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ALLARME ROSSO NEL CENTROSINISTRA

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Allarme rosso nel centrosinistra: il prezzo dell’identità smarrita

“Chi non cambia mai idea non è coerente, è soltanto ostinato.”
— Oscar Wilde

L’allarme rosso, questa volta, non è solo una metafora. È il colore di un disagio profondo che attraversa il Partito Democratico e, più in generale, l’intero campo progressista italiano. È il segnale luminoso di una crisi identitaria che da tempo covava sotto la cenere e che ora divampa apertamente, alimentata da episodi, parole e contraddizioni che raccontano un partito sempre più diviso tra radicalismo ideale e pragmatismo smarrito.

Il caso Emanuele Fiano, escluso da un incontro universitario a Venezia per le sue posizioni considerate non allineate al fronte pro-palestinese, ha avuto il valore simbolico di una miccia. Non tanto per la gravità dell’episodio in sé — comunque deprecabile — quanto per il suo valore rivelatore: mostra un clima interno e culturale in cui la tolleranza verso il dissenso sembra diventata merce rara, e dove il pensiero critico rischia di essere scomunicato in nome di un progressismo dogmatico.

La solidarietà espressa da Elly Schlein è arrivata, ma tardi e con parole che suonavano più come un obbligo istituzionale che come un moto convinto. E nel frattempo, nel partito, si moltiplicano le domande: che direzione sta prendendo davvero il PD? Qual è oggi la sua anima?

La leadership di Elly Schlein: tra entusiasmo e isolamento

Quando Elly Schlein venne eletta segretaria, nel 2023, molti la accolsero come la promessa di una nuova stagione: giovane, cosmopolita, sensibile ai temi ambientali e sociali, simbolo di una generazione che voleva restituire alla sinistra il linguaggio della speranza. Ma oggi, a distanza di quasi due anni, quella speranza sembra essersi trasformata in smarrimento.

La segretaria ha voluto rifondare la sinistra su basi identitarie, mettendo al centro parole come diritti, inclusione, uguaglianza, femminismo, pace. Ma nel farlo ha trascurato l’altra metà del paese — quella che chiede risposte concrete su lavoro, tasse, sicurezza e impresa — e ha finito per restringere il campo del consenso a una minoranza militante, vivace ma non rappresentativa.

Il risultato è un partito in apnea: da un lato, il cuore militante che applaude alle piazze e alle battaglie ideali; dall’altro, i riformisti e moderati, sempre più insofferenti verso una linea percepita come moralista e ideologica.

La Picierno ha riassunto il malessere con una frase tagliente: “La storia del PD non è un menù à la carte da cui scegliere ciò che piace”. Parole che suonano come un atto d’accusa verso una segreteria accusata di selezionare la memoria, esaltando i simboli utili e rimuovendo quelli scomodi.

E in effetti, la Schlein sembra aver costruito la sua narrazione su una sorta di “tabula rasa”: un partito nuovo, diverso, quasi contrapposto al PD che l’ha preceduta. Ma un partito senza memoria rischia di essere anche un partito senza identità. E oggi, nel PD, mancano le idee, mancano le strategie, mancano i pensatori. È come se il partito avesse smarrito non solo la direzione, ma anche la capacità di riflettere su sé stesso. Gli intellettuali tacciono, i dirigenti si limitano a commentare e i circoli non producono più visione. Una forza politica senza pensiero rischia di diventare solo un contenitore elettorale, privo di anima e di progetto.

Le radici del malessere: un progetto nato fragile

Per capire l’attuale crisi bisogna tornare alle origini. Il Partito Democratico, nato nel 2007 dalla fusione tra eredi della tradizione comunista e del cattolicesimo sociale, era un esperimento coraggioso ma fragile. Doveva essere il partito della nazione riformista, capace di unire sensibilità diverse sotto il segno della responsabilità di governo.

Per anni, quella formula ha retto, nonostante scissioni e sconfitte. Poi, lentamente, è subentrata la stanchezza: la politica di coalizione, le alleanze forzate, le mediazioni continue, hanno logorato l’anima del partito. E quando è arrivato il ciclone populista — prima con il Movimento 5 Stelle, poi con la destra di Meloni — il PD si è trovato spiazzato, incapace di scegliere se combattere da partito di sistema o da forza antisistema.

L’elezione di Schlein sembrava una risposta: dare un volto radicale a un corpo moderato. Ma l’esperimento sta fallendo, perché la spinta simbolica non basta a colmare il vuoto di visione strategica.

Oggi, i sondaggi mostrano un partito fermo, incapace di attrarre nuovi elettori, mentre il centrosinistra nel suo complesso rischia di implodere. L’alleanza con il M5S è instabile, quella con Azione e Italia Viva è implosa, e le piazze non bastano più a costruire consenso.

Il caso Fiano: la libertà d’opinione come vittima collaterale

L’episodio di Venezia, dove Emanuele Fiano è stato escluso da un incontro per il solo fatto di non aderire a una posizione radicale sul conflitto israelo-palestinese, è diventato il simbolo di una deriva pericolosa.

“Mi ha ricordato ciò che accadde a mio padre nel 1938, quando fu cacciato da scuola perché ebreo”, ha detto Fiano con parole che pesano come pietre. Non è solo indignazione personale: è la denuncia di un clima che si fa intollerante, chiuso, tribale (“per fortuna” nessuno ha ricordato che Nedo Fiani era anche un importante massone).

Molti, nel PD, hanno reagito con imbarazzo. Ma pochi hanno avuto il coraggio di dire apertamente che una parte del movimento progressista sta scivolando verso una forma di estremismo moralista, dove la complessità viene bandita in nome della purezza.

E qui sta il paradosso: la sinistra, nata per difendere la libertà di espressione, rischia di diventare la prima a censurare chi non si conforma alla linea dominante.

La Schlein, nel condannare l’episodio, ha parlato di “un fatto grave”, ma ha poi aggiunto che “bisogna comprendere il disagio delle nuove generazioni”. Una frase che molti hanno letto come una mezza giustificazione. Ed è questo, forse, che ha irritato i riformisti: la sensazione che la segreteria non voglia — o non sappia — difendere i propri valori quando diventano scomodi.

Il ritorno di Prodi: l’eco del padre nobile

Quando Romano Prodi parla, nel PD qualcuno si volta e qualcuno si irrita, ma tutti ascoltano. E la sua frase pronunciata a Otto e Mezzo — “Vedo che è una scarsa alternativa quella al governo” — ha colpito come un colpo di gong.

Prodi ha detto ad alta voce ciò che molti pensano: il centrosinistra, oggi, non appare credibile come alternativa di governo. È un fronte in disordine, senza una proposta comune, prigioniero delle proprie contraddizioni.

Prodi, che pure è stato il padre fondatore dell’Ulivo, ha sempre creduto nella vocazione maggioritaria, nella capacità della sinistra di parlare al Paese intero. Vedere il PD ridursi a partito identitario, confinato a un perimetro urbano e ideologico, per lui è una sconfitta culturale.

Le sue parole hanno risvegliato vecchi fantasmi: il confronto eterno tra massimalisti e riformisti, tra chi vede nella sinistra una bandiera e chi la vede come uno strumento per governare.

E così, mentre Schlein parla di “un PD che lotta per i diritti”, i riformisti rispondono: “Sì, ma chi lotta per i salari, per le imprese, per il ceto medio?”

La tentazione del radicalismo

C’è una legge antica nella politica: quando un partito perde consenso, cerca purezza. È il riflesso del naufrago che abbandona il peso per restare a galla. Ma nella sinistra italiana, questa tentazione rischia di diventare un vizio.

Ogni volta che le urne puniscono, si alza la bandiera dell’identità. Si invoca la coerenza, la radicalità, la “vera sinistra”. È accaduto dopo Renzi, dopo Letta, e ora accade con Schlein. Ma un partito che parla solo ai propri simili è destinato a non parlare più a nessuno.

Il radicalismo morale, che negli anni Duemila era l’anima delle piazze, oggi rischia di diventare un boomerang. Le persone chiedono soluzioni, non sermoni. Vogliono sicurezza, non sensi di colpa.

Eppure, la base del PD — soprattutto quella giovanile — continua a cercare purezza invece che efficacia. È una generazione politicamente fragile, cresciuta nella sfiducia verso le istituzioni, attratta da cause globali ma poco radicata nella realtà sociale del Paese.

Il rischio è che il PD diventi un movimento d’opinione più che un partito: un laboratorio etico, nobile ma sterile.

Alla fine di novembre, a Montepulciano, si riuniranno le diverse correnti democratiche: franceschiniani, sinistra dem, riformisti, cattolici sociali. Ufficialmente sarà un “momento di confronto”. Ma dietro le quinte si parla apertamente di una resa dei conti.

C’è chi immagina un tentativo di commissariare Schlein, chi invece spera in una mediazione che la riporti verso il centro. In ogni caso, sarà un passaggio decisivo: da lì dovrà emergere una linea politica chiara in vista delle elezioni europee del 2026.

Il rischio, tuttavia, è che Montepulciano diventi solo un altro congresso mascherato, l’ennesimo esercizio di tattica senza visione.

Eppure, proprio lì potrebbe nascere la rinascita del progressismo italiano, se il PD avrà il coraggio di riscoprire la propria vocazione unitaria. Non una somma di minoranze, ma una comunità di intenti. Non una torre d’avorio morale, ma un laboratorio di soluzioni concrete.

L’allarme rosso che oggi lampeggia sul centrosinistra non riguarda solo la politica: è un sintomo culturale, etico, generazionale. È il segnale di una sinistra che ha smarrito la misura, il senso del limite, la capacità di distinguere tra battaglia e crociata.

Nel tempo delle polarizzazioni, la virtù della misura è rivoluzionaria. È l’arte di mediare senza cedere, di ascoltare senza annullarsi, di comprendere senza giustificare.

Elly Schlein ha davanti a sé una scelta storica: continuare sulla via del radicalismo morale, oppure trasformarsi in leader di una sinistra di governo, capace di parlare ai giovani e ai ceti produttivi, ai precari e agli imprenditori, alle periferie e ai centri urbani.

Per riuscirci, dovrà fare ciò che finora non ha fatto: ascoltare, e non solo dichiarare; unire, e non solo rappresentare.

Se ci riuscirà, il colore rosso tornerà a significare passione, giustizia, solidarietà. Se invece prevarrà la deriva ideologica, quel rosso resterà solo un segnale d’emergenza, il colore di un sogno che si spegne, lentamente, sotto il peso delle proprie contraddizioni.

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  • Redazione

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