LEGGERE DANTE – PURGATORIO XI: IL “PADRE NOSTRO” DEI SUPERBI.
«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ ai primi effetti di là sù tu hai, 3
laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore.
da ogni creatura, com’ è degno
di render grazie al tuo dolce vapore. 6
Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
chè noi ad essa non potemmo da noi,
s’ella non vien, con tutto il nostro ingegno. 9
Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano gli uomini de’ suoi. 12
Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna. 15
E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto. 18.
Nostra virtù che di legger s’ adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona. 21
Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, che non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro». 24 Purg., XI, 1-24.
PARAFRASI:
O padre nostro che sei nei cieli,
non perché tu vi sia limitato (circunscritto) ma per il maggior amore
che tu hai per le tue prime creature (i primi effetti) che vivono lassù 3
sia lodato il tuo nome e il tuo valore
da ogni creatura come è giusto
rendere grazie all’effusione del tuo amore (vapore). 6
La pace del tuo Regno venga a noi
poiché noi non possiamo da soli giungere ad essa con tutto il nostro
ingegno se ella stessa non viene verso di noi, 9
Come i tuoi angeli sacrificano a te
la loro volontà cantando osanna
così facciano gli uomini della loro. 12
dacci oggi il cibo quotidiano
senza il quale chi più sa fatica a procedere in questo duro deserto,
di fatto cammina all’indietro. 15
E come noi perdoniamo a ciascuno il male che abbiamo sofferto
così anche tu perdona
benigno e non guardare ai nostri reali meriti. 18
Non mettere alla prova (spermentar) la nostra virtù
che facilmente (di legger) è vinta con l’antico avversario (cioè il diavolo)
ma liberala da lui che così fortemente la incita (al male). 21
Quest’ultima preghiera, caro signore,
non la facciamo per noi, poiché non è necessario
ma per coloro che restano dietro di noi». 24
Purgatorio, canto undicesimo: siamo nella prima cornice, i penitenti sono i
superbi che sono curvi sotto i macigni e recitano il Padre nostro.
Il cantare costituisce una vera e propria “terapia” per le anime dei
penitenti. Già all’inizio del Purgatorio, al canto secondo, essi erano
approdati alla spiaggia della montagna salmodiando “In éxitu Israel de
Aegypto”, i morti per forza del canto quinto cantano il “miserere” e al
canto ottavo essi intonano l’inno della compieta “te lucis ante terminum”,
mentre al canto nono Dante ode l’eco del “Te deum”.
Per tutti questi casi si tratta di salmi biblici o di inni liturgici in latino. Ma
il canto nel Purgatorio non ha soltanto una funzione decorativa, di sfondo
narrativo, ma fa parte del programma di rieducazione delle anime penitenti
ed è la loro vera e propria terapia del loro peccato.
Qui – all’inizio dell’undicesimo del Purgatorio – al canto si aggiunge la
preghiera, anch’essa corale, parte integrante della cura seguita dalle anime
purganti.
È la prima preghiera vera e propria che ascoltiamo, la preghiera Di Gesù,
l’unica insegnata dal Maestro ai discepoli (“Voi dunque pregate così”,
Matteo 6,9).
È il Padre nostro, la preghiera dei cristiani per eccellenza.
Dante la fa recitare in volgare, non in latino, e non si limita a tradurre dal
testo sacro che conosciamo ma a ogni versetto tradotto fa seguire una
spiegazione, una chiarificazione che rappresenta l’applicazione morale
della condizione dei superbi.
Insomma, Dante segue qui la tecnica – già praticata da Sant’Agostino e
dagli altri Padri della Chiesa – di “esposizione” del testo sacro nella quale
la citazione di un verso è seguita da una esplicazione intercalare. Questa
era la tecnica dei predicatori riservata, quindi, soltanto agli ecclesiastici di
una certa autorità. Qui Dante – laico – si appropria di queste prerogative
(che in sostanza, in quanto laico non gli aspetterebbero) rivendicando
audacemente al semplice cristiano un accesso ai testi sacri e alla loro
interpretazione.
Dunque, Dante in parte traduce il Padre nostro, in parte lo spiega, in parte
lo applica alla condizione di questi superbi.
Quali le differenze del testo dantesco rispetto all’originale?
Non si tratta soltanto di questioni lessicali, ma determinano la chiave di
lettura di questo canto dedicato ai superbi.
La prima di queste modifiche si spiega, per esempio, precisando che se noi
diciamo “Padre nostro che sei nei cieli”, questo non va inteso alla lettera,
perché Dio non può essere circoscritto da uno spazio definito:
O padre nostro che sei nei cieli, non perché tu vi sia limitato
(circunscritto) ma per il maggior amore che tu hai per le tue prime creature
(i primi effetti) che vivono lassù 3
Il concetto è reiterato al canto XIV del Paradiso, vv. 28-30 ):
Quell’uno e due e tre che sempre vive
e regna sempre in tre e ‘n due e in uno
non circunscritto e tutto circunscrive
Circa il concetto dell’impossibilità di Dio ad essere definito nello spazio e
i suoi sviluppi riferiti al Paradiso di Dante rimando anche al mio saggio
“Dante e la sfera di Alano” in cui prendo spunto dalla definizione
simbolica di Dio secondo cui “Dio è una sfera intelligibile il cui centro è
ovunque e la cui circonferenza da nessuna parte”.
Tornando al Padre nostro di Dante, il poeta sente, dunque, il bisogno di
aggiungere una chiosa al nome del padre: aggiunge così “sia lodato il tuo
nome e il tuo valore” con evidente richiamo al Cantico di San Francesco:
«Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le tue creature».
La preghiera vuole laudato e Dante sviluppa questo concetto del “nome“
accoppiandolo al dolce vapore del padre: “com’ è degno di render grazie al
tuo dolce vapore” al verso 6.
Insomma, a Dante limitarsi al denunciare il nome gli deve essere sembrata
una caratterizzazione di Dio incompleta, troppo dottrinale forse, così egli
ha sentito il bisogno di sottolineare anche la gioia, il calore amoroso che
anch’esso fa parte dell’essenza divina.
Anche la richiesta finale di “rimettere a noi i nostri debiti come noi li
rimettiamo ai nostri debitori” il il testo del Padre nostro propone soltanto
lo scambio fra il perdono del Padre a noi e il perdono nostro verso chi ha
peccato contro di noi.
Dante aggiunge però un particolare importante: non guardar lo nostro
merto, non guardare il nostro merito. Questa aggiunta serve a sottolineare
che, comunque, anche la nostra generosità nei confronti dei nostri debitori
non sarebbe sufficiente a soddisfare le nostro debito verso Dio
Ultima precisazione: alla fine della preghiera chiede che il Padre non
permetta che noi veniamo tentati, ma che anzi veniamo liberati dal
malvagio, dal demonio. Qui Dante chiarisce meglio che l’oggetto della
tentazione del male, del demonio non siamo semplicemente noi, ma
poiché “Nostra virtù che di leggerer s’adona” cioè la nostra fragile
capacità di fare il bene , sottolineando così l’umana debolezza e il bisogno
del soccorso divino.
Insomma, qui il Padre nostro di Dante viene – come dire – “adattato”
secondo la particolare sensibilità dei superbi: questi penitenti ora devono
imparare l’umiltà e questo si riflette anche nel loro modo di rileggere la
preghiera. Per esempio, l’avvento del Regno è accresciuto con l’aggiunta
di un particolare importante, – quello della “pace del tuo Regno” – ed è
invocato come dono dall’alto: gli uomini si possono inpegnare quanto
vogliono ma la pace del Regno viene da sé e non per effetto dei loro, pur
meritevoli, sforzi.
Così, l’augurio che la “volontà di Dio sia fatta con il cielo e così in terra”:
nella preghiera dei superbi si accenna ha una sorta di rinuncia, umile
rinuncia alla propria volontà da parte degli angeli dei cieli come degli
uomini su questa terra.
Anche la richiesta del pane quotidiano subisce un ritocco non marginale
sulle labbra di dei superbi: per loro naturalmente quel pane non può essere
che soltanto quello spirituale (grazia divina, non cibo fisico).
Infine con l’aggiunta al «non c’ indurre in tentazione», i superbi precisano
che naturalmente quest’ultima invocazione non vale per loro (che sono
ormai al di là di ogni possibilità di peccato) ma per quelli che sono rimasti
dietro a loro, cioè per i vivi ancora esposti alle insidie del male.
Il Padre nostro dei superbi è un magnifico esempio della condizione
speciale delle anime purgatoriale, cioè quegli spiriti che – in qualche modo
– sono sospesi tra l’aldilà e l’aldiquà, tra la vita terrena e la vita eterna. Ci
si potrebbe domandare che senso ha pregare per loro, ormai essi sono in
salvo e sembrerebbe che non abbiano più bisogno di nulla da chiedere a
Dio.
Invece queste anime pregano e noi sappiamo perché: lo fanno non più per
la loro salvezza eterna ma perché il tempo d’attesa di quella salvezza venga
abbreviato; i superbi non vivono ancora nell’eternità, il loro tempo è
ancora quello terrestre, quello dei vivi.
Essi sono ancora in cammino e il loro pellegrinaggio può somigliare a
quello di chi, ancora passibile di peccato, non si è ancora assicurato la
salvezza
CONCLUSIONE
Il “Padre nostro” è la nostra identità religiosa e culturale, la
“semplificazione” del mistero trinitario tradotto in preghiera, è un
colloquio diretto con Dio.
La teologia ci dice che questa preghiera costituisce la quintessenza della
soteriologia, cioè, la dottrina della salvezza. Salvezza intesa in quanto
liberazione dell’uomo dal male comunque inteso.
“Volando più basso” mi limito a dire – sommessamente – che, oltre a
tutto ciò, il “Padre nostro” è semplicemente – per le menti più semplici
come per le più raffinate – il bisogno di rivolgersi a Dio, per glorificarlo,
per ringraziarlo del dono della vita materiale e del miracolo di quella
eterna.
Dante ci dà una mano in tal proposito.
Dante siamo noi.




