

Non invitando alla cerimonia di insediamento alla casa Bianca il leader laburista fabiano Keir Starmer, primo ministro britannico, Trump ha mandato un avviso alla testa inglese del serpente che è in arrivo la cesoia.

La cerimonia di insediamento di Donald Trump apre una faglia che sembra un abisso tra l’anglosfera americana e quella del Regno Unito fabiano, ossia con il cuore del laboratorio nazista travestito da socialismo.
La lista degli invitati e degli esclusi è una dichiarazione esplicita di cosa avverrà nei prossimi quattro anni nei rapporti tra aree politiche e ideologiche.
Dalla cerimonia di insediamento, infatti, è escluso il primo ministro britannico Keir Starmer, al quale è stato preferito il leader populista anti-Ue Nigel Farage.
Gli Usa non rompono con il Regno Unito, ma con i fabiani che sono il centro ideologico di tutte le teorie del darwinismo sociale e dell’eugenetica che hanno trovato applicazione, prima nella diabolica stagione nazista e, in questi ultimi anni, nel tentativo di azzerare la storia, la cultura e una buona parte dell’umanità, in base a logiche di eutanasia, di aborto portato sino all’infanticidio, di utero in affitto, di coltivazione di ceppi virali nei laboratori gain of function e nel continuo tentativo di creare e alimentare conflitti.
Starmer, alla viglia di un possibile incontro tra Trump e Putin, ha firmato un accordo centenario con Zelensky, nella logica della continuazione di un confronto armato con la Russia che l’America vuole chiudere.
Alla sua cerimonia di insediamento, pertanto, Trump non ha voluto il rappresentante di un’ideologia guerrafondaia e nell’intimo nazista.
Non compare tra gli invitati nemmeno Marc Rutte, che, stando alle sue esternazioni, persegue una logica di guerra e che è il distillato di quella politica europea che ha consentito all’Olanda di essere il paradiso fiscale delle multinazionali.
Non c’è il segretario generale dell’Onu, il socialista Antonio Guterres, in attesa che Trump decida di uscire dall’Oms, mettendo a terra la questione dello strapotere di Bill Gates e di Big Pharma.
Non è stata invitata nemmeno la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, autrice di politiche europee che stanno disastrando il Vecchio Continente. Politiche prone alla finanza globalista che ora le volta le spalle. Lo schiaffo alla presidente della Commissione è anche una presa di distanza netta dal kombinat burocratico che regge Bruxelles, dalle sue politiche demenziali e dalle logiche di censura sulle quali si è retta, per anni, la comunicazione della menzogna del pensiero unico politicamente corretto.
Non invitato il cancelliere tedesco Olaf Scholz, la cui coalizione governativa fa da cavallo di Troia alla presenza cinese in Europa.
Non invitato anche il canadese Trudeau, il realizzatore del laboratorio woke che ha visto uniti nell’elaborazione gli ideologi inglesi con quelli californiani, i quali, oggi, baciano la pantofola.
Di Macron si sono perse le tracce.
Tra i capi di Stato e di governo che saranno presenti alla cerimonia spicca invece il Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni.

Nutrito il gruppo della famiglia conservatrice che si recherà a Washington. Ci sono Mateusz Morawiecki, ex premier polacco e ora presidente di Ecr, i suoi due vice Carlo Fidanza (capodelegazione FdI a Strasburgo), Marion Maréchal (nipote di Marine Le Pen ed eurodeputata eletta inizialmente con Reconquête ma passata ora a Identités et libertés), e George Simion (leader del partito romeno Aur).
Secondo quanto comunicato dal portavoce del gruppo, la delegazione conservatrice comprenderà anche gli eurodeputati Assita Kanko (vice-capogruppo proveniente dall’N-va belga), Stephen Bartulica (membro del partito croato Domino), Rihard Kols (eletto in Lettonia con l’Na) e Dominik Tarczyński (del PiS polacco).
Non parteciperà invece il primo ministro ungherese Viktor Orbán, da sempre ammiratore di Trump e co-fondatore del partito europeo dei Patrioti (Patriots). A quanto riporta La Presse, per i Patrioti si recherà a Washington una delegazione composta dal presidente Santiago Abascal (leader del partito spagnolo Vox) e un gruppo di eurodeputati (il gruppo all’Eurocamera si chiama Patrioti per l’Europa, abbreviato in PfE): i vice-capigruppo Kinga Gál (ungherese di Fidesz), Klara Dostalova (eletta in Cechia con Ano 2011) e Hermann Tertsch (Vox), nonché Paolo Borchia (capodelegazione della Lega), Jorge Martín Frías (Vox) e Filip Turek (leader del partito ceco PaM). Secondo Politico dovrebbe partecipare anche il leader del partito belga Vlaams belang Tom Van Grieken dovrebbe partecipare.
Altri invitati di rilievo sono il leader di Reconquête, Éric Zemmour e il co-presidente di AfD, Tino Chrupalla. Dovrebbe partecipare all’inaugurazione anche l’eurodeputata Sarah Knafo, vice-capogruppo dell’Europa delle nazioni sovrane (Esn) a Strasburgo in quota Reconquête.
Parteciperà, inoltre, il presidente argentino Javier Milei e Xi Jinping manderà il suo vice Han Zheng.
Ci sarà il Ceo di Tiktok, Chew Shou Zi, nonostante il contenzioso con il governo americano, che siederà addirittura sul palco d’onore, tradizionalmente riservato ad ex presidenti, familiari e altri ospiti importanti. A lui si uniranno il capo di Meta Zuckerberg, quello di Amazon Bezos, il Ceo di Open-Ai Sam Altman, quello di Apple Tim Cook e l’ad di Google Sundar Pichai, che ha donato un milione di dollari per l’organizzazione dell’inauguration day. Per rimanere in tema big tech, anche se per lui ormai è una definizione riduttiva, ci sarà anche Elon Musk, ‘first buddy’ di Trump e neo-segretario al dipartimento per l’efficienza governativa.
La performance musicale, che nel 2021 era stata affidata a Lady Gaga, sarà quest’anno a opera della cantante country Carrie Underwood.
Significativo, dal punto di vista politico e annuncio di cosa potrà avvenire anche nei sacri palazzi romani, l’affidamento dell’invocazione al cardinale Dolan.

L’arcivescovo di New York, il cardinale Timothy Dolan, che lo aveva già fatto nel 2017 per l’elezione del 2016, guiderà la preghiera che precede l’insediamento del 47esimo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Trump giurerà su due edizioni della Bibbia: la prima, la sua personale, gli era stata regalata all’età di 8 anni da sua madre, la seconda apparteneva all’ex presidente Abramo Lincoln.
L’annuncio dell’affidamento della preghiera al cardinale Dolan è arrivato dal diretto interessato in un’intervista televisiva il 24 dicembre scorso. «Il presidente è stato così gentile da chiedermi di nuovo di fare la preghiera di apertura», ha spiegato l’arcivescovo della Grande Mela, aggiungendo che il presidente eletto «prende sul serio la sua fede cristiana».
Nei pochi minuti di intervista, la Vigilia di Natale, Dolan si è spinto oltre dicendo che «c’è qualcosa di mistico nei due tentativi di omicidio di cui è stato vittima Trump nella campagna elettorale».
Dolan ha spiegato di aver ricordato a Trump di «quando Regan incontrò Giovanni Paolo II, entrambi reduci da due tentativi di omicidio dai quali erano scampati per miracolo. E Ronald Regan disse: “Santo Padre, Madre Teresa mi ha detto che Dio mi ha risparmiato la vita perché ha qualcosa di importante da farmi realizzare”, Giovanni Paolo replicò sorridendo, “Signor Presidente, Madre Teresa mi ha detto la stessa cosa, quindi perché non lavoriamo insieme e facciamo qualcosa nel mondo?”».
Anche in questo segnale si avverte che la distanza fra l’attuale Pontefice e gli Stati Uniti non è mai stata così ampia: alla frattura sul piano intraecclesiale si è unita quella sul fronte geopolitico.
Ci sono scelte geopolitiche del Vaticano, come quella di aprire alla Cina, che non potranno che essere oggetto di contrasto, ma probabilmente il contrasto maggiore, assieme a quello dottrinale, sarà la vicinanza dell’attuale pontefice alle linee politiche di George Soros, l’altra testa del serpente, assieme a quella fabiana.
A mettere assieme il filo che lega Soros e Francesco è stato, come al solito senza ritegno, Joe Biden, con il suo medagliere.

A proposito di George Soros, Roberto Pecchioli scrive: “Nasce a Budapest il 12 agosto 1930 da una famiglia della buona borghesia ebraica con il nome di Gyorgy Schwartz. […]. Gli Schwartz non erano ebrei praticanti, anzi vivevano con fastidio la loro difficile identità. Nel 1936, il vento antisemita soffiava forte sul regno d’Ungheria amputato dopo la guerra perduta dagli imperi centrali, così Tivadar Schwartz mutò il cognome di famiglia in Soros, parola che in ungherese significa successore e in esperanto crescere, salire. Fu forse il padre a instillare per primo nel piccolo Gyorgy il cosmopolitismo e il fastidio per le identità che diverrà uno dei suoi tratti caratteristici. L’occupazione nazista costrinse la famiglia a numerosi spostamenti e il giovanissimo Soros fu fatto passare per il figlioccio cristiano di un collaboratore degli occupanti impegnato nella confisca dei beni della fiorente comunità israelitica. Questa macchia giovanile gli è stata spesso rimproverata, ma non ci sentiamo di addossare particolari responsabilità a un adolescente che cercò senza dubbio di destreggiarsi senza eccessivi scrupoli nella bufera con l’aiuto del padre. Pure, è stupefacente che, in un’intervista al canale Fox News dell’11 novembre 2010, egli abbia considerato quei drammatici giorni “probabilmente il periodo più felice della mia vita”. Si era probabilmente forgiato in quella temperie il carattere di spietato giocatore disposto a puntare tutto pur di aggiudicarsi l’intera posta”. [i]
Soros è l’emblema degli ebrei che hanno tradito le loro origini, i loro fratelli, il loro Dio, sostituendo Yahweh con Mammona. Sono l’altra testa del serpente.
Soros è anche l’icona simbolica del rapporto tra gli ebrei che hanno tradito Yahweh per Mammona e quel gruppo di intellettuali darwiniani, malthusiani, dediti al darwinismo sociale e all’eugenetica, in buona sostanza razzisti travestiti da socialisti, lupi travestiti da agnelli, che hanno fondato e fatto progredire la Fabia Society.

“Nel 1947 Soros (ancora Gyorgy) – scrive Pecchioli, lasciò l’Ungheria per l’Inghilterra, sfuggendo all’occupazione comunista, succeduta a quella tedesca. Si arrangiò con vari mestieri e riuscì nel 1949 ad entrare nella prestigiosa London School of Economics (LSE), l’università d’ élite fondata nel 1895 dalla Fabian Society, il circolo di riformisti britannici appartenenti alla classe dirigente vittoriana, il cui scopo era di costruire per gradi una società socialista. Nonostante la narrazione corrente lo descriva come un self made man, un uomo che si è fatto da sé partendo dal nulla, ciò non è del tutto vero. Difficilmente un giovane immigrato appena arrivato a Londra riesce a entrare in un’università tanto prestigiosa. Evidentemente, le relazioni di famiglia con il vasto mondo dell’ebraismo finanziario lo aiutò a partire, per così dire, con il piede giusto. Diventò definitivamente George Soros, disfacendosi della sua iniziale identità a partire dal nome […]. Nel 1956, l’anno in cui la rivolta antisovietica nella sua terra natale fu repressa nel sangue, Soros, dopo un apprendistato presso la City londinese nell’orbita della galassia Rothschild, si trasferì negli Stati Uniti, divenendo cittadino americano nel 1961. La sua scalata iniziò due anni dopo, allorché entrò in una società di Wall Street specializzata nel trattare titoli azionari europei”. [ii]
Sarà da vedere, anche in considerazione dello stretto legame di Donald Trump con l’ebraismo tradizionale e con lo Stato di Israele quanto ancora potrà sopportare l’influenza di Soros negli affari americani e del mondo, con logiche che vanno in direzione opposta a quelle della presidenza degli Stati Uniti.
Logiche, quelle di Soros, perfettamente in linea, essendone propositore e finanziatore, con il globalismo, il green, la lotta al climate change, le ondate migratorie, il wokismo.
Logiche che hanno portato Soros a condividere con un’altra ebrea, Victoria Nuland, l’organizzazione del colpo di Stato in Ucraina che ha portato, con successivi passaggi di progressiva frizione alla guerra ancora in atto.
Quanto potrà sopportare Donald Trump che ci sia un Soros che si oppone alle sue politiche di chiusura dei conflitti, di lotta all’immigrazione clandestina, di distruzione della follia woke, di riposizionamento dell’economia disastrata dal globalismo finanziario; un Soros che ha finanziato i procuratori che lo hanno perseguitato.
Anche l’altra testa del serpente sicuramente cadrà. Quando? Vedremo.
[i] Roberto Pecchioli, George Soros e la Open Society, Arianna Editrice
[ii] Roberto Pecchioli, George Soros e la Open Society, Arianna Editrice





