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AFGANISTAN, UN SEGNO DEL CAMBIAMENTO GEOPOLITICO?

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Afghanistan, la pedina che svela il nuovo mondo

“Quando il vecchio mondo muore e il nuovo non è ancora nato, nel chiaroscuro nascono i mostri.”
— Antonio Gramsci

Nel mondo del 2025, l’Afghanistan è più di un Paese in bilico tra deserto e montagna: è lo specchio del sistema internazionale in trasformazione. Dove un tempo si misurava la forza dell’Occidente, oggi si misura la sua irrilevanza. Gli Stati Uniti e l’Europa, che per vent’anni hanno occupato, ricostruito e poi abbandonato Kabul, osservano ora da lontano un processo che non controllano più. Sono altri — i membri del blocco BRICS e le potenze ad esso allineate — a decidere il destino del Paese e, in parte, il futuro degli equilibri asiatici.
Fine di un’egemonia

Il ritiro statunitense del 2021 non è stato solo la fine di una guerra, ma il simbolo del declino di un intero paradigma geopolitico. L’idea di un ordine internazionale “a guida americana” si è frantumata nel momento in cui il potere militare più grande del pianeta ha lasciato il campo ai talebani senza un accordo politico credibile. Da allora, Washington ha spostato le sue priorità: contenere la Cina nel Pacifico, sostenere l’Ucraina in Europa, preservare la propria leadership tecnologica.

L’Afghanistan è sparito dal radar occidentale. L’Europa, già marginale durante la presenza militare statunitense, è oggi priva di qualsiasi influenza diretta. Bruxelles discute di diritti umani, ma al contempo si affida a regimi autoritari per bloccare i flussi migratori. È il paradosso di un continente ricco di principi ma povero di potere.

Nel frattempo, altri attori hanno riempito il vuoto. Dove l’Occidente vedeva un fallimento, la Cina ha visto un corridoio. Dove l’Europa invocava sanzioni, la Russia ha offerto riconoscimento. Dove gli Stati Uniti lasciavano basi, l’Iran costruiva mercati.
La convergenza dei nuovi protagonisti

Oggi il baricentro del mondo si sposta verso sud e verso est. L’Afghanistan ne è una testimonianza concreta. Dopo anni di isolamento, il governo talebano è riuscito a inserirsi nelle dinamiche del nuovo multipolarismo, stringendo accordi con Pechino, Mosca, Teheran e Islamabad — le capitali che contano nell’Asia del XXI secolo.

La Cina guida il processo. Con un investimento annuale da 150 milioni di dollari per l’estrazione petrolifera nel nord del Paese e il sostegno alla ferrovia Trans-Afgana, Pechino consolida il proprio disegno di una rete euroasiatica continua: un reticolo di infrastrutture che collega la Cina all’Europa bypassando i colli di bottiglia controllati dagli Stati Uniti.

La Russia, isolata dall’Occidente ma attiva nel Sud globale, ha riconosciuto il governo talebano e lo utilizza come leva per rafforzare il proprio asse con Iran e Cina. L’Iran, a sua volta, ha moltiplicato per tre il volume degli scambi commerciali con Kabul, trasformando il confine afghano in una zona di transito privilegiata verso l’Asia centrale.

Anche il Pakistan, dopo anni di ambiguità, ha trovato nel pragmatismo la chiave della sopravvivenza. Sostenuto economicamente da Pechino, si propone come snodo logistico della Nuova Via della Seta, mentre contemporaneamente mantiene un dialogo aperto con Mosca e Teheran.
La logica BRICS: cooperare per indebolire l’Occidente

Ciò che accomuna questi Paesi non è un’ideologia condivisa, ma una convergenza di interessi: ridurre il peso occidentale nei processi decisionali globali e costruire un sistema economico alternativo a quello dominato dal dollaro.

I BRICS, ampliatisi nel 2024 con l’ingresso di Iran, Arabia Saudita ed Egitto, incarnano questa visione. Nel loro linguaggio, la “sovranità economica” significa non dipendere più da Washington o da Bruxelles. L’Afghanistan, pur non essendo membro, beneficia di questa rete di connessioni informali. Gli investimenti cinesi, russi e iraniani arrivano in valuta locale o in yuan, scavalcando i circuiti bancari occidentali e aggirando le sanzioni internazionali.

In questo senso, Kabul diventa un laboratorio della nuova economia post-occidentale: una periferia che non guarda più al Fondo Monetario o alla Banca Mondiale, ma ai fondi infrastrutturali della Shanghai Cooperation Organization e alle banche dei BRICS.
Europa e Stati Uniti: potenze esauste

L’Occidente appare oggi come un sistema incapace di proiettare forza coerente. Gli Stati Uniti conservano una potenza militare immensa, ma la loro capacità di plasmare il mondo si riduce a interventi tattici e guerre per procura. L’Europa, divisa tra la fedeltà atlantica e l’illusione di un’autonomia strategica, si muove per inerzia.

Né Washington né Bruxelles sono in grado di offrire alternative credibili ai regimi che emergono nel Sud globale. Le loro promesse di democrazia e diritti vengono percepite come strumenti di controllo, non come valori universali. L’Afghanistan, abbandonato e poi ignorato, è la prova più evidente di questo scollamento.

I talebani lo hanno compreso: non serve più cercare legittimità in Occidente, basta ottenerla a Pechino o a Mosca. E l’Occidente, ridotto a guardiano delle proprie frontiere, accetta persino di trattare con chi definiva “terrorista”, purché accolga i propri rimpatriati.
La diplomazia della necessità

Il cosiddetto “dialogo tecnico” tra talebani e governi europei per il rimpatrio dei migranti afgani non è che la conferma di questa inversione dei ruoli. È Kabul a fornire un servizio a Berlino e Vienna, non più il contrario. È il potere negoziale del bisogno: chi controlla la leva della migrazione controlla la paura politica delle democrazie occidentali.

Mentre l’Europa costruisce muri e proclami, la Cina costruisce strade. Mentre Bruxelles discute di sanzioni, Mosca firma memorandum energetici. Mentre Washington parla di valori, Teheran commercia in valuta alternativa. La differenza tra potenza e retorica si misura nei fatti: chi investe, oggi, decide.
Un equilibrio che non passa più da noi

L’Afghanistan è tornato al centro di un equilibrio che non passa più attraverso l’Occidente. Nel settembre 2025, Cina, Russia, Iran e Pakistan hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta a sostegno dell’indipendenza afgana, opponendosi a ogni tentativo americano di ristabilire una presenza militare nella regione. È un gesto simbolico, ma anche un manifesto del nuovo mondo multipolare: un ordine in cui l’egemonia non è più verticale ma orizzontale, e il potere si distribuisce tra sfere regionali interconnesse.

Nessuno di questi Paesi è democratico nel senso occidentale del termine, ma tutti condividono una stessa percezione: quella di essere protagonisti del proprio destino, non più sudditi di un centro lontano.
Il mondo dopo l’Occidente

Ciò che accade a Kabul non riguarda solo l’Afghanistan. È l’immagine in scala ridotta di un processo globale: la sostituzione dell’universalismo occidentale con una pluralità di poteri pragmatici. Gli Stati Uniti e l’Europa continuano a detenere un enorme capitale economico e culturale, ma la loro capacità di definirne le regole diminuisce di anno in anno.

Il baricentro del pianeta si è spostato verso le potenze che compongono o orbitano intorno ai BRICS. Esse non aspirano a esportare un modello politico, ma a garantire margini di autonomia economica e strategica. In questo contesto, anche un regime isolato come quello talebano trova spazio per esistere e negoziare.
Conclusione: la periferia che diventa centro

Nel nuovo mondo che nasce, l’Afghanistan non è più un fallimento, ma un caso di studio. Mostra come la potenza possa sopravvivere anche senza riconoscimento, e come l’Occidente possa perdere influenza senza perdere formalmente la forza.

È la fine di un’epoca: quella in cui l’Europa e l’America definivano il bene e il male, il centro e la periferia. Oggi la periferia detta le condizioni, e il centro si adegua.

In questa asimmetria rovesciata, l’Afghanistan dei talebani diventa il simbolo di una verità più ampia: l’ordine internazionale non ha più padroni, ma solo attori che sanno muoversi tra le rovine dell’egemonia passata.
Il vecchio mondo, come scriveva Gramsci, muore lentamente. Ma nel chiaroscuro del suo tramonto, il nuovo — quello dei BRICS, dei corridoi euroasiatici e dei regimi pragmatici — ha già cominciato a nascere.

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  • Redazione

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