
di Giuseppe Augieri
La campagna elettorale sembra in partenza. L’iniziativa pentareferendaria promossa dalla Cgil di Landini ha l’obiettivo, e neanche tanto nascosto, di egemonizzare quasi irreversibilmente il fronte delle componenti progressiste del nostro paese. In sintesi: quella radicale e massimalista della Schlein; quella populista e demagogica dei 5 stelle; quella estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis. La stessa impostazione iniziale della campagna referendaria lo conferma: Landini ha immediatamente incontrato i capi delle varie sinistre e con quelli ha concordato la pianificazione dell’intera campagna elettorale del prossimo giugno.
Ora, senza nulla togliere alla legittimità di questo obiettivo squisitamente politico, emergono tre elementi quasi oggettivi. Il primo: lo storico sindacato della Cgil ormai gioca un ruolo decisamente – ed esclusivamente – politico/partitico. Il secondo: vi è una plateale indisponibilità politica del leader della Cgil a coinvolgere – almeno per ora – altri settori della società e della politica italiana su queste battaglie, evidentemente perché la volontà è che esse siano identitarie delle sinistre. La terza, per me più rilevante: la conferma che la cultura riformista e di governo da quelle parti è alquanto minoritaria se non addirittura marginale. La riprova è Renzi che deve giurare fedeltà quotidiana al Pd e al M5S per sperare di essere ammesso nel recinto dell’alleanza.
Quasi contemporaneamente, nel panorama politico si è riaccesa la luce puntata su Calenda che intende(rebbe) costruire un’alternativa credibile sia al centrodestra che al centrosinistra.
Le recenti dichiarazioni di apprezzamento per Giorgia Meloni, soprattutto in materia di politica estera, non devono, a mio parere, essere confusi con l’ obiettivo dichiarato di costruire un Terzo Polo stabile, in grado di attrarre pezzi di Forza Italia, +Europa ma anche una parte del Pd. L’ambizione di Calenda è chiara: destrutturare i blocchi esistenti per rilanciare una proposta politica centrista, convinto che solo una nuova legge elettorale possa dare spazio a un’alternativa reale. In questo disegno, Meloni è un interlocutore, ma non un alleato: anzi sotto molti aspetti Calenda potrebbe insidiare l’unità del suo partito. E lo sbocco comunque verso un proporzionale con premio di maggioranza più o meno ampio non mi sembra un obiettivo sbagliato. Su questo io mi ritrovo.
Avevo guardato con grande interesse all’ iniziativa messa in atto da parte di Prodi, Castagnetti, Del Rio, ma anche di Gentiloni, Ruffini. Qualcosa che riuscisse a far rispettare un po’ di più uno dei fondamenti della democrazia che è quello di rifiutare la logica del bianco e nero. Ora, con l’iniziativa di Landini, la questione di un terzo polo riprende forza. Deve riprenderla. Non in termini di schieramento, ma bensì di contenuti. Le recenti polemiche su Meloni, talvolta grossolane e lontane dalla logica, ispirate alla propaganda piuttosto che a riflessioni su quanto accade, lontane mille miglia dalla storica capacità di analisi e di progetto della sinistra che fu, anche al netto di vergognose volgarità che a nessun nemico sarebbe consentito di rivolgere, mi dicono che è giunto il momento per prendere decisioni non facili, ma inevitabili.
Confesso. Non sono interessato solo come osservatore politico. Ho un interesse personale nel fare le considerazioni che ho fatto. Una sinistra come quella di Landini non la voterò mai, neanche sotto tortura. Ma neanche accetterei di astenermi dal voto.
Se quella sarà l’unica sinistra disponibile, cosa questo significhi lo lascio “indovinare” a chi mi legge.





