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FRANCESCO IL “PAPA DEGLI ULTIMI”

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di Maurizio Ballistreri

Con la scomparsa di Papa Francesco, il mondo perde non solo un capo spirituale, ma anche un instancabile difensore degli ultimi. Jorge Mario Bergoglio, il primo Pontefice venuto “quasi dalla fine del mondo”, ha segnato un’epoca con il suo impegno per la giustizia sociale, la dignità del lavoro, l’ambientalismo e la pace. La sua predicazione non si è mai limitata alle parole: è stata testimonianza vissuta, spesso scomoda, ma sempre dalla parte degli esclusi, dei deboli, degli “scartati”.

Papa Bergoglio con questo suo impegno anche profondamente riformatore delle strutture della Chiesa cattolica – scontando forti resistenze legate a logiche di potere anche finanziario – ha tentato di ritornare alle origini del messaggio di Cristo per i poveri, gli umili, gli oppressi, come predicato da San Francesco.

Papa Francesco non fu un sostenitore della “Teologia della Liberazione” diffusasi nell’America Latina con il pensiero di Gustavo Gutierrez e Leonardo Boff, ma guardava alla “Teologia del Popolo” elaborata in Argentina da Lucio Gera e Juan Carlos Scannone, tra di loro non in contrapposizione ma convergenti.

Un Papa “socialista” si potrebbe dire, ovviamente di un “socialismo spirituale”, con una straordinaria carica umanitaria, nel solco dell’insegnamento di Gesù Cristo.

Viene alla mente un articolo dal significativo titolo “Gesù Cristo rivoluzionario e socialista”, pubblicato su “La Giustizia” del 5 febbraio 1888, da Camillo Prampolini, uno dei padri del socialismo italiano, che scriveva: “Sì, Gesù fu socialista […]. Egli proclamò che gli uomini sono tutti uguali; non ammetteva la proprietà privata né la conseguente divisione dei cittadini in padroni e servi, ricchi e poveri, gaudenti e affamati, e predicava invece la comunione dei beni”.

Due i temi storici del socialismo sostenuti con forza nella incessante predicazione di Papa Francesco: la difesa del lavoro e la pace, che, purtroppo, i partiti socialisti e socialdemocratici sembrano avere obliterato, come testimoniamo le incolori “terze vie” teorizzate tra capitalismo e socialismo e il voto nell’Unione europea a favore della “politica di riarmo”, che tanto ricorda i crediti di guerra votati dalle forze socialiste nei parlamenti nazionali alla vigilia della I guerra mondiale.

Papa Francesco ha fatto della difesa del lavoro dignitoso uno dei pilastri del suo magistero. Il suo rapporto con il mondo del lavoro non è mai stato quello di un osservatore che parlava ex cathedra, ma di un pastore che comprendeva fino in fondo il dramma della precarietà e dello sfruttamento, affermando che “Il lavoro precario uccide. Uccide la dignità, uccide il futuro, uccide la speranza. È inaccettabile che oggi esistano lavoratori poveri, persone che, pur lavorando, non riescono a vivere con dignità. Questo è sfruttamento, non è economia”.

Il Pontefice non esitò a denunciare anche le morti sul lavoro, definendole una “tragedia inaccettabile in un mondo civile”. Il suo insegnamento in questo campo ha spinto la Chiesa a prendere posizioni sempre più coraggiose su temi come il salario minimo e dignitoso, il diritto al riposo e la conciliazione tra lavoro e vita personale.

Ma il rapporto di Francesco con i lavoratori non si è fermato agli incontri ufficiali con le loro organizzazioni sindacali: ha voluto ascoltare, conoscere e visitare direttamente gli operai, i braccianti, gli impiegati.

E, infatti, sin dal primo giorno del suo pontificato ha denunciato le disuguaglianze economiche e sociali come una delle più gravi ferite del nostro tempo, assieme al problema della transizione ecologica. Ha parlato apertamente di un’economia che “uccide”, indicando un sistema in cui l’accumulazione capitalistica conta più della persona, rappresentando una degenerazione umana inaccettabile, parlando di una “globalizzazione dell’indifferenza” che confisca le coscienze e rende accettabile la circostanza che milioni di persone siano escluse da una vita dignitosa.

Ma il suo insegnamento non è stato solo una denuncia, è stato un appello concreto alla solidarietà, alla politica del bene comune, all’economia della condivisione, basata sulla sostenibilità ambientale.  

E sulla pace, in un’epoca segnata dal dramma delle guerre e da tensioni internazionali, Papa Francesco ha fatto levare forte la sua voce per una pace senza compromessi, contro la corsa agli armamenti, alla produzione e alla diffusione di armi, al ricorso alla violenza come soluzione ai conflitti tra le nazioni.

Durante la guerra in Ucraina, fu uno dei pochi leader mondiali a chiedere negoziati immediati, con l’invito ai potenti della Terra a fermarsi prima di condannare il mondo a un’escalation senza ritorno.

E nel giorno di Pasqua, poche ore prima della sua scomparsa, il suo pensiero è andato ancora “alla popolazione e in modo particolare alla comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria. Faccio appello alle parti belligeranti: cessate il fuoco, si liberino gli ostaggi e si presti aiuto alla gente, che ha fame e che aspira ad un futuro di pace!”.

Ma la sua battaglia per la pace non si è limitata ai conflitti armati. Ha denunciato con forza le guerre invisibili: quella contro i migranti, respinti e lasciati morire in mare; quella contro le popolazioni indigene, cacciate dalle loro terre in nome del capitalismo; quella contro le donne, ancora vittime di violenze e discriminazioni in molte parti del mondo: “Non si costruisce la pace con le bombe, ma con il dialogo. Non si difendono i popoli con le armi, ma con la giustizia. Non si governa con la paura, ma con la speranza”.

Ai lavoratori, ai poveri, agli emarginati ha lasciato non solo un messaggio, ma la speranza che un mondo diverso sia possibile, anzi indispensabile.

La sua eredità spirituale, per credenti e non, ha la forza evocativa del valore universale della fratellanza, che in particolare nella enciclica “Fratelli Tutti”, scritta nel pieno della pandemia, denuncia le conseguenze della globalizzazione disumana, delle guerre, dell’indifferenza verso i più deboli. 

Il messaggio è netto: “siamo tutti sulla stessa barca e ci possiamo salvare solo insieme”, un monito per un’umanità che sembra avere smarrito i valori di libertà, eguaglianza e fratellanza.

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  • Redazione

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