
di Bruno Chiavazzo
Mentre nei talk show televisivi si discute di lana caprina, di geopolitica, come se Trump o Putin tenessero conto delle opinioni di giornalisti che a malapena sanno dove si trova il Donbass, nell’Italia reale assistiamo alla inarrestabile avanzata della povertà.
Gli ultimi dati disponibili, ma tenuti ben nascosti dai media, evidenziano la sconfortante situazione dei salari, con il crollo del potere d’acquisto che getta la maggioranza dei lavoratori in una situazione di assoluta precarietà se non proprio di povertà.
In alcuni settori lavorativi, come ad esempio il terziario i salari sono arretrati dell’11,4% rispetto all’indice dei prezzi al consumo e del 13,5% rispetto all’inflazione reale, soprattutto per i beni di largo consumo, come pane e latte.
Un chilo di pane oggi costa dai 3 euro e mezzo ai 5 euro, a secondo delle zone italiane, e non un euro come ha allegramente detto in televisione un deputato di Fratelli di Italia. A riprova che questi vivono in una specie di bolla d’aria che copre quel chilometro quadrato di Roma che va da Piazza Montecitorio a Palazzo Chigi. Siamo nel pieno di una grande tornata di rinnovi contrattuali che riguarda milioni di lavoratori con scioperi che si sovrappongono ( a volte, per la verità, anche ingiustificati, come quelli dei trasporti), e fa un certo effetto confrontare i salari di operai e impiegati con le remunerazioni dei loro diretti datori di lavoro.
Una recente indagine, limitata alle società italiane quotate in Borsa dell’indice Ftse-Mib, rivela che il compenso medio degli amministratori delegati ha raggiunto i 2,652 milioni di euro pro capite con un balzo dell’8%. Il 78% del campione supera il milione di euro e il 24% guadagna più di 4 milioni all’anno.
Non mi pare che lo stesso 8% in più che hanno guadagnato i CEO di queste aziende sia stato dato anche alle loro maestranze come premi di produzione. Eppure nei platinati depliant di queste aziende si sottolineano i bilanci sociali pieni di aggettivi e di principi di solidarietà che però riguardano sempre i famosi “brevi cenni sull’Universo” e mai la realtà di quanti con il loro lavoro mal pagato e, spesso, senza diritti, fanno sì che alla fine dell’anno gli azionisti e i capi si portano a casa stipendi da nababbi.
Non voglio fare del populismo d’accatto e mi porto avanti rispetto all’obiezione di qualcuno che sicuramente ci ricorderà che è “il mercato bellezza”, ma se parliamo di mercato allora dovrebbe valere anche per gli operai visto che la loro scarsità viene sempre lamentata da imprenditori e manager. O no?





