
di Angelo Giubileo
Ricordo che la mia tesi di laurea aveva come argomento la disputa sulla codificazione, in Germania, a partire dal 1814, tra due giuristi, Anton Friedrich Justus Thibaut e Friedrich Carl von Savigny. La questione riguardava l’opportunità, sostenuta dal primo, ma avversata dal Savigny, di realizzare un codice di leggi per gli stati dell’allora Confederazione germanica. Un corpo di leggi che fosse capace di regolare e disciplinare ogni caso possibile che si presentasse nella realtà.
Ma, oltre l’ambito del diritto, la metafora del corpo è senza forse l’immagine che meglio rende l’essenza della via, verità e vita della specie, e della Tradizione, che ancora chiamiamo “umana”.
In sanscrito, il termine krp indica essenzialmente l’atto di “dare una forma (kr) pura”. Dare una forma pura è espressione traducibile con, in generale, termini quali creare o fare; e, in particolare, creare una forma ovvero un’immagine, una parola, un numero, etc.; e ancora una forma che sia pura, e cioè incontaminata o meglio separata da ogni altra forma.
Nel suo ultimo libro, postumo, “Sotto agli occhi dell’Agnello”, l’incipit di Roberto Calasso è: “Gesù è il migliore, anche se molto gli manca”. Cosa significa esattamente?
Sotto agli occhi dell’Agnello è il 12° libro dell’intera opera monumentale di cui l’Autore si è fatto carico nel corso della sua vita di analista e ricercatore, così che ogni elemento è parte integrante dell’intero sistema od opera, che potrebbe dirsi “completa” ma non lo è nel significato che potremmo più facilmente comprendere. Inoltre, è senz’altro più facile credere all’ipotesi che per l’Autore la scansione dei numeri dei suoi libri, e il contenuto degli stessi, non sia affatto casuale; e dunque tale per cui il messaggio o contenuto del 3° libro abbia un significato oltre che peculiare ancor più fondamentale. Vediamo perché.
Il terzo libro ricerca e analizza la figura del dio induista Ka. Ma Ka, in principio, era Prajapati, che diventa Ka. All’inizio, Prajapati (n.d.r.: il Signore vedico di tutte le cose) non sapeva chi era. Solo quando gli dei uscirono da lui, quando si impossessarono delle qualità e dei profili, quando Prajapati stesso ebbe distribuito loro le forme, senza escluderne alcuna, neppure la sovranità e lo splendore, solo allora l’interrogativo si manifestò (n.d.r.: chi o cosa sono?). Indra aveva appena ucciso Vrtra. Era ancora scosso dal terrore, ma sapeva di essere il sovrano degli dei. Si avvicinò a Prajapati e gli disse: “Fammi essere ciò che tu sei, fammi essere grande”. Prajapati rispose: “E allora chi, ka, sono io?”. “Appunto ciò che hai detto” disse Indra. In quell’istante (n.d.r.: i-stante) capì, fino in fondo. Non avrebbe mai conosciuto le gioie del limite, il riposo in un nome trasparente. Anche quando lo avessero ricomposto, nei diecimilaottocento mattoni dell’altare del fuoco, sarebbe stato una forma attraversata dall’informe, almeno in quei ciottoli porosi, svayamatrnna, avidi di vuoto, che andavano posti al centro dell’altare e gli permettevano di respirare.
Prajapati è dunque già la rappresentazione dell’in-completezza, la stessa incompletezza di ogni elemento o proposizione che è parte di ogni sistema formale, la cui incompletezza di entrambi è dimostrata matematicamente dai due Teoremi di incompletezza di Kurt Godel (1930), che, per l’appunto, ripetiamo, precisano che i sistemi formali non possono avere la proprietà della completezza, così che ad ognuno di essi, quale che sia, “qualcosa”, poco o molto che sia, “gli manca”.
Calasso dedicò Ka al suo amico Iosif Brodskij e, dopo la morte di entrambi, i loro corpi ora giacciono accanto nel cimitero di San Michele a Venezia, che ospita una folta comunità di artisti.
Nel frattempo, dalla scoperta di Godel non è ancora trascorso un secolo. Un secolo attraversato dalla sovranità del corpo dei “nazionalsocialisti” di Hitler. E tra questi, il ministro dell’Educazione, il quale evidentemente ignorava o non aveva compreso il grande significato dei teoremi dell’incompletezza di Godel. Il ministro, illudendosi che la scienza potesse giungere a perfezione evitando la “contaminazione” razziale, chiese a Hilbert “come andasse la matematica a Gottinga finalmente liberata dall’influenza ebraica” (Il “programma di Hilbert” era consistito nel formalizzare tutte le teorie matematiche esistenti mediante un insieme finito di assiomi che non si contraddivano tra loro). Ma Hilbert, senza alcun dubbio o esitazione, gli rispose: “La matematica a Gottinga? Veramente non esiste più”.





