
Nel suo discorso di vittoria del 9 novembre 2016, Donald Trump dichiarò: “Sarò il presidente di tutti gli americani”. Non solo, quindi, di coloro che lo avevano votato, ma di tutti, nell’ottica (anche) di porre un freno alla polarizzazione affettiva estrema che aveva contraddistinto la campagna elettorale.
Durante i suoi quattro anni di presidenza, Donald Trump ha messo in atto alcune politiche trasversali, allineate con interessi comuni tra Democratici e Repubblicani.
Una delle iniziative più significative è stata il First Step Act, una riforma della giustizia penale approvata nel 2018 con ampio sostegno bipartisan. Questa legge mirava a ridurre le pene per i crimini non violenti e a migliorare le condizioni di riabilitazione per i detenuti federali, affrontando anche disparità storiche che avevano colpito in modo sproporzionato le comunità afroamericane. Tale iniziativa ha rappresentato un raro esempio di collaborazione tra i due schieramenti politici su un tema di giustizia sociale.
Anche il tema delle infrastrutture ha visto Trump proporre piani ambiziosi, come un pacchetto da 1,5 trilioni di dollari per migliorare strade, ponti e ferrovie. Sebbene molti di questi progetti non si siano concretizzati a causa delle dispute tra Dem e Repo sul finanziamento, l’iniziativa stessa era orientata a trovare punti d’incontro tra le esigenze repubblicane di stimolo economico e le priorità democratiche legate allo sviluppo urbano sostenibile.
Nel campo della politica commerciale, Trump ha adottato una linea dura nei confronti della Cina, trovando consensi trasversali. La sua “guerra commerciale” rifletteva preoccupazioni condivise da entrambi i partiti, come il furto di proprietà intellettuale e la delocalizzazione industriale, e ha avuto il sostegno di alcuni sindacati tradizionalmente vicini ai Democratici, che vedevano nella retorica protezionista di Trump un tentativo di proteggere i posti di lavoro nel settore manifatturiero.
Un altro esempio di iniziativa condivisa è stata la dichiarazione dell’epidemia degli oppioidi come emergenza sanitaria nazionale, un tema che ha toccato profondamente sia le aree rurali, tradizionalmente roccaforti repubblicane, sia le città, spesso governate dai Democratici. Trump ha destinato fondi significativi ai programmi statali per il trattamento delle dipendenze e per il contrasto al traffico illegale di oppioidi, ricevendo apprezzamenti da entrambi i lati dello spettro politico.
Anche il rilancio del programma spaziale americano, con l’aumento dei fondi per la NASA e il sostegno a partnership con aziende come SpaceX, ha rappresentato un tema unificante. La corsa allo spazio è storicamente considerata un argomento capace di trascendere le divisioni politiche, attirando consensi per le sue implicazioni economiche, tecnologiche e simboliche.
Un’ulteriore iniziativa che ha trovato sostegno bipartisan è stata la rinegoziazione del NAFTA, trasformato nell’USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement). Questo nuovo accordo commerciale ha incluso disposizioni più stringenti sui salari minimi per i lavoratori automobilistici e norme migliorate su questioni ambientali e sindacali, ottenendo l’appoggio di molti Democratici, nonostante le iniziali riserve.
Ora, è molto probabile che anche questa volta egli si ponga a Presidente di tutti gli Americani.
Nella campagna elettorale del 2024, la polarizzazione ha trovato nuove basi nelle divisioni su temi woke, che rappresentano oggi una delle principali piattaforme ideologiche dei Democratici.
Il movimento woke, nato per promuovere inclusività, uguaglianza e giustizia sociale, si è però radicalizzato negli ultimi anni, trasformandosi spesso, secondo i critici, in una forma di ossessione verso l’identità e la censura culturale.
Uno dei principi fondamentali della cultura woke è il riconoscimento dell’identità di genere come elemento percepito, non biologico. Questa prospettiva sostiene che il genere sia una costruzione sociale e che ogni individuo abbia il diritto di autodeterminare chi è.
Ecco che il genio di Trump potrebbe far capolino.
Egli potrebbe, infatti, durante la seconda o terza settimana di mandato, coerentemente con il principio di essere il Presidente di tutti gli Americani, identificarsi per un giorno come una persona di sesso femminile.
Questo farebbe di lui – secondo l’ideologia woke – la prima donna presidente degli USA.
Già così l’idea è stuzzicante. Immaginate la scena.
È la seconda settimana di gennaio 2025. Donald Trump, appena insediatosi per il suo secondo mandato, convoca una conferenza stampa straordinaria. La sala è gremita, i giornalisti in attesa, i suoi fedelissimi schierati con gli immancabili cappellini MAGA.
Lui arriva, sorride, si aggiusta il ciuffo biondo, prende il microfono e con tono solenne dichiara: “Oggi, in uno storico passo avanti per l’inclusività e per celebrare la diversità che rende grande la nostra nazione, ho deciso di identificarmi come donna. Da questo momento, posso dire con orgoglio di essere la prima donna presidente degli Stati Uniti d’America. È un giorno straordinario per la storia americana e per il movimento woke. Non trovate che sia semplicemente magnifico? We have made America Great Again!”
La sala esplode. I giornalisti sono pietrificati, mentre Trump esce dalla scena per tornare dopo qualche minuto indossando un tailleur grigio con gonna.
I suoi collaboratori si lanciano sguardi confusi ma annuiscono convinti, anche perché – diciamocelo – nessuno osa contraddirlo.
I social media, nel frattempo, collassano. Twitter (o X, come lo chiama Elon Musk) si infiamma: #FirstWomanPresident diventa trend mondiale nel giro di cinque minuti.
La reazione? Un caos mai visto. I progressisti woke colti di sorpresa pensano ad una burla, ma poi si rendono conto di trovarsi di fronte un bivio esistenziale. Riconoscere la sua autodeterminazione significherebbe avere un uomo biologico come prima donna presidente degli USA.
D’altra parte, negare la sua identità temporanea li costringerebbe ad ammettere che, forse, il genere non è così fluido come sostengono da anni.
La crisi d’identità del movimento sarebbe immediata e devastante. Cosa fare? Festeggiare Trump? contraddirsi pubblicamente? Suicidarsi in massa ingoiando semi di kamut crudi?
Nel frattempo, gli assistenti di Kamala Harris e Hillary Clinton stanno chiamando il 911: le due ex candidate sono svenute all’unisono. Tutto ciò che hanno costruito – le loro campagne, il simbolismo, la retorica sul rompere il “soffitto di cristallo” – cancellato in un secondo: Trump, con un semplice gesto, ha conquistato il primato storico.
Kamala, che era pronta a rivendicare il titolo di prima presidente donna, deve ora accettare che è stato Donald J. Trump a prenderselo. Hillary, le cui ultime parole prima di svenire sono state “Non ci posso credere, me l’ha rubato di nuovo”, tornata a casa chiederà un bicchiere di chardonnay che consumerà scuotendo la testa e fissando il vuoto per circa 57 ore.
Ma non finisce qui. I repubblicani, almeno inizialmente, sono confusi. “Che sta facendo? Sta impazzendo?”, si chiedono.
E improvvisamente, Fox News comincia a lodare la sua audacia: “Trump dimostra di essere più woke dei woke stessi!”, titolano. Tucker Carlson, con il suo sorrisetto sarcastico, dedica l’intera puntata del suo show al “genio strategico di Trump”.
Il mondo progressista è in fiamme. I talk show liberal arrancano per trovare una narrazione coerente. Alcuni provano a riderci su, altri dichiarano guerra al “patriarcato in tacchi e gonnella”.
Sui social media la battaglia infuria. #TrumpIsABadBitch diventa virale, mentre un influencer woke pubblica un video in cui dichiara: “Non è giusto! L’identità non è una battuta. Ma… se dice di essere donna, chi siamo noi per negarlo?”
La confusione regna sovrana.
L’indomani, Trump torna sul podio per un secondo annuncio. Con un sorriso stanco ma soddisfatto, si sistema il microfono e dice: “Voglio aggiungere una cosa: oggi ho provato a vivere quello che tante donne vivono ogni giorno. È dura, davvero dura. Soprattutto se sei la Presidente.”
Poi si gira e, con un colpo di scena degno di Petrolini, si toglie il tailleur, rivelando sotto il suo classico completo blu con cravatta rossa. La folla impazzisce. I suoi sostenitori esplodono in applausi, mentre i suoi avversari crollano sotto il peso delle loro stesse contraddizioni. Hillary, guardando la scena dallo schermo, butta il bicchiere di chardonnay contro il muro.
Kamala, invece, invia un tweet criptico, talmente criptico che neanche i bot riescono a capirlo: “Il soffitto di cristallo non è rotto. È stato rubato.”
E così, Trump rimane fedele alla sua promessa di essere “il presidente di tutti gli americani”, persino di quelli che non lo hanno mai voluto.
Con una sola mossa, ha trasformato il movimento woke in un caos totale, ridicolizzato i suoi avversari politici e conquistato, ancora una volta, il centro della scena globale. Mentre il mondo guarda attonito, lui sorride, aggiustandosi il ciuffo. Game over.





