
di Giuseppe Augieri
C’è un grande stracciarsi le vesti nella “sinistra” – l’Unità fa da capofila – circa l’elezione di Fitto. Si va dal “Votare Fitto è un rischio: così vogliono smantellare l’Europa liberale” al “La maggioranza Ursula non c’è più, anche l’Unione Europea va a destra e molla la sinistra dei diktat”. La maggioranza Ursula: quella già andata sotto con il voto sulla deforestazione. “Popolari, liberali e socialisti la hanno rinnovata, ma sono solo parole per dare il via libera al governo comunitario”. Si dice per evitare ulteriori mesi di impasse dinnanzi a un’America forte con Donald Trump ormai prossimo al comando. A giudicare dalle ultime di Biden, purtroppo, in ritardo.
Il vizio di dare le responsabilità agli “altri”. Trump avrebbe accelerato un processo “politico”, deviandolo verso una soluzione sbagliata. E allora il voto sulla deforestazione? Non si affaccia neanche l’ipotesi che quella maggioranza non c’era e non avrebbe comunque retto alla prova dei fatti. C’è una distanza immane tra ciò che si dice ai congressi (PSE insegna) e la realtà che viviamo, le volontà popolari che si esprimono, gli scenari da studiare. Le spiegazioni che si propongono sono molte. Io credo che in verità sia a destra e sia a sinistra occorre finalmente riflettere sul “chi siamo” e sul “dove andiamo”. E la vicenda politica europea – Fitto come testimone casuale – dà una sveglia.
La destra – a questo punto non è più solo una mia teoria – ha al suo interno un’anima moderata, una visione politica da liberali di destra e conservatori, che convive – o è costretta a convivere? – con una destra più estrema. Semplificare il tutto e dire che “sono fascisti”, lo ripeto ancora, è una semplificazione che non regge. E comunque i conti, al suo interno, la destra deve farli. Senza equivoci per dare risposte chiare. Sollecitarle non serve a molto, strumentalizzarle serve a niente.
La sinistra è un agglomerato di visioni e di tensioni ideali (voglio mettere da parte le accuse di “golosità del potere” che la renderebbero legata alle stesse forze dominanti della destra) estremamente diversificate. Anche nel PD – inevitabilmente il perno del “sistema sinistre” – le visioni sono le più diverse. Tra la “sinistra dei diktat” – ripeto un titolo – a quella della disponibilità a discutere con un centro (che – viene detto – sta gongolando di poter ripetere l’esperienza dei due forni) c’è un abisso. Non lasciamolo alimentare. Acconsentire per forza di cose non è lo stesso, politicamente, che definire alleanze, magari non esaltanti, tra politiche diverse mediate per ottenere obiettivi espliciti.
E dall’Europa all’Italia. Un filo rosso c’è, e bisogna coglierlo.
Continuare a fermarsi al “da dove veniamo” non fa procedere di un passo verso il gestire la nuova società mondiale che si sta componendo. Con novità sconvolgenti rispetto al passato anche recente. Cerasa sostiene che il vero nodo è la transizione ecologica: concordo ma non ritengo sia l’unico nodo. L’altro è capire la nuova polarizzazione che sta avvenendo sul pianeta .
Non si tratta di metter in discussione i valori originali. Al contrario: di esaltarli rendendoli operativi. Cioè tornare al Governo. E, per farlo, l’ipotesi “frontista” non regge. Prima ancora di discutere con i moderati, c’è bisogno che la sinistra si convinca che per dialogare occorre essere disponibili a compromessi. Demonizzare ogni ipotesi, ogni progetto, ogni obiettivo, ogni strada proposta fuori del circuito “amico” non serve. Qualche dimostrazione pratica la si sta avendo. Mi riferisco al risultato elettorale in Emilia e Romagna e in Umbria. Sullo sfondo di una nuovo raccordo con il mondo cattolico, hanno vinto progetti di gestione che non si legano solo ai “sacri principi”. Sono progetti – ed eletti – riformisti, ricorda giustamente Roazzi. E, purtroppo, sono progetti estranei – quando non anche contrari – alle agende della CGIL e della UIL. Non è una derivata da trascurare..
Leggo di un manifesto in 10 punti, firmato Coccia, Lenzi e Scalfarotto “La destra, la sinistra e l’alternativa che vorremmo”. Mi sembra un prologo interessante. Se avrà un futuro lo vedremo. Ma non si perda altro tempo: quello buono sta scadendo.





