
di Stefano Pillitteri
Ieri l’altro si è tenuta una manifestazione dell'”estrema destra” in memoria di Sergio Ramelli.
Non sono mancate facce truci, crani rasati, magliette nere, tatuaggi, saluti romani e il rito del “presente!”.
E’ una maniera semplicemente oltraggiosa di onorare il ricordo di Ramelli.
Rivendica, in primo luogo, un’appartenenza che non è mai esistita.
Perchè Ramelli non è mai stato uno di loro.
Non era un estremista. Non era un picchiatore. Non ha mai fatto male a nessuno. Non esibiva simboli e feticci del ventennio.
Era, semplicemente, un ragazzo di destra.
E la colpa che lo condusse a morte nelle circostanze tragiche che conosciamo era solo e unicamente quella di avere scritto un tema.
Ma è soprattutto oltraggioso, sia della sua memoria che della storia della nostra città, considerarlo un morto “di parte”.
Ramelli e il suo sacrificio appartengono a tutti i milanesi.
E trovo tartufesco che il Sindaco di Milano si presenti alle commemorazioni ufficiali senza indossare la fascia tricolore.
A rimarcare un non detto ovvero che si tratti di una vittima di sere B oppure, per dirla con l’orrenda neolingua attualmente in voga, una figura “divisiva”.
Un approccio ipocrita, fuori del tempo e da cui traluce un certo vile conformismo che, spiace dirlo, ammorba ancora una parte della sinistra (che, peraltro, non c’entra nulla con Sala che si limita solo a lisciarle il pelo per mero opportunismo).
Ramelli è di tutti.
E sarebbe ora, e non da oggi, che ci fosse una via titolata a suo nome e non solo il giardinetto inaugurato da Albertini ormai 20 anni fà.





