di Antonio Foccillo
Nella rincorsa a seppellire l’eredità ‘900, dopo avere distrutto i partiti che rappresentavano ideali e valori, si è passato, con continui attacchi, anche nei confronti del sindacato.
Prima la delocalizzazione e poi i contratti atipici ridussero molto la possibilità di svolgere la funzione sindacale, poi qualche anno fa, dopo una assemblea, dico assemblea, ai Beni Culturali, nonostante fosse ritenuta legittima, si scatenò il fuoco mediatico per colpevolizzare anche le assemblee in modo da ridurle.
Addirittura un direttore di un quotidiano scrisse che: “Un paese con il sindacato come abbiamo in Italia è un paese incivile” e così continuò: “Non siamo qui a discutere se quelle assemblee fossero legali o meno, non è questo il punto, quanto il fatto che un confronto sindacale teso solo a difendere piccoli interessi di bottega della struttura che rappresenta è incurante, invece, di quelli generali è ormai incompatibile con il confronto democratico”. Come se rivendicare di essere pagati per il lavoro che si fa e chiedere ulteriore occupazione fossero interessi di bottega.
Ancora negli ultimi tempi si sono criticate spesso la varie proclamazioni di sciopero generale, sia unitario e sia di solo due sigle confederali. L’obiezione è stata sempre che questa rivendicazione fosse fuori tempo e dal contesto attuale e servisse al sindacato solo per fare politica.
Lo sciopero è la più importante forma di lotta a disposizione dei lavoratori per dar voce alle loro rivendicazioni. Nacque, anche se vi sono di varie tesi e interpretazioni, quando il secolo ‘800 iniziò a convergere verso il secolo ‘900.
Quel periodo è considerato il momento di inizio della consapevolezza di avere diritti da rivendicare sul piano del rapporto di lavoro e per dar sostanza alle rivendicazioni si afferma lo strumento dello sciopero, quale elemento da utilizzare in caso di rifiuto da parte del datore di lavoro.
In tale epoca denominata rivoluzione industriale, fu usato come mezzo di protesta nei confronti dei datori di lavoro, prima dagli operai dell’industria, e in seguito da tutte le categorie di lavoratori, che dovettero affrontare dure lotte per poter manifestare liberamente e rivendicare salari più adeguati e condizioni di lavoro più umane.
Il cammino che ha portato alla conquista di questo diritto non è stato facile e per lungo tempo la risposta alla protesta degli scioperanti è stata la repressione.
Prima fu dichiarato legittimo lo sciopero generale e poi con l’entrata in vigore della Costituzione lo sciopero e lo sciopero generale sono stati riconosciuti come un diritto. Lo sciopero, quindi, è un diritto e né consegue che il lavoratore se si astiene dalla prestazione lavorativa non può essere considerato inadempiente.
Tutto questo non per affermare che tutto è giusto nel sindacato. Certamente, errori sono stati commessi e qualche errore anche di comunicazione c’è stato, mentre è emersa anche forte la necessità di cambiamento nell’organizzazione e nelle rivendicazioni alla luce dei nuovi paradigmi economici e politici.
Quello che deve far riflettere però l’opinione pubblica, che ogni occasione viene presa a pretesto per intaccare conquiste, fatte in un’epoca in cui il diritto del lavoro doveva salvaguardare il debole, cioè il lavoratore.
Per uno come me, che ha vissuto cinquantanni nel sindacato e che ha privilegiato sempre il confronto e la mediazione e poco lo scontro, questa situazione di continua critica non può essere accettata, perché cosi si svuotano del tutto le possibilità di affermare e salvaguardare diritti e tutele.
Il problema oggi del sindacato, di fronte a questo tentativo sempre più marcato di indebolirlo fino a ridimensionarlo del tutto, è come rispondere, cioè come individuare un nuovo rapporto fra sindacato e pubblici poteri, fra sindacato e opinione pubblica, fra sindacato e i lavoratori.
Non si può assistere passivamente a un processo di progressivo deterioramento della volontà politica di riconoscere nel sindacato, portatore di interessi diffusi, un interlocutore. Per questo, a parer mio, si cerca di screditarlo con tutti i mezzi della propaganda che fanno da grancassa di risonanza.
Il sindacato viene accusato di tutto e il contrario di tutto. La verità che ancora una volta nel nostro Paese è venuto meno lo spirito laico che aveva caratterizzato in passato la politica e le relazioni. Spirito laico che è incentrato nel dubbio e non nelle certezze, nella difesa della libertà di chiunque di potersi esprimere liberamente, anche quando è in posizione di minoranza, nell’evitare dogmi ed egemonie culturali e politiche, nel valutare tutti gli aspetti dei cambiamenti, e soprattutto nel ridefinire regole di partecipazione per tutti i soggetti rappresentativi.
In tal senso il sindacato deve ritornare a essere propositivo con la sua cultura di coesione, condivisione, solidarietà e partecipazione.
A chi dice che il sindacato deve ripensare il suo ruolo, la sua natura e la collocazione per evitare ulteriori sconfitte, bisogna che gli sia data una risposta che sostenga che, invece, il sindacato deve ripensare le sue strategie, poiché il ruolo e la natura sono inalterabili, e, quindi, deve elaborare una sua autonoma proposta unitaria di modello di società, di welfare, di economia e dei diritti.
Il sindacato deve quindi prendere atto del mutamento dello scenario politico per lanciare la sua proposta per costringere gli altri a misurasi con essa.
Il sindacato resta una delle poche realtà dove ancora si ha una vicinanza con i bisogni delle persone. Ne deriva che il rapporto fra chi governa e il sindacato, se restasse così com’è, farebbe venir meno un interlocutore che potrebbe portare a un cambiamento delle scelte economiche imposte dalla finanza e dai burocrati dell’Europa.
È questo che si vuole eliminare per decidere da soli. Gli si vuole negare il ruolo di interlocutore attivo, riconoscendogli capacità di analisi e di proposta idonea al superamento della crisi economica e sociale. E lo si vuole marginalizzare quasi rappresentasse la voce di una coscienza sociale scomoda da ascoltare.
Un importante studioso della democrazia, R. Dahl, parla più esattamente di poliarchia, cioè di una forma di democrazia nella quale, accanto alla divisione dei poteri costituzionali, vi deve essere la divisione sociale dei poteri, e quindi il concetto della pluralità irriducibile delle funzioni e istituzioni sociali: economiche, scientifiche, religiose e anche politiche
Nella società italiana si deve ripristinare un nuovo modo di fare politica, anche in tempi in cui l’opposizione latita, per sancire principi e regole dalle quali non si deroga, se riconosciuti come valori fondanti di una comunità.
Solo una proposta forte, articolata e condivisa con i lavoratori e i pensionati (non si capisce perché si sostiene che rappresentarli sia sbagliato, come se non fossero anch’essi cittadini) può sfuggire alla logica di chi vuole vedere il sindacato in declino.
Ci deve essere uno sforzo di elaborazione unitaria che sia in grado di ripristinare nuovi valori e nuove forme di partecipazione per farli diventare opzioni, modelli alternativi sui quali la politica è costretta a confrontarsi.
Quanti cittadini, ormai non vedono grandi differenze fra i due schieramenti e i governanti che li rappresentano, soprattutto in materia economica e di restringimento dei diritti. Questa è la realtà di un Paese che da questo punto di vista sembra avviato verso un destino ineluttabile, contro il quale nessuno si sente di opporsi.
Il sindacato deve fare di tutto per recuperare un rapporto con la politica e con la società. Bisogna ritrovare il confronto dialettico che, nella completa libertà di espressione, pur in presenza di un completo disaccordo, non fa venir meno il rispetto dell’interlocutore. Questo, in effetti, è il problema del nostro tempo: prevale l’urlo rispetto al dialogo.
Mentre sarebbe più responsabile e doveroso, valutare tutti assieme, come uscirne per porre il paese nella condizione di rispondere alla sfida dei nuovi mercati, dei paesi emergenti, dell’Europa.
Ma anche il ruolo del sindacato deve cambiare, tornando a essere il sindacato di tutti, dei grandi progetti di rilancio che diano certezze al futuro di tutte le componenti di una società più giusta e più equa. Si dia vita a iniziative che producano scelte sindacali strategiche per i prossimi anni con la condivisione non solo dei lavoratori ma anche dei cittadini.
Vi deve essere uno sforzo di modernizzazione del sindacato che deve essere rivolto a costruire una società più articolata, una società più attenta al lavoro che alla rendita; che integra e non esclude; che garantisca pari opportunità attraverso la scuola pubblica, la sanità e i servizi pubblici; una società che coesiste con il mercato, regolandolo per garantire la democrazia.
Queste esigenze la politica le ha smarrite e vuole dare la colpa al sindacato, lavando così la propria coscienza. Il sindacato, invece, deve far emergere con le sue proposte la capacità di rappresentare una politica diversa, inserendole in una strategia innovativa funzionale al miglioramento della qualità della vita di tutti i cittadini, iniziando dai più deboli.




