festa dei Sette Dolori la terza domenica di settembre per tutta la Chiesa. San Pio X la spostò al 15 settembre, aderendo all’uso ambrosiano. San Paolo VI (1963-1978) ha soppresso la commemorazione del Venerdì Santo e ha ridotto a memoria la festa settembrina, peraltro dedicata all’Addolorata.  I Serviti conservano la festa del venerdì dopo la V domenica di quaresima, e quella del 15 settembre. Bene sarebbe fissare per tutta la Chiesa, in un venerdì di quaresima, una commemorazione della Corredentrice per preparare i fedeli alla celebrazione della Passione, ed elevare la memoria dell’Addolorata a solennità della Corredentrice.

Oggi, le antiche devozioni rifioriscono per impulso di recenti esperienze mistiche. Ho citato il culto e le rivelazioni sul Cuore Addolorato di Maria scrivendo di quello Immacolato. Una Corona delle Lacrime di Maria è stata annunziata da Cristo l’8.11.1929 e rivelata da Maria l’8.3.1939 alla Serva di Dio suor Amalia di Gesù Flagellato, come eredità particolare per l’Istituto delle Missionarie del Divin Crocifisso, a Campinas in Brasile. Una conferma celeste dell’attribuzione a Maria del titolo di Corredentrice è venuta dalle apparizioni di Amsterdam, dove dal 1945 al 1959 la Beata Vergine Maria si è presentata a Ida Peerdeman (1905-1996) come Signora di Tutti i Popoli e ha chiesto esplicitamente la definizione del dogma della Corredenzione e della sua Mediazione Universale .

Bisogna poi ricordare la lacrimazione della Madonna a Siracusa, avvenuta nel 1953, perché come dicevamo le Lacrime di Maria sono parte del Suo dolore corredentivo.  La Vergine non potrebbe oggi piangere sui peccati dell’uomo, se non avesse partecipato alla loro redenzione. Le lacrime di Maria nel corso della storia sono una esplicitazione di quelle sofferenze che Lei già ha patito, in previsione, per espiare le colpe che la commuovono. Tale sofferenza si ripete misticamente, in quanto la Madre gloriosa non può più patire, ma può contristarsi attraverso quel Mistico Corpo del Figlio di cui Lei è Madre sin dal Calvario. Una esplicita mariofania dell’Addolorata si è avuta in Rwanda, il 28 novembre 1981, in un collegio di studentesse, tenuto da Suore di una Congregazione religiosa locale in Kibeho, presso Mubuga, nella regione naturale del Nyaruguru. Lì apparve la Nostra Signora del Dolore. Il 31 maggio 2003, alle 10,00 del mattino, mentre il cardinale Crescenzio Sepe, allora Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli e oggi Arcivescovo di Napoli, legato apostolico da San Giovanni Paolo II (1978-2005) per la consacrazione del Santuario di Nostra Signora del Dolore a Kibeho, celebrava la solenne Messa con tutti i vescovi rwandesi, aveva luogo, dinanzi ai fedeli lì radunati, il fenomeno della danza del sole, come a Fatima, il 13 ottobre 1917. Esso durò otto minuti e fu filmato e fotografato e tanto da escludere ogni tipo di suggestione.

L’altra gemma che orna la corona della Vergine Maria e di cui ci occupiamo è la Mediazione Universale. Anch’essa dottrina certa, anche se non oggetto di definizione dogmatica[10], quella della Mediazione indica la funzione di Maria SS. di impetrare da Dio e distribuire ogni tipo di grazie agli uomini, dalle temporali  a quelle della salvezza eterna. Essa è l’ultima e più completa scaturigine della Maternità Divina di Maria SS. e della Sua Verginità, l’esplicazione e il coronamento pieni della Sua Regalità e della Sua Maternità Ecclesiale, il complemento della Sua Corredenzione, il frutto maturo della Sua Immacolata Concezione. I suoi luoghi biblici sono l’Annunciazione (dove Maria pronuncia il Suo assenso mediativo all’Incarnazione, somma di tutti i doni di Dio all’uomo), le Nozze di Cana (dove intercede attivamente per gli uomini), il Calvario (dove assume la Maternità degli uomini in aggiunta a quella del Figlio). Le ipotesi teologiche sulla modalità di tale mediazione sono tre. La prima la presenta come causalità o influsso morale, perché Maria SS. intercede per i fedeli spingendo Dio a operare direttamente in loro. La seconda la mostra come causalità o influsso fisico-strumentale che dispone alla Grazia o procura un titolo esigitivo di essa. La terza la manifesta come causalità o influsso fisico-strumentale che produce ed effonde la Grazia negli uomini, ed è la più conforme alla fede cattolica. Ma non esclude, anzi ingloba, dentro di sé la prima ed esplicita il senso della seconda. Infatti tale Mediazione può essere intesa solo se rettamente rapportata alla Mediazione del Cristo e alla funzione della Chiesa. Il Cristo è l’unico vero Mediatore, perché in Sé congiunge la Natura Umana e la Divina, e riconcilia l’umanità con Dio. La Sua Ipostasi è il ponte tra cielo e terra. Vittorioso sulla morte e sul peccato, come Redentore libera gli uomini e li santifica. Egli media per loro le grazie della salute eterna e temporale, e lo fa proprio attraverso la Sua Umanità glorificata. E’ tramite essa che effonde lo Spirito Santo, il quale opera in Sua vece nel cuore dell’uomo. Cristo è dunque causa agente di salvezza e lo Spirito Santo è causa efficiente consapevole. Il Primo ottiene la Grazia, il Secondo la produce. Strumento eletto di tale duplice causalità è la Chiesa, Mistico Corpo del Cristo e sacramento di salvezza. Essa infatti è efficace nel comunicare la Grazia, che produce non in senso assoluto come lo Spirito, ma introducendola in questo mondo. Maria SS. è al vertice di tale funzione: è Lei che, consapevolmente, nell’economia salvifica che si compie nella Chiesa, è lo strumento di cui lo Spirito, per conto del Figlio, si serve per comunicare la Grazia e, in essa, tutte le grazie. Nella bella immagine di San Pio X, Maria SS. è il “collo” del Corpo Mistico, inferiore solo al Capo, tramite irrinunciabile tra l’Uno e l’Altro, nel quale scorre, verso le membra, l’influsso salvifico del Cristo, sia come Grazia creata che come Grazia increata, ossia lo stesso Spirito Santo. Perciò Maria SS. produce la Grazia non dal niente – cosa che solo Dio fa – ma perchè la introduce in questa dimensione, o meglio essa passa tramite Lei, vera Porta del Cielo, non senza il Suo consenso amorevole. Ossia lo Spirito Santo, come si effonde dall’Umanità Gloriosa del Redentore, così passa attraverso quella Assunta della Madre, associata alla funzione della santificazione e che continuamente intercede per noi, perché abbiamo la Grazia preveniente, santificante, sufficiente, efficace, di stato, attuale, concomitante, susseguente. E tali grazie, concesse, passano attraverso la Mistica Porta, Maria SS. Per essa defluiscono anche le grazie naturali. Non si tratta di immaginare una Madonna che decide Lei la salvezza, ma una Madre che consapevolmente compie una funzione inferiore solo a quella del Figlio di Dio e del Suo Spirito,  e che la compie secondo quello che Dio stesso le dice di fare, essendo identica, nella beatitudine, la Volontà del Signore con quella della Vergine. La Mediazione Materna si estende anche al Purgatorio, dove la Madre impetra, distribuisce, dispensa i suffragi e gli aiuti alle Anime espianti, per cui è chiamata Nostra Signora del Suffragio. A perpetuo coronamento di tutti gli eletti, tramite Maria SS., Madre di tutti loro riuniti nel Cristo Totale  e loro Corredentrice, splende innanzi alla folla dei Beati la Gloria del Risorto, da cui promana la grazia del Lume della Gloria, per cui essi, in eterno, contemplano l’Essenza della Trinità Divina e le Sue Sussistenze sublimi. In quest’ultima mediazione materna, senza fine, Maria SS. è per l’ennesima volta lo strumento consapevole del Figlio, unico Salvatore.

Nella storia vediamo che dal III sec. Maria è invocata come interceditrice qualificata nella preghiera liturgica; i Padri esprimono lo stesso concetto e dal VI sec. usano il termine Mediatrice, che diviene comune dal XII sec. e passa ad esprimere una precisa posizione teologica dal XVIII sec.   Essa si configura nel modo attuale a partire dal XX sec., sotto l’impulso del magistero di Leone XIII (1878-1903), che chiama la Vergine “Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice”, forte della devozione dei fedeli e dell’insegnamento di tanti Santi. San Pio X proseguì con questo magistero. La tematica mediazionista all’epoca racchiudeva in sé anche quella della Corredenzione, e per chiedere una definizione dogmatica in tal senso si mosse la Chiesa Belga nel 1921, che promosse un approfondimento sistematico dell’argomento. A richiesta della stessa Chiesa locale, Benedetto XV (1914-1922) le concesse la celebrazione della Messa e dell’Ufficio della Mediatrice, si disse pronto a concedere altrettanto a qualunque diocesi ne avesse fatto richiesta, ma non si pronunciò sulla definizione dogmatica (che avrebbe riguardato anche la Corredenzione). San Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941) fu un ardente fautore della definizione dogmatica mediazionista. Fu il Concilio Vaticano II (1962-1965) a dare una dottrina organica sull’argomento, anche se non usò il titolo di Mediatrice né quello di Corredentrice, preferendo quelli di Serva del Signore, Madre del Salvatore, Socia del Redentore, Figlia di Sion, tutti di profondissimo contenuto biblico e spesso attestati nella stessa Scrittura. Il Concilio insegna la funzione materna verso gli uomini di Maria SS. e la Sua funzione salvifica subordinata. Non dichiara però che la Vergine sia necessaria nell’intercessione e nella distribuzione di tutte le grazie, anche se non lo esclude. La prudenza è dettata sia dal dibattito teologico in corso che dalla preoccupazione ecumenica. La sua dottrina è stata riproposta con vigore da Giovanni Paolo II nella enc. Redemptoris Mater, nella quale tutto, a partire dal titolo, evidenzia l’unione della Madre alla Redenzione, e in cui si parla esplicitamente di Mediazione Materna di Maria SS.: in tale tematica sono reinserite anche le dottrine della Cooperazione alla Redenzione, della Regalità e della Maternità spirituale di Maria, così come suggerito dal movimento mediazionista mariano degli Anni ’20-’30 del XX sec. Perciò la sintesi dottrinale del Papa travalica i termini della questione come è qui impostata e sussume tutte le posizioni dottrinali certe sul tema delicato del rapporto tra Cristo e Maria nella Redenzione compiuta dal Figlio. La costanza dell’insegnamento magisteriale e teologico, l’universalità della devozione e della fede, l’esempio dei Santi fanno sì che questa sublime verità che fa parte della Rivelazione di Dio meriti di essere definita dogmaticamente.

 

[1] L’appellativo Nuova Eva spetta anche alla Chiesa, ma siccome Maria è il modello della Chiesa, allora va bene anche per Lei. La Chiesa ha la funzione della Nuova Eva, e in tale funzione è parte integrante Maria SS. Questa ha sia la funzione, in relazione alla Chiesa, sia l’identità, che la Chiesa non può avere perché non è una persona.

[2] In particolare per il culto dell’Addolorata, accreditato peraltro dal Magistero ecclesiastico e dai Dottori della Chiesa pressoché da sempre.

[3] Il tema biblico più probante è la presenza di Maria SS., la Donna del Protovangelo che schiaccia il capo del serpente, sul Calvario. Da ciò uno sviluppo dell’equazione Maria = Nuova Eva, sulla base del tema paolino di Gesù Nuovo Adamo. Ma non mancano altri luoghi, anche veterotestamentari, come per esempio i riti sacrificali di animali di sesso femminile nel Levitico, a partire dalla giovenca rossa, che sono figure del sacrificio associato di Maria SS. Profezie fondamentali sulle sofferenze di Maria SS. sono le prime tre Lamentazioni di Geremia.

[4] San Giustino (†165) fu il primo a sviluppare la contrapposizione parallela tra Maria e Eva, l’una Madre e obbediente, l’altra moglie e ribelle, l’una causa di salvezza, l’altra di dannazione, entrambe vergini al momento del loro agire carico di conseguenze per il futuro. Sant’Ireneo (†202) proseguì la comparazione, considerando opportuno che Dio rimettesse in circolo la Grazia mediante un comportamento uguale e opposto a quello di Eva, tenuto da una Donna simile e opposta. Ancora sant’Epifanio nel 377 considera Maria SS. la vera Madre dei Viventi al posto di Eva; lo Pseudo-Alberto nel XIII sec. fa di Maria l’adiutorium simile sibi di Cristo stesso, citando Gn 2,18. Così in Oriente Cabasilas (†1396). Il tema fu originalmente ripreso dai cardinali A. Billot e J. H. Newman in tempi recenti e, con un suggello del supremo magistero ordinario, dal Concilio Ecumenico Vaticano II (LG 56).

[5] Manca solo la definizione dogmatica, a suo tempo richiesta a papa Benedetto XV (1914-1922), autore dell’Enciclica Inter Sodalicia (1918), la prima, breve e densa espressione della dottrina della Corredenzione nella storia del magistero papale, che si era pronunziato favorevolmente in merito con Leone XIII e San Pio X. La dottrina fu ampiamente ripresa da Pio XI,  dal ven. Pio XII e, come dicevo, dal Vaticano II; l’ultimo ad insegnarla è stato Giovanni Paolo II nella enc. Redemptoris Mater del 1984. Auspico che il Santo Padre, magari assieme all’Episcopato in un Sinodo straordinario deliberante, definisca quanto prima questa verità come rivelata, suggellando così la crescita della sua comprensione nella fede da parte del Popolo di Dio.

[6] In mancanza di decisioni magisteriali, il consenso dei teologi è criterio orientativo.

[7] Se è vero, come diceva sant’Ambrogio, che Gesù non aveva bisogno di aiuto per redimerci, è altrettanto vero che nessuno poteva impedirgli di associarsi qualcuno a tale impresa, attribuendogli un ruolo subordinato, così da far risaltare l’efficacia del Suo Sacrificio, capace di redimere tanto profondamente da rendere i redenti causa di salvezza.

[8] In quest’ottica, Maria è piena di grazia non solo per Sé, ma per tutti. Contiene in germe tutta la grazia da trasmettere agli altri uomini.

[9] Fu Paolo VI nel 1964 a proclamare Maria Madre della Chiesa davanti al Concilio Vaticano II, che nella Lumen Gentium  nn. 53.54.61.62.63.65.67 aveva enunciato la dottrina corrispondente, senza usare il titolo.  La proclamazione è stata ripetuta ancor più solennemente da papa Giovanni Paolo II nell’enc. Redemptoris Mater. La dottrina è in effetti antichissima, essendo stata sostenuta per esempio da Clemente di Alessandria, da Sant’Epifanio, da Severiano di Gabala, da Teodoro di Ancira, da Proclo di Costantinopoli, da Isacco della Stella. In tempi recenti, la dottrina è stata costantemente affermata dai Papi, da Gregorio XVI (1831-1846) in poi, tra cui San Pio X  ha dato delle indicazioni dogmatiche precise, chiarendo il nesso tra Cristo, Maria e la Chiesa. Purtroppo, la proclamazione montiniana fu oggetto di polemiche, ora sopite. Un giorno anche questo titolo meriterà una ancora più solenne attribuzione, con dei canoni dogmatici. Una menzione particolare merita la funzione materna di Maria verso il Papa, Vicario in terra del Suo Figlio: il titolo di Madre del Papa fu adoperato da Giovanni XXIII (1958-1963).

[10] Dal III sec. Maria è invocata come interceditrice qualificata nella preghiera liturgica; i Padri esprimono lo stesso concetto e dal VI sec. usano il termine Mediatrice, che diviene comune dal XII sec. e passa ad esprimere una precisa posizione teologica dal XVIII sec. Essa si configura nel modo attuale a partire dal XX sec., sotto l’impulso del magistero di Leone XIII, che chiama la Vergine “Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice”, forte della devozione dei fedeli e dell’insegnamento di tanti Santi. San Pio X proseguì con questo magistero. La tematica mediazionista all’epoca racchiudeva in sé anche quella della Corredenzione, e per chiedere una definizione dogmatica in tal senso si mosse la Chiesa Belga nel 1921, che promosse un approfondimento sistematico dell’argomento. A richiesta della stessa Chiesa locale, Benedetto XV le concesse la celebrazione della Messa e dell’Ufficio della Mediatrice, si disse pronto a concedere altrettanto a qualunque diocesi ne avesse fatto richiesta, ma non si pronunciò sulla definizione dogmatica (che avrebbe riguardato anche la Corredenzione). Fu il Concilio Vaticano II a dare una dottrina organica sull’argomento, anche se non usò il titolo di Mediatrice né quello di Corredentrice, preferendo quelli di Serva del Signore, Madre del Salvatore, Socia del Redentore, Figlia di Sion, tutti di profondissimo contenuto biblico e spesso attestati nella stessa Scrittura. Il Concilio insegna la funzione materna verso gli uomini di Maria SS. e la Sua funzione salvifica subordinata. Non dichiara però che la Vergine sia necessaria nell’intercessione e nella distribuzione di tutte le grazie, anche se non lo esclude. La prudenza è dettata sia dal dibattito teologico in corso che dalla preoccupazione ecumenica. La sua dottrina è stata riproposta con vigore da Giovanni Paolo II nella enc. Redemptoris Mater, nella quale tutto, a partire dal titolo, evidenzia l’unione della Madre alla Redenzione, e in cui si parla esplicitamente di Mediazione Materna di Maria SS.: in tale tematica sono reinserito anche le dottrine della Cooperazione alla Redenzione, della Regalità e della Maternità spirituale di Maria, così come suggerito dal movimento mediazionista mariano degli Anni ’20-’30 del XX sec. Perciò la sintesi dottrinale del Papa travalica i termini della questione come è qui impostata e sussume tutte le posizioni dottrinali certe sul tema delicato del rapporto tra Cristo e Maria nella Redenzione compiuta dal Figlio. Noi, per motivi di chiarezza separiamo la trattazione della Mediazione propriamente detta dalla Corredenzione, a cui rimane strettamente ed intimamente connessa nell’economia salvifica.

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  • Redazione

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