di Guido Broich
L’argomento più significativo di questi mesi è il prossimo cambio di passo previsto per la Presidenza degli Stati Uniti d’America dopo la elezione di Donald Trump. Dopo una campagna elettorale durissima, in cui il “morbo italiano“, ovvero l’uso della giustizia a fini politici, ha giocato un ruolo importante, il bastione “woke” del gruppo di Hillary Clinton è caduto. Un gruppo che aveva arruolato tre presidenti (il marito della Clinton, Obama e Biden) come fronte politico e diversi esponenti della finanza americana, uno per tutti Soros, per la parte finanziaria, ed aveva acquisito un potere tale che pochi credevano veramente in una vincita di Trump. Da una prospettiva europea, più raffinata e selettiva, la veramente a volte eccessiva americanicità del magnate con le sue uscite, le sue cravatte e la sua falcata da palcoscenico, aveva facile gioco il mondo “radical chic” nel denigrarlo e tentare di gettarlo prima nel ridicolo e poi apostrofarlo come si fa da sempre quando finiscono gli argomenti: fascista.
Ma Trump non è nulla di questo, non è un politico europeo. Non ha alle spalle una storia complessa come quella nostra, che in centosei anni è passata dall’Impero Coloniale, attraverso fascismo e comunismo, alla dittatura della burocrazia che stabilisce peso e limiti di forma dei pomodori, fissando anche l’altezza dei rubinetti e delle tazze dei water. Negli USA non c’è una memoria storica né fascista né socialista, dobbiamo smetterla di vedere negli Stati Uniti una “piccola” o “giovane Europa”.
Gli Stati Uniti sono una cosa a sé, sono una cultura propria, ancora in rapida evoluzione e per nulla stabilizzati, ma ormai esistente, definita, reale. Nati dalla realtà sociale dei ceti proletari europei, inglesi, tedeschi, irlandesi e italiani in prima linea, hanno costruito una società molto pratica ma anche dura, dove la pura necessità di sopravvivenza resta nella genetica popolare, anche di coloro che da tempo si sono arricchiti e hanno lasciato alle spalle i propri avi ridotti alla fame. Non è che sono poco eleganti, nel loro intimo invece disprezzano l’eleganza, percepita come retaggio dei potenti di quell’Europa dalla quale sono fuggiti per oppressione e fame.
Noi ridiamo della loro ignoranza in tema di fatti generali come geografia e letteratura antica, ma sbagliamo a capirli. Non sono stupidi o incolti, ma si vantano di dare importanza solo a quanto è utile, fa guadagnare e così mette al riparo dalla fame. Non conoscono Omero e Platone, non sanno dove è il Madagaskar e credono che Cuba sia attaccata alla Russia, in quanto stato comunista, e lo fanno apposta: non serve alla vita reale, pratica, quotidiana. Se devono avere qualche informazione se la procurano, la comprano, il culto della conoscenza fine a se stesso è per loro incomprensibile. Immaginate il livello culturale di un operaio di Dublino, scappato da una campagna affamata dalla requisizione delle derrate alimentari da parte dei Britannici, che dopo essere stato sfruttato a sangue scappa a New York per sopravvivere: ecco cosa era il bagaglio culturale della maggior parte degli emigrati.
In fondo è quanto le ONG finanziate da Soros cercano di fare con l’Europa: immettere persone lontane dai livelli culturali popolari autoctoni per sconvolgere il tessuto sociale e rompere la pace sociale esistente. Solo che in America gli immigrati non si sono mischiati con gli autoctoni, ma li hanno semplicemente eliminati. In tal modo non vi è stata alcuna mescolanza, ma la creazione di una specie di gigantesco sobborgo di città arricchitosi di colpo. Il “melting pot” è una favola: erano tutti bianchi cristiani di cultura europea, le differenze erano nei loro Re, che hanno lasciato in Europa. Non si sono mischiati con nessuno, ma hanno eliminato gli indigeni e ridotto in schiavitù i neri, senza mescolarsi, come invece fecero gli spagnoli e portoghesi in meso e sudamerica.
Se da una parte le elite anglosassoni della costa orientale del nord in un primo momento hanno cominciato a scimiottare la vecchia Europa, importando modi di vivere e valori dei ceti più alti, questo non ha mai preso piede nella America vera, popolare, diffusa, quella “grass roots America“, ruvida, profondamente onesta, semplice e popolare, che costituisce tutto il resto del paese e che, tabelle elettorali alla mano, ha votato per il ciuffo ribelle biondo. Sulla costa occidentale, sull’onda della industria del cinema prima e della informatica poi, si è poi venuta a creare un’altra evoluzione sociale, basata non più sui mezzi di produzione reali ma sull’immaginario, sulla dematerializzazine dei beni patrimoniali e comportamentali, che alla fine ha trovato il legame, il ponte con le ricche Elite “WASP” del Nordest. Questo matrimonio tra “radical chic” e “nerd” ha dato vita al movimento “woke” che è stato sposato, come era facile immaginare, dalle elite monetarie, che ne hanno visto uno strumento sfruttabile per assicurare la loro presa di potere sul paese. La fraseologia buonista e in apparenza pacifista della cultura hippie californiana, tanto fatua quanto immateriale, bene si prestava per stemperare, nascondere e rendere accettabile la ferocia economica e capitalista del nordest che ormai si apprestava a diventare globale.
Se Clinton, Obama e Biden hanno rappresentato questo mondo globale, ricco e apparentemente sofisticato, Trump è invece espressione autentica del mondo americano vero, di quell’America degli emigrati che lavorano per sopravvivere, che non hanno tempo per invadere altri paesi sotto la non sempre credibile bandiera della democrazia, ma vogliono sapere come fare a pagare il mutuo della casa. Trumo rappresenta questi “rednecks”, questi proletari come diremmo con la ormai desueta fraseologia europea del secolo scorso, alla lettera. Ha la loro impulsività, la loro scarsa cultura, la loro scarsa raffinatezza, ma anche la loro morale e sostanziale onestà, la loro indomabile volontà di sopravvivenza costi quel che costi. Sono abituati ad avversità, attacchi e maldicenze. Sono gente che da una pedata nel sedere al figlio che non ha voglia di lavorare, invece di correre dal psicologo. E gente che spara al ladro perchè nessuno ha obbligato il ladro a fare il ladro. Trump è l’America degli Americani, i clintoniani sono un gruppo di interesse ormai globale che abita negli USA solo perchè l’America è un paese in cui possono muoversi liberamente.
Se tutto questo sembra troppa storia per essere credibile, basta guardare la cartina delle recenti elezioni. Il blu della Harris domina nella folle ed opulenta California e nella costa occidentale del ricco Nordest. Gli stati agricoli del centro, quelli operai dei grandi laghi, il sud impoverito dalla immigrazione selvaggia, le aree in crisi e povere insomma, sono tutte di un bel rosso trumpiano fiammante.
A buona pace dei nostri politici “radical chic”: Trump è di sinistra! Hillary Clinton, Nancy Pelosi e la loro corte sono invece espressione tipica di una destra del capitale dematerializzato. Un capitalismo che non sfrutta più gli operai, è vero, ma non per senso sociale, ma perché li ha fisicamente eliminati. Un capitalismo ormai solo finanziario e virtuale, lontano persino dalle realtà industriali produttive.
E noi in Europa, al di là della propaganda di parte, come dobbiamo interpretare quel che è successo e sta ancora succedendo in America?
Innanzitutto dobbiamo premettere alcuni fatti di storia. Nel 1944 durante la conferenza di Yalta Stalin e Roosevelt, con una presenza di cortesia degli inglesi, decidono di non accettare alcuna forma di armistizio, come era stato più volte offerto durante tutto il conflitto dai tedeschi, e portare la guerra ad una fine totale. Questa decisione comportava un grande costo in termini economici e di vite umane, data la più volte dichiarata disponibilità sia del Governo Tedesco che di quello Giapponese ad arrivare ad un armistizio onorevole, ma permetteva di potere poi procedere liberamente alla divisione dell’Europa in due aree di influenza, in due protettorati, uno americano ed uno sovietico. Tale impostazione, letteralmente comprata col i 2/3 dei morti della guerra, regge fino alla caduta della Unione Sovietica nel 1991, ovvero della fine di uno dei due contraenti di peso. Gli americani non intervengono in Ungheria, nella DDR, in Cecoslovacchia e i russi non mandano truppe in paesi europei oltre la cortina di ferro. Ma con la cessazione formale dello Stato firmatario, l’Unione Sovietica, gli USA non riconoscono nella Russia, suo erede parziale, un successore legittimo ed iniziano una lenta ma costante espansione progressiva della zona di influenza USA verso oriente. La incapacità di Gorbaciov prima e la Yeltsin poi facilitano il compito, in pochi anni l’organo militare del protettorato USA sull’Europa, la NATO, ingloba la maggior parte dei paesi ex-sovietici o neutrali. Quando nel 1991 la frontiera militare con gli Stati Uniti, rappresentata dalla NATO, era divisa da quella russa da tre paesi, Bielorussia, Polonia e DDR, ora rimanevano solo Bielorussia e Ucraina a separare le frontiere russe da quelli di Stati che ancora oggi ospitano centinaia i missili nucleari tattici e più soldati statunitensi di quanti abbiano mai combattuto in Vietnam.
In questa Europa, nell’area assegnata agli americani da Yalta come in quella conquistata in seguito al disfacimento Sovietico, ogni decisione è sottoposta al vaglio USA, prolungando il sostanziale potere di protettorato su di essa. Questo è stato del resto riaffermato ad ogni tentativo di autonomia europea, dalla sostanziale azione di lobbying contro una costituzione Europea e contro l’Euro, visto come un pericolo per il Dollaro, alla opposizione ai rapporti energetici con la Russia favoriti dalla Germania con il boycottaggio prima e il sabotaggio poi del NordStream. In questo la totale dipendenza militare europea dalla potenza USA ha fatto risparmiare ingenti somme agli europei, permettendo un pacifismo di parola interno che altrimenti non sarebbe stato possibile. Sul piano civile la inclusione nella sfera di dominio USA ci ha inoltre aperto i mercati mondiali con indubbi benefici economici.
In questo quadro di dipendenza, la linea politica USA è stata abbastanza lineare nel dopoguerra, segnata dal contenimento della espansione ideologica sovietica. Ma dopo la liquidazione dell’Unione Sovietica da parte di Gorbaciov, si è visto un cambiamento radicale nella politica USA, che da potenza equilibratrice si è lanciata verso un traguardo totalitario mondiale di espansione passata sotto il termine di “globalismo”. Concentrandoci sui fatti e lasciando da parte le spiegazioni politiche, in sostanza si è trattato di due azioni sostanziali: da una parte la espansione del dominio USA sugli Stati usciti dal dominio sovietico e dall’altra una progressiva traslazione della economia produttiva occidentale europea verso questi paesi a basso costo di mano d’opera con la parallela transizione della economia occidentale da una struttura patrimoniale ad una finanziaria. Ben si intenda: questo processo inizia già negli anni 70, quando Nixon per finanziare il debito USA cancella la convertibilità del dollaro in oro, slegandolo da ogni valore reale patrimoniale e trasformandolo in un “pagherò” di valore puramente virtuale. Questa mossa, imposto con la dominanza politica e militare USA, ha permesso di neutralizzare l’effetto del debito sovrano USA.
Con le presidenze Clinton, Obama e Biden questo debito sovrano, coperto da una virtualizzazione quasi totale della moneta, ha raggiunto livelli impossibili da onorare anche in futuro e pertanto da considerare de-facto in default. Si è tentato di costringere i paesi ricchi a finanziare e garantire il debito tramite la creazione di consumi non necessari, tra cui la forzata sostituzione di beni di consumo sotto la bandiera della “transizione ecologica”, e l’aumento delle imposte sulla casa. Da queste mosse, perpetrate in Italia dai governi Monti e Draghi, che hanno operato come veri e propri Vicerè dei grandi fondi di investimenti di oltreoceano, emerge il tentativo di una progressiva trasformazione dei patrimoni reali (immobili, beni di lunga durata) in patrimoni virtuali (obbligazioni, azioni, moneta virtuale) e debiti (generati dalla obbligata obsolescenza dei beni di consumo).
La finanza mondiale sta ballando sul cratere di un vulcano e lo sa perfettamente.
Da una parte vi sono pertanto coloro che cercano di guadagnare tempo e sfruttare al meglio questo schema Ponzi mondiale finanziato dalla continua espansione della massa finanziaria virtuale, sfruttando strumenti come il terrorismo sanitario, l’ecoterrorismo, le guerre e il conseguente impoverimento popolare diffuso in occidente. Questa parte è rappresentata dalla élite ricca e arrogante del New England e della ricca e fatua Costa Pacifica, rappresentata dalla dinastia Clinton con i loro seguaci come Obama, Biden e Soros.
Dall’altra parte c’è chi, più legato alle esigenze reali e immediate, resosi conto della esplosione vicina, vuole tirare una riga, rivoluzionare una realtà insostenibile, anche al costo di far saltare il sistema. Preferisce “rovesciare il banco” in una mossa Schumpeteriana, sicuramente rischiosa e potenzialmente dolorosissima per gli investitori mondiali, ma ritenuta salvifica per l’America. Questa parte è alimentata dalla America profonda del lavoro, quella popolare e lavoratrice che si è affidata a Trump. Ripeto, per gli europei che non avessero ancora compreso: Trump rappresenta per il popolo USA la “Sinistra” e i clintoniani si identificano invece nella destra capitalista.
Tutto questo ovviamente impatta moltissimo sulla vita nelle colonie. Se durante il periodo sovietico la dominanza USA poteva essere vista come una “protezione”, dopo il 1991 questo è diventa poco sostenibile. La Russia non ha mai invaso l’Europa, al contrario l’Europa ci ha provato più volte, con risultati sempre poco lusinghieri. Trump è stato eletto per contrastare la dilagante povertà popolare statunitense con misure locali, rivolte all’America. Il popolo americano non tollera più di vivere di stenti per sostenere il sogno di dominio mondiale di una élite ricca ed opulenta. I politici europei devono prenderne atto: in passato non siamo stati paesi veramente liberi di decidere, come è stato dimostrato da Nord Stream e dai diktat della componente espansionista e interventista clintoniana USA sull’Ucraina che vieta a Zelensky di accettare gli accordi di Minsk. Ora il cambio di passo USA porterà ad un calo dell’interesse – e della dominanza -USA sull’Europa. I gruppi di potere stabiliti sotto il benevolo occhio delle Finanziarie Americane non potranno più contare sull’indiscriminato appoggio d’oltreoceano.
La sempre più ossessiva spinta alla censura, giustificata con parole buonissime ma in realtà segno di crescente debolezza, i continui attacchi alle libertà personali di espressione e di comportamento, giustificate in mille modi ma sempre espressione della stessa debolezza, saranno le prime vittime.
Dagli omologati Social Media dei “fact checkers” che interferiscono direttamente nei processi di costituzione delle volontà democratiche popolari, passeremo alle forme di comunicazioni più diffuse, meno regolate e pertanto più libere. Situazioni come quel grande test di dominio e intruppamento popolare che fu il “green pass” saranno più difficili da far passare. La scelta di Robert Kennedy jr, nipote di JFK, come ministro della sanità va visto, nel bene e nel male, come un atto rivoluzionario. Il tentativo di trasformare il patrimonio reale popolare in patrimonio virtuale o addirittura debiti, mettendo a disposizione delle multinazionali della finanza le risorse vere, reali, avrà vita più difficile. La deriva assolutista, oppressiva e simile a fanatismo religioso della cosiddetta onda “woke” rischia uno stop, almeno nelle sue esagerazioni più assurde come pretendere di ridicolizzare gli sport femminili facendo combattere donne con uomini e la teoria gender nei prepuberi. Una ideologia finalizzata a destrutturare la coesione sociale mettendo le minoranze contro le maggioranze e che ricorda la tattica politica imperiale britannica ottocentesca: esaltare sparute minoranze per abbattere la maggioranza e così restare unico dominatore. In India i Britannici sostenevano i musulmani, minoranza, per dominare gli Hindu, maggioranza, tanto da regalarli pure un paese intero, il Pakistan, inventato sulla carta.
Il cambio di passo USA costringerà i nostri governi a livello europeo a ripensare certe posizioni ormai palesemente insostenibili, ben s’intenda presenti pariteticamente nell’offerta politica sia dell’una che dell’altra parte dello spettro ideologico.
Stiamo vivendo tempi interessanti. La Rivoluzione USA scatenata da un magnate dissidente aiutato da un genio folle e la conseguente crisi dei storici poteri dominanti dell’establishment finanziario USA e il verosimile rapido riassestamento dei rapporti di potere, potrebbe aprire nuovi spazi anche per l’Europa, che andranno esaminati, studiati e sfruttati con grande serenità ed equilibrio.
Che un certo establishment politico europeo se ne renda conto è testimoniato dalla agitazione e dalla progressiva disgregazione mostrata da blocchi finora apparentemente monolitici. Il paragone con la famosa cima della nave, sulla quale si vedono scendere alcuni passeggeri, viene naturale.
Un consiglio agli europei, a volte un poco lenti: gli americani sono gente pratica, che si innamora facilmente, ma disinnamora in modo altrettanto rapido se cambia il vento e se non vedono una ragionevole probabilità di risultato. Per questo è verosimile che non appena la amministrazione Trump dimostra di essere operativa, se ci riesce, questa volta il rimaneggiamento sarà rapidissimo. E l’Europa farebbe bene ad essere pronta. Perdersi in liti di cortile, personalismi ideologici, veti storici sulle alleanze, accuse ripescate dallo scaffale della storia e muri di contenimento potrebbero solo far perdere definitivamente il treno in un mondo dove ormai l’Europa non ha più il privilegio della certezza di essere invitata a tutti i tavoli, ma potrebbe anche trovarsi di colpo sostituita come interlocutore privilegiato da diversi altri paesi più dinamici e pratici.




