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GAZA, IL PROGETTO DI RICOSTRUZIONE

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Secondo un prospetto di 38 pagine intitolato “The GREAT Trust” (Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation), circolato tra consulenti e funzionari e visionato dal Washington Post, l’idea è: porre Gaza sotto una custodia guidata dagli Stati Uniti per almeno dieci anni, svuotare temporaneamente (e in buona parte anche stabilmente) l’enclave tramite programmi di “relocation volontaria” dei palestinesi, e ricostruirla come hub turistico-industriale ad alta tecnologia – la “Riviera del Medio Oriente” – con mega-progetti (porti, autostrade “MBS/Mbz”, smart cities, una zona manifatturiera “Elon Musk”, data center “American Data Safe Haven”, resort e persino isolette artificiali).  Il tutto finanziato da un trust che sfrutta (anche) token digitali legati alla terra per raccogliere capitali e “compensare” i proprietari palestinesi.

Il documento, in sintesi, prevede i seguenti step.

  • Architettura istituzionale: “Custodianship” USA → multilateralità → autogoverno • Fase 0 (6–12 mesi): Israele continua a smantellare Hamas; nasce la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) per aiuti e alloggi temporanei in “Humanitarian Transition Areas” (aree umanitarie senza Hamas).

Anno 1: creazione del GREAT Trust; Israele trasferisce al Trust “Autorità e Responsabilità Amministrative” su Gaza in base a un accordo bilaterale USA-Israele; Israele mantiene diritti di sicurezza.

Periodo di transizione (pluriennale): l’obiettivo è evolvere verso una custodia multilaterale e infine un’entità palestinese “riformata e deradicalizzata”; lo stato finale prevede autogoverno “sotto gli Accordi di Abramo”.

  • Sicurezza: forte ruolo a contractor occidentali.

Nella fase iniziale l’ordine interno viene assicurato in larga misura da “Western private military contractors” e forze di Paesi terzi; col tempo subentrerebbe una polizia locale formata ad hoc. (Questo impianto è descritto nel prospetto e ripreso dal reportage del Washington Post del 31 agosto.)

  • Voluntary relocation (incentivi all’esodo)

Opzione A (restare a Gaza): alloggi temporanei “irrobustiti” con servizi di base.

Opzione B (uscire da Gaza): $5.000 a persona + 4 anni di affitto sovvenzionato (100% il 1° anno, poi a scalare) + 1 anno di sussidi alimentari.

Il prospetto stima $23.000 di “risparmio” per ogni persona che si trasferisce all’estero rispetto ai costi di assistenza in loco. Le slide indicano addirittura un “beneficio” di $500 milioni ogni 1% di popolazione che migra.

  • Token (asset anche digitalizzati) e diritti fondiari

Il Trust punta a mettere in leasing il 30% delle terre pubbliche di Gaza per 25-99 anni, e a offrire ai privati palestinesi di conferire i propri lotti al Trust in cambio di token che danno diritto a un’unità abitativa permanente nella Gaza ricostruita; in seguito, i token potrebbero essere scambiati su mercati secondari.

È prevista la creazione di un registro fondiario su blockchain e la tokenizzazione degli asset immobiliari per frazionarli e venderli agli investitori.

  • Il carico finanziario e la promessa di ritorno • Investimenti pubblici: 70–100 miliardi di $; privati: 35–65 miliardi.

 Il documento parla di una valutazione di asset da 324 miliardi dopo 10 anni e ricavi annuali del Trust >$4,5 mld al decimo anno, per un “ritorno complessivo” di circa $385 mld su $100 mld investiti.

  • I 10 mega-progetti

Esempi (con la mappa “Reimagining Gaza: 10 Mega Projects”): •

“MBS Ring” (anello stradale + tram) e “MBZ Highway” (nuova dorsale) — i nomi richiamano Mohammed bin Salman e Mohammed bin Zayed. • Abraham Gateway (hub logistico a Rafah connesso a porti/aeroporti). Porto Ro-Ro (estensione di al-Arish, Egitto) e piccolo aeroporto. Zona manifatturiera “Elon Musk” lungo il confine con Israele (focus EV).  “American Data Safe Haven” (data center con “speciali” regole USA per l’AI). • “Gaza Trump Riviera & Islands” (resort costieri e isolette artificiali stile Dubai).  6-8 “smart cities AI-powered” a “fette di torta” separate da corridoi verdi.

  • Smart-cities e controllo digitale.

Le nuove città prevedono servizi ed economia gestiti tramite sistemi digitali ID-based, ispirati (nelle parole del documento) anche all’urbanistica “haussmanniana” per “ridurre le cause dell’insorgenza”.

  • GHF: l’ombrello umanitario

La Gaza Humanitarian Foundation si occuperebbe di alloggi temporanei (il prospetto quantifica $10,8 mld), aiuti vitali ($6–10 mld) e del coordinamento con ONG, presentandosi come neutrale e “senza Hamas”.

  • Catena di fornitura “pro-Abraham Accords”

Il piano aggancia Gaza alla dorsale IMEC (India-Medio Oriente-Europa): supply chain con Arabia Saudita/UAE (minerali critici, energia), Israele (tecnologia/difesa), Egitto (logistica), UE (mercati).

  • Tempistiche di ricostruzione Esempio: edilizia residenziale permanente dal 2° all’8° anno (costo “indicativo” $70/ft², 30 m² per persona), mentre nei primi 4–5 anni si completano sminamento UXO e rimozione macerie.

Chi c’è dietro l’idea (secondo le inchieste)  Il prospetto è collegato a un gruppo di imprenditori israeliani (tra cui Michael Eisenberg e Liran Tancman) già coinvolti nell’avvio della GHF; per la modellizzazione finanziaria avrebbe lavorato un team BCG, che però – stando al Washington Post – non ha approvato il progetto e ha licenziato due partner senior coinvolti. Alla Casa Bianca si sono tenute riunioni con Marco Rubio, Steve Witkoff, Tony Blair e Jared Kushner.

Non è una policy approvata Il Post la descrive come proposta in circolazione dentro e attorno all’amministrazione; la Casa Bianca non ha diffuso decisioni formali e il Dipartimento di Stato non ha commentato. Anche Reuters, France24, Times of Israel, Haaretz e altri hanno ripreso/riassunto il contenuto, evidenziando che si tratterebbe di un piano in discussione, non di una linea operativa adottata.

Punti politicamente esplosivi (e perché fanno discutere)

Spostamento della popolazione Pur definito “volontario”, il piano progetta l’uscita dalla Striscia di tutti (o quasi) i 2+ milioni di palestinesi almeno nella fase di ricostruzione; nella pratica una quota significativa non tornerebbe (il prospetto modella il 25% che parte e il 75% che non rientra). Per giuristi e ONG, qualsiasi esito di trasferimento forzato o indotto urta il diritto internazionale umanitario. (Si veda, ad es., le critiche dottrinali e di centri studi nel 2025.)

Sovranità e legalità

Il percorso bypassa l’ONU (che in passato ha “benedetto” trusteeship simili nel Pacifico) e fa leva su una lettura molto controversa delle prerogative israeliane negli Accordi di Oslo (“uti possidetis juris”) per trasferire l’amministrazione a un trust a guida USA: lo stesso Post segnala che l’approvazione ONU è improbabile.

Sicurezza privatizzata

Il largo ricorso a contractor occidentali durante la transizione suscita interrogativi su accountability e diritti umani, specie considerati i rischi già osservati nella distribuzione di aiuti in aree di combattimento.

Token-terra e governance economica

Il modello tokenizza la ricostruzione e sposta enormi diritti fondiari e di sviluppo dentro un veicolo fiduciario capace di vendere frazioni a investitori globali; per i critici, questo finanziarizza i diritti dei palestinesi e rischia di creare dipendenze patrimoniali complesse e controverse.

Promesse di rendimento

Stime come “$385 mld di ritorni su $100 mld” in dieci anni e “valore di Gaza >$300 mld” sono ambiziose e dipendono da ipotesi forti (stabilità, normalizzazione regionale, investitori privati e pubblici, accesso ai mercati).

Come collima con le parole di Trump

Già a febbraio, Trump aveva parlato di “Riviera del Medio Oriente” e di un’assunzione di responsabilità USA per “prendere il controllo” e “ricostruire” Gaza, con idee presentate come investimento e non spesa pubblica. Il Washington Post ricostruisce frasi e contesto, e sottolinea le reazioni critiche di alleati e analisti.

Cosa potrebbe succedere (ostacoli e snodi) 1. Base legale internazionale: senza quadro ONU e senza consenso palestinese/regionale, l’opposizione diplomatica sarebbe altissima.

Paesi ospitanti: il piano presuppone disponibilità di Stati terzi ad accogliere centinaia di migliaia di persone; ad oggi, è tutt’altro che acquisita.

Sicurezza sul terreno: governance USA-centrica con contractor in un ambiente ancora bellico è altamente rischiosa.

Finanza: raccolta di $100+ miliardi in un trust politicamente radioactive, con token fondiari e PPP su infrastrutture in area contesa, è uno stress-test per mercati e sponsor.

Consenso palestinese: il rapporto rischio/beneficio per chi resta o parte e la fiducia nel “riscatto” dei token per case future sono variabili decisive.

Fonti principali: The GREAT Trust (38 pp.), pubblicato dal Washington Post. Inchiesta WaPo che riassume il piano, il ruolo di GHF/BCG e la “relocation volontaria” dell’intera popolazione.  Contesto e dichiarazioni di Trump sulla “Riviera” e la “presa in carico” USA.  Riprese e sintesi da testate internazionali (Reuters/France24/Times of Israel/Haaretz) che confermano lo status di proposta in discussione.

Autore

  • Redazione

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