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L’ITALIA CHE NON FA MAI PACE CON SE’ STESSA

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C’è un filo che attraversa la storia italiana come una crepa che non si rimargina mai. Ogni volta che sembra saldato si riapre, e da lì ricomincia a filtrare quella rabbia antica, viscerale, ciclica, che cambia bersagli ma non natura. È la rabbia di un Paese che non ha mai davvero fatto pace con sé stesso.
Negli anni Settanta quella rabbia prese le sembianze delle Brigate Rosse. Ragazzi che avevano studiato Gramsci e Lenin e che decisero di tradurre le idee in proiettili. Dicevano di combattere lo Stato borghese ma finirono per colpire lo Stato democratico, quello che consentiva loro di parlare e studiare. La P38 divenne simbolo di una rivoluzione che uccideva in nome del popolo ma che del popolo non aveva più nulla.
Nello stesso periodo, dall’altra parte dello spettro ideologico, esplodeva la strategia della tensione. Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, NAR. Bombe nelle banche, sui treni, nelle piazze. Piazza Fontana, Brescia, Bologna. Tutto per generare paura e chiedere ordine, tutto per spingere il Paese verso una svolta autoritaria. Due estremi che si alimentavano a vicenda come se l’Italia fosse un campo di battaglia dove la destra e la sinistra eversiva si passavano il testimone del disastro.
Poi arrivò la mafia a ricordarci che il potere non ha colore politico ma solo interessi. Falcone e Borsellino capirono troppo tardi che la violenza non era più ideologica ma sistemica, che la logica del dominio non cercava la rivoluzione ma la continuità del silenzio. Quando saltarono in aria le autostrade non c’era più nessuna ideologia, solo l’Italia che si scopriva incapace di difendere i suoi migliori servitori.
Nel frattempo il nostro Paese era diventato una frontiera aperta per ogni tipo di influenza esterna. Palestinesi, libanesi, spie sovietiche, agenti americani. Durante la Guerra Fredda l’Italia fu crocevia di interessi, di dossier e di accordi silenziosi. Ci passavano tutti, ci osservavano tutti, ci usavano tutti. E ancora oggi, tra una soffiata diplomatica e una fuga di notizie, il nostro Paese continua a oscillare tra il ruolo di alleato e quello di terreno neutro per guerre che non gli appartengono ma lo attraversano.
Finita l’epoca delle armi e dei covi segreti, l’Italia è entrata nell’era dell’apparenza. La rabbia non si esprime più con la pistola ma con il telefono. Non servono più volantini ciclostilati, bastano due righe su un social e un hashtag ben piazzato per incendiare la piazza digitale. I nuovi eversori non hanno un manifesto, hanno un profilo. E si chiamano maranza, paranze, gang di periferia che si filmano mentre spaccano vetrine e rivendicano rispetto a colpi di like.
È la nuova forma del disagio, travestita da intrattenimento. Il crimine che diventa contenuto, la devianza che diventa trend. Generazioni che non credono più a nulla ma che vogliono essere viste da tutti. Non cercano la rivoluzione, cercano visibilità. E la visibilità, oggi, vale più del potere.
Nel frattempo le spie non sono sparite, hanno solo cambiato ufficio. Quelle russe e quelle cinesi si muovono tra Roma, Milano, Bruxelles, con coperture sempre più raffinate e interessi sempre più opachi. Sono la versione moderna del vecchio gioco delle influenze, e l’Italia resta un campo di prova perfetto per chi vuole tastare la solidità dell’Occidente senza dare troppo nell’occhio.
Ogni epoca ha avuto la sua forma di lotta, ma tutte raccontano la stessa malattia. La nostra incapacità di credere nello Stato come casa comune. Abbiamo imparato a vederlo come un nemico o un ostacolo, mai come una responsabilità condivisa. E ogni volta che la sfiducia cresce, nasce una nuova forma di ribellione. Prima le Brigate Rosse, poi la mafia, poi il populismo, poi la rabbia social. Tutte figlie della stessa madre: la delusione.
Ci illudiamo di essere un Paese moderno, ma ci comportiamo come una società adolescenziale, sempre pronta a contestare ma incapace di costruire. Preferiamo il colpevole simbolico alla riforma strutturale, la denuncia alla proposta, lo scandalo alla soluzione. E così restiamo immobili, come un vecchio attore che recita sempre la stessa parte davanti a un pubblico che cambia ma finge di non accorgersene.
Oggi la violenza non esplode, scorre sottopelle. È verbale, digitale, sotterranea. Si alimenta di disinformazione, di complotti, di sfiducia. È un terrorismo nuovo, senza sangue ma non meno pericoloso. Un terrorismo che non distrugge corpi ma realtà.
L’Italia resiste, come sempre. Ma lo fa per inerzia, non per visione. Sopravvive tra una crisi e l’altra, tra una rivoluzione mancata e una promessa tradita. Eppure c’è ancora qualcosa che la tiene in piedi, una resilienza inspiegabile che non è virtù ma istinto di conservazione. Forse perché, in fondo, siamo un popolo che si salva per abitudine.
Abbiamo visto passare le Brigate Rosse, la mafia, le spie, i jihadisti, le paranze, i maranza. Abbiamo visto cambiare i nemici, ma non il vizio di delegare la colpa. E se qualcosa va storto, la risposta è sempre la stessa: è colpa di qualcun altro, dello Stato, dell’Europa, del destino.
La verità è che l’Italia non ha bisogno di nuovi nemici. Ha bisogno di responsabilità. Di cultura, di memoria, di classe dirigente che smetta di raccontarsi come vittima e impari a governare. Ha bisogno di un popolo che torni a distinguere la realtà dalla sceneggiata. Perché dopo mezzo secolo di sangue, scandali e risse digitali, dovrebbe essere chiaro a tutti che non serve distruggere per cambiare. Serve costruire, e farlo bene.

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  • Redazione

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