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LA TERRA DEI FUOCHI

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In questo periodo di passaggio, in tutti i sensi, la transizione tra Joe Biden e Donald Trump ci sta presentando uno scenario, in larga parte ipotizzabile da parte di chi non ha le fette di salame sugli occhi o è pagato per non vedere, dove c’è chi sta tentando di accendere fuochi ovunque, per preparare una sorta si panorama al napalm al presidente entrante.

Al gioco dell’incendio i giocatori sono ipotizzabili e identificabili in coloro che si vedono sfuggire di mano tutto quello che hanno messo in campo dal 1991 ad oggi, con un’accelerazione che si può datare dal 2014 e che oggi li vede gettare benzina ovunque ci sia la possibilità di accendere un focolaio di guerra.

I guerrafondai sono all’opera per preparare a Trump un terreno minato e per tentare di far scoppiare una vera e propria guerra mondiale, per ora avviata a macchie di leopardo.

Partiamo dalle varie macchie, cominciando dalla prima: l’Ucraina.

Le ultime notizie dal fronte dicono che quasi 60 insediamenti sono sotto il controllo dell’esercito russo nella regione di Kharkiv. Lo ha annunciato il capo dell’amministrazione civile-militare della regione, Vitaly Ganchev, parlando alla radio russa Komsomolskaya Pravda.

La Russia avanza di 10 km al giorno e il fronte si allarga a est.

Che la Russia stia vincendo la guerra in Ucraina è ormai innegabile, ma partiamo da alcuni fatti non bellici per capire che cosa bolle in pentola.

Il vice presidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev ha scritto su Telegram che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è “illegittimo, dovrebbe dimettersi e sparire. Criminale, drogato e verme. Il suo futuro è piuttosto chiaro: esilio politico vergognoso o esecuzione pubblica”.

Traduzione in sintesi: con Zelensky non trattiamo. Punto.

Non contento Medvedev ha scritto che debbano dimettersi anche i presidenti di Corea del Sud, Francia e Georgia, rispettivamente Yoon Suk-yeol, Emmanuel Macron e Salome Zurabishvili, in quanto non hanno saputo gestire i problemi in atto nei loro Paesi.

Al netto di Macron, che serve giusto per mandare uno squillo ai suoi mentori, il messaggio di Medvedev, che gioca sempre la parte del poliziotto cattivo, è rivolto all’amministrazione Biden e agli inglesi, per dire, al fine che capiscano, che i russi pensano che la rivolta di Tiblisi, la crisi coreana e la presenza di Zelensky sono tre elementi di un unico disegno volto ad accendere fuochi, a mantenere quelli esistenti e, in buona sostanza, a impedire un processo di pace.

Il messaggio è diretto e chiaro a chi abbia occhi per vedere: sappiamo chi sta soffiando sul fuoco.

La seconda macchia è quella coreana, dove è impensabile che il presidente, con l’appoggio dell’esercito, abbia pensato di imporre la legge marziale senza che da Washington ci sia stato il via libera o, addirittura, il suggerimento ad agire in tal senso. Il colpo di stato è fallito. Il presidente Yoon Suk-yeol è ora accusato di insurrezione e i partiti presenti in parlamento ne chiedono l’impeachment.

La segreteria dell’Assemblea nazionale, il parlamento sudcoreano, ha imposto un divieto totale di ingresso all’edificio “per il personale del ministero della Difesa, delle forze militari e della Guardia dell’Assemblea nazionale, compresi gli ufficiali di polizia, che sono entrati illegalmente nei locali”. E’ quanto ha affermato ieri il segretario generale Kim Min-ki, in una conferenza stampa.

La decisione è maturata in risposta ai circa 280 militari mobilitati ai sensi della legge marziale che hanno fatto irruzione nel Parlamento dopo che il presidente Yoon Suk-yeol ha dichiarato lo stato d’emergenza. Le truppe hanno incontrato difficoltà a raggiungere l’aula a causa delle barricate improvvisate costruite dagli assistenti parlamentari.

Conseguentemente si è dimesso il ministro della Difesa Kim Yong-hyun.

Conclusione: fallimento totale e figuraccia internazionale.

Se qualcuno pensava di alzare la tensione in questa parte del mondo gli è andata male.

La terza macchia è la più complessa.

Le forze jihadiste filo-turche sono alle porte di Hama, la quarta città della Siria. Lo riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Per tutta la giornata di ieri ci sono stati intensi scontri tra l’esercito siriano, sostenuta da Iran e Russia, e i jihadisti anti-regime.

I jihadisti, oltre ad essere sostenuti dalla Turchia, sono addestrati dai servizi dell’Ucraina che, ovviamente, non hanno agito in piena libertà, essendo la loro attività strettamente collegata con la Nato, della quale fa parte Erdogan.

Tartus finale

 

Come si vede dalla cartina, se i jihadisti (leggi Turchia) controllano la parte di terra retrostante le basi aerea e navale russe di Laodicea e di Tartus, è evidente che Erdogan punta ad essere l’interlocutore diretto di Mosca in una trattativa complessa che si profila dopo l’insediamento di Donald Trump e che interessa i vari fuochi attualmente accesi in Europa e in Medio Oriente.

La vicenda siriana è emblematica della confusione somma che regna sul piano dei rapporti internazionali.

L’aviazione militare Usa bombarda posizioni di milizie filo-iraniane nella valle dell’Eufrate, nell’est della Siria. Lo riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, secondo cui i jet americani hanno preso di mira alcune località a est di Dayr az Zor dove sono in corso combattimenti tra milizie del Pkk curdo, alleati di Washington, e i loro rivali arabi cooptati dall’Iran. Piccolo particolare: il Pkk curdo è in lotta da sempre con la Turchia.

Non manca, nella partita, anche Israele. Un attacco aereo israeliano ha preso di mira un’auto sulla strada che porta all’aeroporto internazionale di Damasco. Lo riporta l’agenzia di stampa statale siriana Sana. 

L’esercito israeliano teme che armi chimiche possano cadere in mani sbagliate se i ribelli sunniti che stanno combattendo in Siria prenderanno il controllo di siti militari. La preoccupazione principale è che i ribelli o le milizie sostenute dall’Iran possano impadronirsi di armi che rappresentano una minaccia significativa per Israele, come missili o armi chimiche. Se tali armi cadessero nelle mani dei ribelli o delle milizie iraniane, Israele, secondo Haaretz, dovrebbe agire in un modo che “potrebbe avere ripercussioni sulla Siria e sull’intero Medio Oriente”.

Haaretz aggiunge che Israele ha recentemente trasmesso messaggi al presidente siriano Bashar al Assad, attraverso la Russia, chiedendogli di “mantenere la sua sovranità e non permettere all’Iran di operare nel suo territorio”.

Come si può ben vedere, l’intreccio di interessi è tale, in Siria, da impedire di comprendere qualsiasi possibile soluzione che abbia un minimo di razionalità.  

In questo quadro la nota positiva, che fa ben sperare, è che il giornalista americano Tucker Carlson si è recato a Mosca per intervistare il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov.

“ieri – ha detto Carlson riferendosi a martedì scorso – siamo tornati a Mosca per intervistare il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, il ministro degli Esteri più longevo al mondo”.

L’intervista, già registrata e “assolutamente affascinante”, sarà pubblicata a breve, ha aggiunto.

Allo stesso tempo, Carlson ha affermato che l’ambasciata americana a Kiev ha vietato al presidente dell’Ucraina, Vladimir Zelensky, di concedergli un’intervista.

“Abbiamo anche cercato per più di un anno di ottenere un’intervista con Zelensky. Questi sforzi sono stati vanificati dal governo degli Stati Uniti. L’ambasciata americana a Kiev, pagata con le nostre tasse, ha detto al governo di Zelensky: ‘No’. Non possono fare l’intervista’”, ha sottolineato Carlson.

Tucker Carlson, lo sanno anche i bambini, non è solo uno dei giornalisti più famosi degli Stati Uniti, ma anche uno degli uomini più vicini a Donald Trump. La sua visita a Mosca potrebbe essere ben altro che quella di un giornalista al lavoro per un’intervista, ossia potrebbe essere un’ambasciata per tastare il terreno per futuri accordi. Ambasciata fatta da un uomo in stretto rapporto con il presidente entrante che sicuramente non si lascerà sfuggire alcuna notizia di vero interesse strategico, mentre, con tutta probabilità, con l’intervista lancerà segnali a chi è in grado di intendere.

Pesante la dichiarazione sull’ambasciata americana a Kiev, in quanto, al di là del divieto, fa capire che Zelensky è strettamente sotto tutela, anche dal punto di vista mediatico.

Manca un mese e mezzo all’insediamento di Donald Trump è c’è chi continua ad accendere fuochi e a buttare benzina su quelli già accesi, nella speranza di continuare ad essere protagonista, mentre sa benissimo che sarà spazzato via da un terremoto che si annuncia come devastante per chi ha condotto la politica occidentale negli ultimi trent’anni.

In queste sei settimane ne vedremo di tutti i colori, ma, a quanto pare, i rapporti con Mosca sono attivi e il dialogo è riavviato. Questo significa che sono evitabili colpi di testa.

Nella fotografia, da sinsitra: Lavrov e Carlson

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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