di Giulio Galetti
Nel 2016 nei referendum sulle Riforme Istituzionali c’era anche la soluzione al problema del Quorum dei referendum a venire.
Se fosse passato il SI, il Quorum sarebbe sceso dalla soglia attuale, piuttosto difficile da raggiungere, ovvero un voto in più del 50% degli aventi diritto al voto, a una percentuale assai più agevole calcolata sulla ultima percentuale di votanti alle elezioni politiche.
A titolo esemplificativo, se i SI avessero prevalso, per stabilire il Quorum dei prossimi 5 tribolatissimi referendum, si sarebbe applicato sul 63,91% dei votanti registrato lo scorso 25 settembre 2022… Ergo: il 31,95% invece del 50%
I calcoli di una nomenclatura PD, ostile al riformismo renziano, ottennero l’appoggio dei sindacati compattati nella volontà di bocciare il referendum istituzionale che, oltre a eliminare il Senato e le doppie letture, insieme al carrozzone CNEL, aveva anche questa fondamentale innovazione, fortemente auspicata dai radicali sin dalla fine degli anni ’70.
Oggi, Landini e i suoi sostenitori, si accingono a schiantarsi per un risultato già scritto, che non riuscirà a portare la maggioranza degli italiani al voto nella prima settimana di giugno.
Invece di recriminare per la mancanza di Democrazia determinata da chi non sprona i propri elettori a recarsi alle urne, (comportamento legittimo in quanto l’astensione è una scelta politica per contrastare un quesito referendario) potrebbero rivolgere le loro recriminazioni alla propria mancanza di lungimiranza e di rispetto per le logiche referendarie, da loro sempre guardate con sospetto.
I referendum (al tempo) erano roba da radicali.




