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DE GASPERI, UN ESEMPIO DA RICORDARE A PRESCINDERE DALLE IDEE

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DE GASPERI: LA VERA POLITICA. 

Di fronte al degrado dell’attuale politica, in continua decadenza da oltre un ventennio, il pensiero corre al grande statista Alcide De Gasperi, proprio in occasione del suo 70° anniversario della sua morte, avvenuta il 19 agosto 1954, a seguito di un attacco cardiaco. Enorme è il divario tra uno statista come De Gasperi e gli attuali politici. Oggi assistiamo a politici che promettono cose che sanno di non poter mantenere, proprio per la pesante situazione finanziaria del Paese, il cui bilancio dello Stato è gravato da un gigantesco debito pubblico. De Gasperi, invece, affermava: ” Cercate di promettere un po’ meno di quello che pensate di realizzare se vincete le elezioni”.

De Gasperi è stato uno degli statisti che hanno saputo salvaguardare e difendere la Sovranità dell’Italia. Lo fece quando intervenne all’Assemblea Generale sulla Conferenza di pace di Parigi nel lontano 10 agosto 1946, quando iniziò il suo discorso, dicendo: ” Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Per De Gasperi la politica voleva dire “realizzare”. ” E mentre il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni”.

Oggi viviamo tempi nei quali il politico che interpreta e svolge il suo lavoro come una proposta di sviluppo per la comunità, che è impegnato a correggere le storture, che indica concretamente come conseguire la crescita e lo sviluppo economico, che indica il più razionale impiego delle risorse, pare che non venga apprezzato. Mentre sono apprezzati, anche con larghi consensi, gli urlatori, i demagoghi, chi promette la luna nel pozzo. Chi ha letto i libri dedicati a De Gasperi, emerge da subito di come la figura di De Gasperi è lontana da certi odierni orientamenti, come evidenzia il giornalista e storico italiano, Sergio Valzania, nella prefazione al libro di Giulio Andreotti, “De Gasperi”, edizioni Sellerio 2006, “che considerano il politico come quella di un arbitro di calcio, imparziale e rigoroso, pronto a fischiare i falli ma estraneo al gioco o come un mediatore”.

Per Alcide De Gasperi, sottolinea Sergio Valzania, “la politica era con ogni evidenza un’attività simile a quella di Mosè, che libera il suo popolo dalla servitù d’Egitto e poi lo guida verso la terra promessa attraverso le privazioni del deserto. Una idea di politica legata al rischio, alla decisione, alla responsabilità, alla possibilità di commettere errori, alle elezioni come scelta della direzione nella quale mettersi in marcia”. Secondo Valzania, “la presenza delle grandi opzioni ideologiche aiutava questo tipo di impostazione”.

Assistiamo da tempo alla profonda trasformazione della figura del politico e della sua funzione sociale, da profeta a notaio, da colui che pronuncia la verità a semplice certificazione di ciò che gli altri devono fare, se vogliono, descrive la mutazione del nostro immaginario collettivo e dà la misura di quanto sia caduta la vitalità della società italiana. De Gasperi, ha saputo realizzare grandi amicizie a livello internazionale. Andreotti ci ricorda di come nel 1948 vi era stata forse la prima iniziativa in vista di una unione europea: il Patto di Bruxelles.

De Gasperi, come scrive Andreotti, “giustamente non fece aderire l’Italia, perché il patto era stato stipulato da una posizione di grande diffidenza, anzi di grande ostilità, nei confronti della Germania. De Gasperi ci ammoniva: “Guardate, la storia non si deve ripetere. La Germania ha avuto la sua tragedia perchè, essendo stata trattata male dalla fine della Prima guerra mondiale. è nato il rivendicazionismo di Hitler”.  Aggiungeva: Attenzione, io non so di che colore sarà la camicia dei tedeschi tra dieci anni. Ma se noi integreremo la Germania nel campo politico e nel campo economico, certamente non sarà una camicia democratica”. De Gasperi, “riteneva che la Germania, il più presto possibile, doveva entrare nel Patto Atlantico”. Il cruccio di De Gasperi era sempre quello di far capire bene all’opinione pubblica quello che era il fondo dei problemi. La sua vera preoccupazione di fondo era questa: come si forma l’opinione pubblica? 

E Andreotti, ci ricorda che vi è un documento essenziale, che possiamo considerare, e non si tratta di una valutazione  sentimentale, il testamento di De Gasperi. Si tratta del lungo discorso che De Gasperi, già in precarie condizioni di salute, svolse al Congresso della Democrazia del giugno 1954 (morirà il 19 di agosto), nel quale espose proprio la necessità di considerare che il nostro è un paese sano se è pluralistico, se anche coloro che non sono robusti da un punto di vista sociale hanno modo di avere voce. Si deve tener conto di un insieme di addendi che devono operare: uomini di cultura, operatori economici, sindacati, organizzazioni religiose e centri sportivi. De Gasperi fece un proprio elenco di queste realtà a cento facce, che non si contrappongono l’una all’altra, ma devono avere ognuna la possibilità di contare. Questo concetto del pluralismo è proprio in contrasto con quello che era stato l’insegnamento di Mussolini: “Chi non è con noi è contro di noi”; o con il fondamentalismo comunista, che pure esisteva. Andreotti, sottolinea “che sia tra le cose di De Gasperi che devono essere ricordate come insegnamenti tra i più incisivi”. La realtà di oggi, purtroppo,  è quella del tutti contro tutti e con un linguaggio sempre più degradante e violento. E sullo scenario politico odierno non si vede minimamente alcun erede di Alcide De Gasperi. 

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  • Redazione

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