
Sinceramente non mi appassionano le tante soddisfazioni, che leggo ed ascolto, per lo sbandamento di chi si è trovato di fronte un accordo per la pace, sponsorizzato dal delinquente Trump, firmato dal criminale Netanyahu, accettato dai combattenti per la liberazione di Hamas. Ma sostenuto dal mondo arabo. E che però, guarda un po’, evita ancora altro martirio e altri martiri. Certo, c’è un piccolo choc in chi ha voluto piazze piene, slogan forti, contrasto netto, indignazione portato ad odio e lotta al governo, tutto assieme ed apparentemente confuso. Ma per me assolutamente chiaro nelle finalità e nel metodo scelto. Che si aggiorna nelle occasioni ma non nella modalità e nella intenzione.
E difatti se in Parlamento, qui da noi, i commenti sono quasi distratti, desolanti dice qualcuno, un altro tassello alla scelta di come fare opposizione si è avuto con l’annuncio di proclamazione dello sciopero generale il 25 Ottobre da parte di Landini. Della serie, un motivo lo si trova facile. Quello dello sciopero prossimo venturo? La finanziaria. Che ancora non c’è. Ma merita intanto uno sciopero: lo facciamo e poi vedremo. Dimenticavo: il Governo complice indiretto di un genocidio. Non complice indiretto di un accordo di pace.
Non scendo nel dettaglio dei motivi “sindacali” che, per Landini, giustificherebbero lo sciopero. Trovo un po’ azzardato, da parte del “nostro”, dare numeri che finiscono per collidere tra loro dimostrandone l’approssimazione, ma che comunque assommano a – vado a spanne – una settantina di miliardi. E si capisce perché è inutile attendere di conoscere la finanziaria prima di contestarla: quello che si chiede è il disimpegno da accordi internazionali, il passo indietro rispetto a politiche comunitarie, il rimangiarsi l’attenzione verso fasce sociali ormai prossime al collasso, la riproposizione di una scala mobile camuffata, un attacco a piene mani contro i patrimoni classificati genericamente “grandi” e che portano poi a qualche sorpresa quando si definiscono meglio. E su quest’ultimo versante, una minestra di grande spessore progettuale, esattamente l’opposto del “noi non combattiamo i ricchi ma la povertà” di Olaf Palme, con l’aggiunta dei granelli di pepe di proclamare uno scontro in campo aperto con quelle che nel tempo è diventata una forza immensa e cioè la grande finanza. Ma si sa, una carica di cavalleria è sempre bella e romantica a vedersi: che venga fatta contro carri armati è poco importante.
Spero sia chiaro che ho utilizzato dell’ironia, e comunque penso che torneremo tutti su questi temi. Qui invece voglio solo porre una domanda.
Se questa è la strada scelta come metodo per fare opposizione, si comprende che, una volta tracciata, questa strada sarà quella seguita poi da tutti?
Dunque noi dobbiamo pensare ad un periodo, lungo anzi molto lungo, nel quale la politica si farà in piazza aizzandola a contestazioni dure nella forma e nella sostanza, ogni volta trovando un argomento per poter manifestare malcontenti e richieste del tutto scisse da una possibilità di soluzione: perché noi siamo – come tutti e più di alcuni – un Paese che ha bisogno di verificare la fattibilità di ciò che chiediamo nel contesto nel quale viviamo. Pensiamo che solo questa opposizione sia in grado di farlo e che non esista una qualsiasi altra opposizione che sia in grado di mobilitare – alla luce del disagio dell’intera società ed all’insegna di slogan sul giusto ma impossibile – la piazza e nelle sue estreme articolazioni? Questa maggioranza “fascista”, come si sostiene, dovesse diventare minoranza, diventerebbe di colpo agnello e magari sacrificale?
Invece di pensare ad improbabili stupide spallate, si potrebbe chiedere un pizzico di senso dello Stato?





