
Vi è un articolo su HuffPost Italia che invito a leggere. (https://www.huffingtonpost.it/…/il_riformismo_dallalto…/). A me ha dato modo di ritornare su una riflessione che ho fatto più volte e che sembra essere tornata di piena attualità dopo i sommovimenti in atto nel PD.
Non a caso molte testate riprendono, con toni e da angolazioni diversi, la questione del riformismo e l’iniziativa in atto nel PD. Ma tutte le riflessioni partono da un assunto: non è possibile trasformare un “malumore” – questo sembra essere la genesi – in una nuova stagione di riformismo, semplicemente costituendo una corrente all’interno del PD.
Due sarebbero le “debolezze strutturali”. Primo: è qualcosa che viene costruito a tavolino e senza radicamento sociale. Secondo: la proposta oscilla tra il moderato e il pragmatismo, non chiarendo la differenza – che invece deve essere profonda – con le iniziative “di buon senso” del centro-destra. Ed allora non può dirsi riformismo.
C’è un riformismo di destra, liberista, gerarchico, un riformismo liberale (Renzi, Gentiloni, Draghi), e c’è un riformismo di sinistra, radicale ma non estremista’ si dice nell’articolo. E qui la spiegazione di cosa significhi “radicale ma non estremista” è tra le parti dell’articolo che condivido pienamente.
Perché concordo che destra, sinistra e centro non sono etichette del Novecento, come vuole il MS5, ma visioni di società. “E ciascuna di queste visioni reca con se proposte di riforme per adeguare ai tempi la propria proposta politica”. E perché, per scendere nel concreto, il richiamo alle azioni di riformismo vero, che hanno cambiato l’Italia, dunque radicali senza essere estremiste o eversive, tutte imperniate sull’iniziativa socialista ed in parte in collaborazione della DC, è una elencazione che, rileggendola, mi allarga il cuore.
Statuto dei Lavoratori del 1970, concepito dal socialista Giacomo Brodolini e scritto dal giuslavorista Gino Giugni; Servizio Sanitario Nazionale del 1978, legge a firma Tina Anselmi, ma il cui “padre” fu il PSI di Bettino Craxi che vincolò il sostegno al governo DC sull’approvazione della riforma; Riforma del Diritto di Famiglia del 1975, spinta dal PSI con figure come Lorenza Carlassare e Mauro Mellini con l’ addio alla potestà maritale, al delitto d’onore e alla subordinazione delle donne; la pensione sociale nel 1969 per gli anziani senza contributi; la scuola Media Unica del 1962, imposta dal PSI con Tristano Codignola; i Decreti Delegati del 1974, sotto il ministro socialista Franco Malfatti; le leggi istitutive dei nidi (promotori Tullia Romagnoli Carettoni (PSI), Luisa Lajolo (PSI), Giacomo Mancini (PSI), L. 1044/1971, governo Colombo) e del tempo pieno (promotore: Mario D’Agata, PSI, Decreto delegato 416/1974, governo Moro IV: il PSI lo impone nel Patto di consultazione con la DC). E come “contorno” il divorzio e l’aborto.
Queste non erano “riforme da salotto” e non erano atti estremisti. Erano il senso concreto dell’essere riformisti. Punto.
E si può minimamente sperare di ripetere una stagione come questa, che deve essere ripetuta se vogliamo uscire dalla crescita delle destre, quelle vere e che oggi fanno capolino dopo essere state strombazzate quando non c’erano, costituendo una corrente nel PD? Mantenendo inalterata la spinta al campo largo che dovrebbe mettere assieme la sinistra radicale del Pd della Schlein, la sinistra populista di Conte, la sinistra estremista del duo Fratoianni/Bonelli e la sinistra pan sindacale del segretario della Cgil Landini, e solo “aggiungendo” ad esse una sinistra “riformista”?
L’esperienza della Margherita credo sia illuminante. Quel progetto politico autenticamente centrista e riformista non può essere “ridisegnato a tavolino” dalla sinistra politica e culturale italiana. Questa sinistra di oggi. E non può decollare se si riduce ad essere una sorta permanente di “porte girevoli” tra gli esponenti della sinistra stessa. L’esperienza della Margherita aveva un senso in quegli anni dove c’era, realmente e plasticamente, un centro sinistra plurale, di governo, riformista, autenticamente democratico ed espressivo delle realtà culturali, associative, sociali e politiche alternative ad un centro destra altrettanto di governo.
Oggi questo non c’è e neanche si prospetta. Anzi, si prospetta l’inverso. E come è poi stato per la Margherita, si corre il rischio di un nuovo sfregio.
Ed allora per il Centro riformista non ci sarebbe “una casa” ma, come dice Goffredo Bettini con un sussulto di sincerità, c’è posto solo sotto una “tenda”. O, visto l’andazzo, in un accampamento.





