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CASO FIANO, “SCEMI” A VENEZIA

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Quando si arriva a impedire ad un soggetto come Emanuele Fiano di intervenire in un pubblico dibattito all’interno di una università, allora significa che il livello di scemenza dei contestatori sta superando anche il più generoso livello di guardia.

«Lei non ha diritto di parola qui». E’ la scarna motivazione verbale rilasciata ad un mai così confuso Fiano, da un contestatore che probabilmente deve ancora decidere cosa fare nella vita, tanto da perdersi in una attenta selezione dei suoi più pii desideri. Per inciso, Emanuele Fiano è uno che non ha mai profferito parola comprensiva su Netanyahu.

Ma allora perché Emanuele Fiano è stato cacciato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia? Semplicemente perché ebreo. Suo padre si fregia del privilegio di essere tra quelle poche decine di ebrei italiani che riuscirono a portare a casa la pelle da Auschwitz. E un ebreo, salvo rarissime eccezioni, non parteggia per Hamas, le cui bandiere hanno contornato l’itinerario di Fiano nei locali dell’Ateneo veneziano. Basta che nessuno lo sente parlare, questo Fiano. Siamo noi, la generazione degli studenti dalle poche e confusissime idee, con una capacità dialettica da prefisso telefonico, a decidere chi può parlare qui. Sarà stato questo l’elementare pensiero che in un batter di ciglia ha attraversato la sterile mente di questi moderni censori.

Ma come si fa a cacciare un ebreo, per giunta storico esponente del PD, forza che spesso e volentieri soffia sul fuoco delle proteste, da un dibattito universitario sul Medio Oriente senza essere assimilati ad Hamas, i cui dirigenti hanno sempre guardato con simpatia, come del resto i loro padri e i loro nonni, a un uomo come Adolf Hitler?

Facile. Basta negare di essere antisemiti, come lo era Hitler e come lo è oggi Hamas. Siccome professarsi antisemiti non va bene perché non è un termine sdoganato, ecco che si ricorre alla foglia di fico dell’antisionismo, che secondo costoro sarebbe cosa ben diversa dall’antisemitismo.

In effetti, qualcosa di diverso c’è. L’antisemita considera il popolo ebraico il cancro dell’umanità, maledetto persino da Dio, giustificando così i pogrom che nel corso della storia lo hanno decimato, fino alla Soluzione Finale. Chi è invece antisionista non avrebbe, a suo dire, alcun serio aprioristico pregiudizio nei confronti degli ebrei, ma si opporrebbe fermamente, senza tuttavia spiegare il perché, a quel folle progetto messo nero su bianco a fine ’800 da Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, di riconoscere agli ebrei il diritto di organizzarsi in nazione. Che è poi quello stesso diritto all’autodeterminazione dei popoli che nel corso dei futuri decenni terrà banco presso le corti internazionali, e che ne affrancherà a dozzine dal giogo del colonialismo.

Ecco, quindi, che lo slogan «From the river to the sea Palestina will be free» ha un senso non solo per l’antisemita, ma anche per l’antisionista. Essendo quello ebraico l’unico popolo a non poter godere del diritto all’autodeterminazione (e solo a cercare di spiegarne le ragioni si finirebbe inevitabilmente per tangere, se non secare, l’area dell’antisemitismo), dopo ottant’anni (che in realtà sono più di cento) è giusto che Hamas esiga la liberazione della Palestina «dal fiume al mare», beninteso senza lo straccio di un ebreo all’interno. Semplicemente perché quel diritto, diversamente da tutti gli altri popoli, non è mai stato opzionabile per gli ebrei. E’ questo il pensiero degli antisionisti.

Insomma, c’è sì una differenza tra negare il diritto all’esistenza di un popolo e riconoscerglielo soltanto alle condizioni della diaspora. Ma il rimarcare questa differenza soltanto per trovare qualcosa di buono nell’antisionismo, pensiero che eccezionalmente nega a un popolo il diritto all’autodeterminazione, è operazione non solo del tutto errata, ma anche intellettualmente disonesta.

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  • Redazione

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