
Ripartiamo da Martelli.
“Il merito, il bisogno ed il grande tumulto”. E’ il titolo di una lunga ed appassionata analisi sui giorni nostri di Claudio Martelli. Un libro passato sotto silenzio, aggiornamento del suo lavoro del 1982, e che ha trovato solo pochi echi, quasi sempre fuori dal “circuito” socialista; ma tutti con molte ammissione sulla validità di quell’idea ancora oggi perché, più che mai, si sente bisogno del socialismo come esigenza etica affermata tra merito, bisogni e giustizia sociale. Merito non solo come diritto costituzionale ma come fondamento del socialismo Bisogno, ma evoluto, come esigenza umana: che coincide col desiderio di un pieno riconoscimento da parte degli altri E dove il “tumulto”, viene chiaramente rifiutato come frutto del coltivare un odio di classe distruttivo.
Il socialismo riguarda non tanto e solo una classe sociale determinata, quanto “la parte sommersa di ognuno di noi, la sete di giustizia radicata nel cuore di tutti gli umili e onesti”. Silone lo dice luminosamente. Per questo l’incipit del libro di Martelli “da dove può ripartire la sinistra – orfana di ogni tradizione – se non da una comprensione profonda della natura umana, di come funziona” mostra il legame profondo tra scienza politica e comprensione sociologia di quanto accade. Per Proudhon la giustizia è un concetto universale, presente a priori nella coscienza umana: “Il riconoscimento in altri di una personalità uguale alla nostra”. Che coincide con la necessità di assicurare a tutti lo sviluppo delle proprie capacità, su base egualitaria e porta alla critica del neo-liberismo, soprattutto per come si è sviluppato dopo il crollo del PSI.
Questo ci chiede di riflettere sul craxismo, una grande occasione mancata per il nostro paese,. sull’idea – allora minoritaria – di un socialismo liberale e libertario, democratico e proudhoniano. Il socialismo di Craxi: oggi, solo oggi, vedo nel PD tracce di un pensiero non ostile. Craxi: «Sbagliato considerarlo uno spregiudicato capo politico. Credeva nella storia del movimento, era liberale, risorgimentale, riformista. Portò modernità ma anche sentimenti nella politica italiana» scrive Bettini a gennaio di quest’anno.» Lo dice adesso, per obiettivi che avverto non sinceri, ma lo dice.
Ma leggo anche: «Noi, la mia generazione, non eravamo pronti ad accoglierlo: condividevamo il disprezzo di Marx per Proudhon, diffidavamo della tradizione azionista e dei Rosselli e Calogero, che ci sembrava moralistica e colpevolmente “socialdemocratica” e che invece aveva una radicalità assoluta, quasi anti-italiana». Non l’ho letto sull’ “Avanti!” ma sull’ “l’Unità”. L’articolista – Filippo La Porta – non manca di segnalare alcune differenze di riferimento, alcune – a suo parere – “omissioni” nel ragionamento di Martelli, ma si profonde in giudizi positivi sul lavoro, sulle idee, sulle prospettive che esso ripropone. Come li propose nel 1982. E la conclusione: «non mi viene in mente nessun membro dell’intera classe dirigente attuale capace di scrivere pagine del genere» in verità mi riempie di orgoglio, prima che della tristezza per la verità che racconta.
Fosse questa l’ interlocuzione politica, l’idea stessa di un rapporto costruttivo con il PD troverebbe spazio. Ma non è così e non so come e cosa si potrebbe fare per cambiare le carte in tavola. Annoto che ancora una volta un tentativo di chiarimento viene dalla vecchia guardia del PSI. Martelli, che ho sempre considerato tra i miei fari, lo ripropone. Se la stimolazione cade nel vuoto riperdiamo tutti, noi della sinistra e tutta l’Italia, un’altra occasione. Mi piacerebbe che non fosse così. E vi sono occasioni, tante, nei prossimi giorni per affermare una nostra presenza viva.
Un po’ di orgoglio socialista sarebbe necessario. Io ce l’ho. Io non mi vergogno di essere socialista.





