
di Vito Sibilio
Riflessioni su Papa, Chiesa, donne, gay e migranti.
Seguendo da vicino le vicende vaticane, si rimane colpiti dal fatto come il Papa, spesso e volentieri, sia ondivago nelle scelte di governo. Tre sono i temi su cui propongo una riflessione a fronte di eventi recentissimi: le donne, gli omosessuali e i migranti, corrispondenti agli interessi di altrettante lobbies assai influente in Italia e in Vaticano, che evidentemente ispirano, condizionano e forse persino intimidiscono un vecchio Pontefice che, nelle sue aspirazioni di riformatore, è tuttavia verosimilmente privo di esecutori con strumenti concettuali atti a trasformare in realtà concrete le sue utopie.
Cominciamo dalle donne. Di recente, alla chiusura del Sinodo, Papa Francesco ha avocato a sé, e nello stesso tempo differito a dopo i risultati di una Commissione ad hoc, ogni decisione sul Diaconato femminile, ossia lo ha affondato. Però questo non gli ha impedito di nominare quale Prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica Suor Simona Brambilla MC, la quale, fedele al mainstream, ha deciso persino di intitolarsi con un improbabile femminile del sostantivo del titolo, ossia Prefetta, ad onta della morfologia non solo italiana ma anche latina. La domanda che ci si pone è questa: il Papa si è rammentato che, nella dottrina cattolica, il munus Petri di cui è detentore può essere delegato solo a chierici ordinati? E’, del resto, la ragione per cui i Prefetti di Curia sono sempre Cardinali di Santa Romana Chiesa, tra i quali, in passato, vi erano anche laici insigniti almeno della dignità se non dell’Ordine, proprio per essere capaci di ricevere la potestà delegata ed esercitarla, purché i dicasteri a cui erano preposti non esercitavano giurisdizione sulle anime, appunto perché per essa ci vuole uno dei tre ministeri sacerdotali. Ora, vuole forse il Papa dirci, senza averlo scritto da nessuna parte, che ritiene di poter delegare anche dei laici non ordinati e nemmeno insigniti della dignità? In tal caso dovremmo dedurre che la dogmatica, peraltro immodificabile nei punti definiti, si sta, di sua sponte e a dispetto dei suoi stessi principi, sviluppando verso l’abolizione della divisione tra sacerdozio legale e reale, con conseguente, però, inutilità e superamento del Papato stesso. Infatti la scaturigine del sacerdozio reale è il battesimo e, se esso è uguale al sacerdozio reale, quest’ultimo, conferito sempre ai battezzati e culminante nel Pontificato Romano, è destinato ad essere riassorbito nel primo. O forse, più modestamente, il Papa si prepara a conferire le dignità anche alle donne, comprese le cardinalizie, non tenendo conto che, almeno nella parvenza, il recettore della dignità dev’essere maschio come lo è il Cristo, sacerdote eterno? Più verosimilmente, la nomina è avvenuta senza tenere in nessun conto le norme canoniche e la teologia soggiacente, presumibilmente per conformismo al femminismo ecclesiastico di ritorno. La poca copertura teorica necessaria per simili imprese gliel’hanno data quei canonisti di corte che, come un tempo a Bonifacio VIII, dicono ad ogni piè sospinto che il Pontefice può fare tutto, quasi egli non fosse il Vicario di Cristo ma Lui stesso. Una nomina di facciata, come altre, ben lontana dal potere reale, laico o consacrato che sia. Lo dimostra il fatto che il Papa non ha scelto una donna per i dicasteri finanziari del Vaticano – che non avendo nessuna giurisdizione spirituale non necessitano di prelati alla loro testa e nemmeno di uomini – ma per un Dicastero spirituale e che alla Brambilla ha affiancato un pro-Prefetto, il Cardinale Angel Fernandez Artime SDB, del quale non si capisce il titolo, visto che il titolare già c’è, e che svolge la funzione di Segretario, perché non ve n’è uno. Ciò presumibilmente perché Bergoglio sa che il ministero della Brambilla è mutilato e ha bisogno di un complemento maschile, episcopale e cardinalizio. Alla stessa maniera, Papa Francesco ha già nominato due sottosegretari apostolici del Dicastero, uno maschio e uno femmina. Un mix tra generi e tra dogma e teologia, fatto con una versione latinoamericana del mai superato Manuale Cencelli, che non a caso era democratico e cristiano cattolico. Non è certo questa la rivalutazione del genio femminile di cui la Chiesa avrebbe bisogno e che fu, a suo tempo e con maggior spessore, invocata da Papa Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem.
Passiamo agli omosessuali. E’ Francesco che ha fatto licenziare alle stampe il documento del Dicastero dei Seminari e degli Istituti di Studi sulle teorie di genere, ribadendone la condanna in modo morbido ma chiaro. Il Papa, inoltre, checché se ne dica, non ha aperto in nessun modo alla pratica omosessuale nella morale, né potrebbe farlo senza essere tacciato di eresia formale. Ma, inspiegabilmente, dopo aver avuto parole di disprezzo verso gli omosessuali nel clero, ha accettato la nuova Ratio della CEI per l’ammissione dei candidati al sacerdozio che contempla la possibilità di accogliere omosessuali con una debole inclinazione e, soprattutto, dopo un poco di tira e molla, ha fatto definitivamente (?) inserire nel calendario delle celebrazioni giubilari pubbliche quella per i cattolici LGBTIQ, anche se, consultandolo nuovamente, dell’evento non ancora c’è traccia. Ora, l’avremo o non l’avremo? E se l’avremo, cosa significherà? Che gli omosessuali non sono più peccatori pubblici dopo 3600 anni di anatemi biblici? O che hanno una identità che però sono tenuti a tenere a freno sempre e comunque? O che verranno ammessi all’indulgenza giubilare solo quelli che sono disponibili ad essere casti? Nel primo caso avremmo una Scrittura fallibile. Nel secondo dovremmo avere anche i giubilei dei cleptomani o simili. Nel terzo dovremmo avere il giubileo di tutti coloro che, avendo una tentazione connaturata, non cedono: dei pedofili, degli irascibili, dei golosi ecc. A parte l’ironia, è evidente che l’antropologia biblica e teologica, auspice il Padre Claudio Pera SJ e il Generale dell’Ordine Arturo Sousa, nonché le eminenze Matteo Zuppi e Marcello Semeraro, subisce un tentativo di modifica. Dio non creò più l’uomo maschio e femmina, ma l’uomo etero ed omosessuale, con buona pace del testo della Genesi e in omaggio alle teorie di genere, sia pure light, nonostante siano state condannate da Bergoglio come ho detto sopra. Gli eminenti ecclesiastici sono del tutto indifferenti non solo al magistero del Papa regnante, ma anche al fatto che la Rivelazione, chiusasi per la Chiesa con la morte dell’ultimo Apostolo, verrebbe ora di fatto modificata a 2000 anni dalla sua chiusura, auspice uno Spirito Santo che, a loro dire, li guiderebbe ad una più retta comprensione del Depositum Fidei. Mi piacerebbe chiedere loro chi guidava i predecessori che non avevano tale apertura e, soprattutto, chi guiderà i successori qualora, a questo punto legittimamente, cambiassero nuovamente idea. Di certo, il Papa non è affatto persuaso, altrimenti, stando al suo stile, avrebbe preso una decisione e non ci sarebbe tornato, forte peraltro dell’appoggio del mainstream. La verità è che, se la Chiesa accettasse il principio che gli uomini si dividono in etero e omosessuali, in omaggio al principio etico dell’agere sequitur esse, non potrebbe continuare ad imporre ai secondi una continenza a vita, che spetta solo a chi è chiamato alla vita consacrata. L’omosessualità diventerebbe una condizione voluta da Dio. E gli anatemi paolini, la distruzione di Sodoma e il racconto della creazione dell’Uomo per sessi una presa in giro. Vero è che negli ultimi decenni orientamenti secolari sono stati modificati con il riconoscimento della libertà di coscienza, del dialogo interreligioso, dell’ecumenismo. Ma sono le conseguenze disciplinari di una società multiculturale e non implicano il superamento del nucleo dogmatico dell’unicità della Salvezza per la fede in Cristo. Invece l’antropologia teologica che si tenta di imporre, peraltro in modo piuttosto truffaldino, è incompatibile con la dottrina definita in materia ed esplicitamente formulata nella Scrittura. In poche parole, le teorie di genere, dopo aver messo a soqquadro l’antropologia secolare, ora stanno devastando anche quella cattolica.
Infine, veniamo ai migranti. Tutti sanno che, sotto questo Papato e con questa Presidenza CEI, all’ossessione del preservativo si è sostituita quella del barcone. La Chiesa è in prima linea nell’accoglienza e gabella come peccato ogni tentativo di regolamentazione dei flussi selvaggi, trattando l’Italia come un feudo, con l’appoggio delle sinistre e dell’associazionismo (in parte) no profit. Senz’altro, si badi, molte benemerenze umanitarie sono state acquisite da laici e religiosi in quest’opera che rimane nobile. Ma le conseguenze negative sembrano molte di più delle positive, tra cui quella che andiamo a dire. Infatti, a fronte dell’ondata di violenze compiute da stranieri non integrati che scuotono la Penisola e il Continente oramai da una decade abbondante, a fronte del fallimento del modello multiculturale con cui è stato rottamato il ben più funzionale interculturale, nessuna condanna è stata fulminata, nessun ammonimento contro l’ingratitudine degli accolti è stato pronunziato dai prelati cattolici, per non smentire se stessi e, ancor di più, per non alterare la costellazione di poteri e informazioni che hanno presentato il fenomeno migratorio in modo quantomeno parziale se non unilaterale. Eppure il Papa e la Chiesa, proprio per l’accoglienza predicata e in parte praticata, avrebbero la terzietà morale per denunciare gli eccessi dei richiedenti asilo e di chi lo ha ricevuto. Il Cardinale Zuppi ha condannato la recente profanazione della Sinagoga di Bologna e le contemporanee violenze contro le Forze dell’Ordine, ma non è riuscito a pronunziare parola sui pakistani stupratori di fronte al Duomo di Milano, dedicato alla Beata Vergine Maria, dinanzi alla Quale simili azioni dovrebbero destare ancora più ripugnanza. In afasia anche l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, forse preoccupato di dover differire ancora di più il ricevimento dell’agognato galero cardinalizio. Il silenzio papale è poi tombale, forse suggerito da una Curia in penombra, la stessa che ha impedito l’udienza alla madre, malata di cancro, di Pamela Mastropietro, violentata e uccisa da una gang di nigeriani che ne hanno anche smembrato il cadavere. Motivo, quello di evitare di fomentare il razzismo. Obiettivo al quale si può evidentemente sacrificare l’esigenza di giustizia, nonostante sia Dio a richiederla per chiunque sia ucciso, da Abele in poi, indipendentemente dall’etnia dell’assassino. Pensare che così si faciliti l’integrazione è a dir poco bizzarro. Non considerare negativamente una serie di simili scelte sarebbe spirito cortigiano, non devoto, e a maggior ragione inaccettabile per chi vuole avere un approccio laico a questi temi, riservando la religiosità alla sfera, ben più importante, del trascendente.
E’ evidente che un certo spirito mondano, piuttosto progressista, avanza caoticamente nella Chiesa, nel crepuscolo di un Papa vecchio, le cui aspettative pastorali di avvicinamento alle cose nuove sono sommerse dalla demagogia e da un certo affarismo ecclesiastico, che porta solo confusione nelle Mura leonine. Dal Vaticano al Vaticaos.





