di Antonio Foccillo
Oggi la politica è diventata solo un ring, dove tutti sono avversari, l’un contro l’altro armato. Non esiste dibattito o approfondimento televisivo sulle questioni politiche dove non ci si azzuffa. Tutto è scontro: l’importante è sopraffare l’avversario.
Se per caso ci si imbatte in una tribuna politica della prima Repubblica si vede che questo allora non avveniva. Anche allora c’era differenza fra i diversi attori politici che riuscivano a confrontarsi attraverso la spiegazione del merito. Certo erano di un altro livello, più preparati e più rispettosi dell’avversario. Non c’era bisogno di urlare perché il loro obiettivo era quello di illustrare le proprie posizioni ai cittadini.
Oltretutto la scelta dei partiti era molto ampia, per il proporzionale, e quindi le persone andavano a votare in percentuali altissime, perché sceglievano chi rappresentava la loro idea e non come oggi che sei costretto a scegliere il meno peggio.
Tutto è cambiato dopo la caduta del muro di Berlino, dopo tangentopoli e dopo il referendum “Segni” e la scelta del bipolarismo politico.
Ricordiamo, in particolare, quello che avveniva nel paese nel periodo di “mani pulite”. La più grande mistificazione e la più grande epurazione. Processi di piazza. Bastava un avviso di garanzia per essere lapidato. Si esaltava la propria forza politica e si criminalizzava l’avversario. Quanto suicidi hanno caratterizzato quel periodo, quando non si riusciva a sopportare l’aggressione giudiziaria, soprattutto se si era innocenti. Quante trasmissioni televisive aizzavano le folle mettendo alla berlina i rappresentanti della maggioranza di governo. Ne usci bene solo il Pci che però dovette cambiare nome e dirigenti e si è trasformato, a parer mio, in qualcosa di completamente diverso dalla sua storia. Oltretutto ha voluto sostituire, aiutato dai processi, il Psi senza mai fare i conti con la necessità di diventare un vero rappresentante del socialismo.
Morale della favola, i magistrati erano i nuovi eroi, gli uomini politici di primo piano eliminati e i partiti della maggioranza distrutti. Sono stati sostituiti da tantissimi sconosciuti che non avevano e non hanno ancora la professionalità e l’esperienza per essere realmente alternative credibili. Pertanto, l’unico imperativo che conoscono è vincere con ogni mezzo, anche a costo di svendere ogni principio morale ed etico. Aiutati in questo anche dal dogma della finanza che ha bisogno di avere persone che sostengano, senza opporsi, le proprie imposizioni. Per questo la barriera della dignità e della coerenza si è spostata sempre più dove una volta esisteva la vergogna.
Sono sempre più convinto che esiste anche un altro modo di fare politica. Anche se sarà difficile attuarlo in una società sempre più diversificata, dove valori e ideali sono affievoliti, ma soprattutto dove la morale, l’etica e il rispetto degli altri sono sopraffatti dall’egoismo di coloro che consapevolmente strumentalizzano chiunque li circonda e dall’egocentrismo di coloro che prendono tutto senza concedere mai nulla.
A creare queste condizioni non è stato il destino cinico e baro, ma molti, chi più e chi meno che hanno concorso con il silenzio, con la piaggeria e con il conformismo.
Non mi stancherò mai di affermare che bisogna ritrovare il gusto di una forte azione per riattualizzare, come un tempo, valori quali: la tolleranza, il dialogo, il pluralismo delle idee, i diritti, la legalità.
Il “dialogo” in una società democratica è fondamentale e acquista valore proprio per la sua capacità di indurre le persone a spogliarsi del proprio egoismo per “aprirsi agli altri”.
Dove esiste la possibilità di confrontarsi collettivamente i cittadini acquisiscono la conoscenza che i propri problemi, in una gerarchia degli stessi, sono meno importanti di quelli generali e di conseguenza risolvendo quelli generali si possono risolvere anche quelli individuali. Laddove non è possibile confrontarsi, ognuno si chiude in se stesso, e presume che i propri problemi sono i più importanti. In questo modo si perdono valori fondanti quali la coesione e la solidarietà.
Sono sempre più consapevole che bisogna impegnarsi per ricreare luoghi dove si possa ritornare a ragionare, in modo da realizzare una cultura di idee, che sia sostenuta dalla partecipazione dei cittadini, e che possano diventare azioni politiche e sociali a cui potersi ancorare per fare battaglie politiche con il fine di costruire un modello di società nuovamente democratica e inclusiva.
Purtroppo, le vicende che abbiamo vissuto nei precedenti decenni, dal superamento della sovranità degli stati alla criminalizzazione dei partiti; dalla vittoria della finanziarizzazione dell’economia al neo liberismo che hanno tolto certezze, speranze, diritti e tutele; dalla Pandemia che ci ha tolto molti diritti tutelati dalla Costituzione alla guerra in Europa e in Medio Oriente che sta facendo precipitare i popoli nella violenza assassina, hanno tolto alle persone ogni carica ideale, cioè l’esigenza di riconoscersi in un ideale di vita positivo, umanistico, ossia di far riferimento a valori sociali e non solo individuali e utilitaristici.
L’effetto è il distacco tra politica e società. Ad ogni momento elettorale si assiste a un depauperasi della partecipazione dei cittadini con il raggiungimento di presenze al voto di un numero sempre di più sotto il 50%.
Il perseguimento di un notevole cambiamento di questo stato di cose è un compito arduo che richiede nel nostro Paese una mutazione culturale, direi quasi antropologica, cui servono anni. Per far sì che si progredisca occorre intanto che ogni singolo cittadino partecipi alla vita pubblica con maggiore impegno, che reclami i propri diritti e che assolva, in prima persona, ai propri doveri. Lo sviluppo di una cittadinanza più matura, consapevole e partecipativa.
Bisogna che ognuno di noi si riappropri della propria esistenza di uomini liberi, che vivono in questo presente, con una responsabilità che si estende anche sul futuro e sulle generazioni a venire. Facendo ciò potremmo esercitare quella libertà e quella responsabilità che sono i caratteri distintivi dell’uomo.
La necessità di un riequilibrio fra diritti soggettivi e diritti sociali, la ridefinizione dei diritti di cittadinanza devono e ritrovare il gusto dell’impegno singolo e collettivo per riaffermare la solidarietà quale promozione umana, per recuperare una prospettiva di riaffermazione dei diritti.
Se non lo si percepisce e non ci si impegna si arriva, come sta avvenendo, ad una crisi della democrazia. Non dobbiamo perdere la speranza. Si possono ancora cambiare le cose.
Si deve cominciare dalla cultura e da tutte le organizzazioni che producono cultura. Il sistema formativo, dalla scuola all’Università, deve unire, perché deve istituzionalmente essere in grado di spiegare e condividere idee, modelli, valori di una società democratica e così facendo motiva, educa anche ad una vita corretta civilmente.
Proprio in questo giorni ho vissuto una bella esperienza con giovani studenti. Ho presentato un mio libro di storia politica, sociale ed economica ad alcune classi di 5° superiore di vari indirizzi, spiegando anche cosa fare per ridurre (e se fosse possibile eliminare) morti e infortuni sul lavoro. La partecipazione e anche l’attenzione è stata entusiasmante. Merito anche dei loro insegnati che hanno avuto la sensibilità di educare i loro allievi anche sulle questioni che si vivono oggi nella società.
Questo fa presupporre che è ancora possibile rilanciare, attraverso questi ragazzi, domani classe dirigente di questo paese, l’impegno per un nuovo modello di società più giusta e più equa, poiché solo essa può costituire il fondamento tanto dell’idea di paese che vogliamo, tanto dell’Europa.
Questa esperienza da condividere testimonia ciò che siamo oggi e ciò che saremo domani, così come richiama alla mente la memoria di ciò che siamo stati in passato, nel bene e nel male. Essa rende possibile un progetto storico attraverso il quale tutti possiamo sentirci parte dell’insieme senza divisioni, ma con la ricchezza della diversità che ci definisce e con la vivace dinamicità di molteplici punti di vista.




