
Un taglio netto di oltre 7 miliardi, documentato nella relazione semestrale della stessa banca e poi finito nel mirino della Procura di Trani, che aprì un’indagine per presunta manipolazione di mercato.
Il contesto era già fragile: l’Italia aveva un debito pubblico pari al 120% del PIL, e un tasso di crescita sotto l’1%. Quando un colosso tedesco liquidò quasi tutto il portafoglio di BTP, il segnale fu devastante.
In poche settimane lo spread tra i decennali italiani e i Bund tedeschi passò da 180 punti base a oltre 500, toccando 575 punti il 9 novembre 2011. I rendimenti dei BTP decennali arrivarono al 7,2%, livello giudicato “insostenibile” per la tenuta dei conti pubblici.
Fu in quel clima che Il Sole 24 Ore uscì in prima pagina con il celebre appello “Fate presto!”, rivolto alla politica e ai mercati. Pochi giorni dopo cadde il governo Berlusconi e si insediò il governo tecnico di Mario Monti, con il mandato di “salvare l’Italia” sotto la regia di Bruxelles e Berlino.
Tra le prime misure, la riforma Fornero delle pensioni e la manovra “Salva Italia” da 30 miliardi di euro, con aumenti IVA, nuove imposte sulla casa e tagli alla spesa pubblica.
Il risultato fu un impatto immediato sull’economia reale: PIL -2,8% nel 2012, disoccupazione salita al 12,2%, oltre 600.000 posti di lavoro persi nel biennio successivo.
Secondo i dati del Ministero dell’Economia, solo l’aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato comportò un aggravio di oltre 18 miliardi di euro l’anno in spesa per interessi tra il 2011 e il 2013.
L’“effetto spread” costò all’Italia più di 50 miliardi in tre anni, l’equivalente di due leggi di bilancio ordinarie.
La cancelliera Angela Merkel non ha mai ammesso un coinvolgimento diretto nella decisione di Deutsche Bank, ma in quegli stessi mesi Berlino si oppose a ogni forma di acquisto massiccio di titoli italiani da parte della BCE.
In quella stagione nacque la convinzione — oggi difficile da smentire — che la sovranità economica europea fosse già stata commissariata.





