
di Giovanni Bernardini
Lo stanno ripetendo spesso: occorre andare a votare ai referendum dell’otto e nove giugno perché il voto è un dovere civico.
No, è un “dovere civico” (comunque non un obbligo) andare a votare alle elezioni politiche, per i referendum il discorso è radicalmente diverso.
In Italia i referendum sono abrogativi: si vota per cancellare una legge o sue parti. Per questo la costituzione prevede il raggiungimento del quorum: si vuole evitare che una piccola parte del corpo elettorale abroghi una legge comunque votata dai rappresentanti regolarmente eletti del popolo.
Se il quorum non viene raggiunto vuol dire che il quesito abrogativo è ritenuto scarsamente importante dalla maggioranza dei cittadini quindi la legge oggetto di referendum non può e non deve essere abrogata.
D’altro canto il raggiungimento del quorum rappresenta di per se una vittoria politica per i promotori di un referendum: dimostra che il loro quesito era rilevante o che è stato giudicato tale da una parte consistente del corpo elettorale. Chi si oppone a un certo referendum ha tutto il diritto di lottare perché i promotori dello stesso non ottengano questo successo politico, ha quindi pieno diritto di propagandare l’astensione.
Si può essere d’accordo o meno con questa impostazione ma opporre a essa le chiacchiere sul voto “dovere civico” è una sciocchezza.
Val la pena di ricordare che in occasione di diversi referendum la sinistra fece propaganda astensionista.
I sostenitori dei referendum di giugno invece di strillare sul “dovere civico” spieghino perché è importante andare a votare a giugno, facciano capire al popolo bue perché il PD vuole oggi abrogare una legge a suo tempo fatta approvar dal PD…
Con l’occasione lo dico chiaro a tondo: a votare questi referendum non ci vado.





