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GIOVANI VITE RECISE

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di Carlo Di Stanislao

Dobbiamo prendere atto che siamo davanti a un’autentica emergenza e davanti a un fallimento delle famiglie, della scuola, delle istituzioni. Eppure basterebbero risorse modestissime per fare tanto ma davvero tanto di più”
Guido Scorza
 
I numeri riguardanti la malattia mentale sono, ormai sempre più simili ad un bollettino di guerra, in crescita costante. E l’emergenza riguarda in primo luogo i giovani: ogni anno nel mondo si contano circa 46mila suicidi tra gli adolescenti, mentre nei soli tre anni della pandemia si è registrato un aumento del 30% delle diagnosi di disturbi psichici ed i sintomi depressivi nella popolazione sono quintuplicati anche in Italia coinvolgendo 1 persona su 3. 
 
In Italia il suicidio giovanile costituisce una vera e propria emergenza sociale ed è quindi necessario interrogarsi non solo sulle cause e i fattori di rischio, ma anche sulle strategie di prevenzione.
 
Quando si parla di suicidio è importante non fermarsi al “suicidio completato”, l’atto di autolesionismo intenzionale che ha portato al decesso, ma a tutto il comportamento suicida che comprende il tentato suicidio, un atto di autolesionismo che non ha portato al decesso ma a lesioni più o meno gravi e l’ideazione suicida costituita dalla pianificazione dell’atto e da tutti i pensieri negativi legati alla morte. In merito al comportamento suicida, una ricerca internazionale pubblicata sul Journal of Child Psychology and Psychiatry ha rilevato che il 27,6% degli adolescenti europei ha messo in atto almeno una volta nella vita comportamenti autolesionistici.
 
L’immagine dell’iceberg può aiutarci a comprendere meglio il fenomeno del suicidio. La punta, ciò che noi possiamo vedere, è formata dal suicidio compiuto e dai tentati suicidi, mentre nella parte sommersa troviamo l’ideazione suicida, un senso di malessere psicologico generale dato da un disturbo dell’umore come la depressione o il disturbo bipolare, da un’esperienza fortemente traumatica tale da sfociare nel disturbo post-traumatico da stress, dall’abuso di sostanze o da un disturbo della condotta. Il nostro iceberg è quindi il risultato della complessa interazione tra diversi fattori ed è per questo motivo che l’identificazione delle cause risulta essere difficile nella maggior parte dei casi.
 
In Italia, secondo le notizie di cronaca, le cause del suicidio giovanile appaiono essere: il fallimento negli studi (reale o presunto) ed essere vittima di bullismo, cyberbullismo o revenge porn. 
 
Ciò che accomuna queste situazioni diversissime tra loro è l’associazione tra la sconfitta individuale e l’eccessiva pressione sociale. Una combinazione in grado di innescare istinti suicidari che rappresentano per l’individuo l’unica valida strategia per affrontare il proprio dolore.
 
Un’altra ragazzina morta suicida a soli quindici anni per ragioni ancora da accertare, ma che appaiono legate a episodi di bullismo e revenge porn dei quali potrebbero esser stati responsabili altri ragazzini. Un altro nome che si aggiunge a un elenco già lunghissimo e che viene da lontano nel tempo.
 
Abbiamo fallito e continuiamo a fallire, da adulti, da decisori pubblici, regolatori e istituzioni e dobbiamo dircelo senza farci sconti e senza cercare nessuna forma di assoluzione. Non abbiamo fatto abbastanza, non stiamo facendo abbastanza per proteggere i più piccoli nella dimensione fisica e in quella digitale della loro esistenza. 
 
Dobbiamo chiedere scusa ai familiari delle vittime consapevoli che le scuse servono a poco e, soprattutto, ai bambini e agli adolescenti dai quali tanto spesso le pretendiamo. 
Ma soprattutto dobbiamo prendere atto che siamo davanti a un’autentica emergenza e dobbiamo  cosa non funziona – perché è evidente che qualcosa non funziona – nel sistema integrato di educazione e protezione che dovrebbe garantire ai più giovani il più elementare e fondamentale di tutti i diritti ovvero quello di vivere la loro età al riparo da violenze che arrivano da loro pari e che si consumano in luoghi fisici e digitali nei quali dovrebbero poter vivere sereni.
 
“Ogni giorno in Italia un bambino o un adolescente tenta il suicidio o comunque mette in atto comportamenti autolesivi. Quasi 46mila adolescenti muoiono a causa di suicidio ogni anno, più di uno ogni 11 minuti. Interrogarsi sul fenomeno del suicidio in età evolutiva costituisce, pertanto, una priorità assoluta perché è necessaria una linea di intervento consolidata per arginare la possibilità che bambini e ragazzi possano ancora interrompere le proprie esistenze, con l’intento vano di chiedere aiuto”.
 
E’ questo il grido di allarme lanciato da Rosa Cappelluccio, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, docente e supervisore dell’Istituto A. T. Beck, che ha curato l’edizione italiana del libro Dbt Skills nelle scuole, training per la regolazione emotiva negli adolescenti.
 
Modelli familiari disfunzionali, eventi traumatici ed avversi durante l’infanzia possono essere alla base del rischio suicidario, così come una vulnerabilità emotiva, uno stile cognitivo instabile, impulsivo, irritabile, aggressivo, antisociale e con schemi di pensiero e di coping rigidi che possono essere associati a tentato suicidio o suicidio. I ragazzi si ritrovano, il più delle volte, a vivere una disregolazione emotiva e comportamentale, dove manca l’apprendimento di skills per potersi comportare con consapevolezza. 
 
Ed è proprio la mancanza di consapevolezza a far sì che gli adolescenti vivano “al buio” in preda a stati emotivi tempestosi e burrascosi, generando sofferenza interiore e comportamenti disfunzionali: una strada impervia che può, in alcuni casi, condurre a drammatiche situazioni in cui il suicidio potrebbe rivelarsi, agli occhi dei più giovani, l’unica alternativa possibile.
 
Ci sono famiglie spesso sovraccaricate, stressate e poco attente. Genitori e adulti frettolosi che mostrano fatica nell’ascoltare i bisogni “irrinunciabili” dei figli. E invece i piccoli chiedono di essere visti e ascoltati, di non essere lasciati da soli da chi ha il compito di ascoltare, proteggere e amare. Un tentato suicidio, o campanelli d’allarme che richiamano temi simili, dovrebbero chiamare in causa gli adulti di riferimento, tenendo conto di tutto ciò di cui ha bisogno il giovane, ma non soltanto da un punto di vista materiale e tangibile, tutt’altro. 
 
É vitale accogliere le richieste di bambini e ragazzi, spesso “invisibili” perché nascoste dietro a pretesti e a capricci. I segnali che un adulto può scorgere in un figlio a rischio suicidario sono molteplici e non sono solo relativi ad uno stato depressivo o a disturbi conclamati. Ci potrebbe essere una maggiore impulsività, un’autosvalutazione significativa, una difficoltà a gestire la rabbia, disregolazione emotiva e comportamentale, una tendenza al perfezionismo, una scarsa capacità di problem solving, un ritiro sociale, un abuso di sostanze, storie di bullismo, una sessualità precoce.
 
Si è parlato tanto della figura dello psicologo a scuola, negli Istituti dove questo è già realtà la figura di un esperto sembra essere l’arma vincente ai fini della prevenzione. 
 
Inoltre l”adulto, a qualunque titolo, sia in famiglia sia a scuola, ha il dovere di fornire ai giovani gli strumenti adeguati per essere efficaci nella quotidianità e nella vita, per riuscire a dare loro la possibilità di sperimentarsi in autonomia e con consapevolezza, permettendo loro di accedere alle proprie risorse interiori, e riducendo, in questo modo anche il rischio di suicidio. 
 
Dice Ted Satterthwaite: “L’adolescenza è un periodo delicato e vulnerabile ma non a causa del fatto che ci sia qualcosa di squilibrato nella mente dei ragazzi”.
Questa frase va imparata a memoria ed applicata. 

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  • Redazione

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