Home Opinioni LE INSOSTENIBILI ESONDAZIONI DI TALUNI GIUDICI NEI POTERI DELLO STATO

LE INSOSTENIBILI ESONDAZIONI DI TALUNI GIUDICI NEI POTERI DELLO STATO

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di Lucio Leante

La giudice Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica e autrice del provvedimento che ha annullato la decisione del governo italiano di inviare alcuni migranti in Albania, disapplicando senza indugi la legge italiana, ha respinto con sdegno l’accusa di essere, insieme ad altri suoi colleghi, una “toga rossa”. “Non abbiamo in tasca il libretto di Mao o Karl Marx, ma la Costituzione” – ha detto. Contestualmente ha ripetuto che la normativa europea (che ha in effetti rango costituzionale) deve avere la preminenza su quella nazionale.

Quelle dichiarazioni sembrano un’ovvietà, ma nascondono un vecchio equivoco e uno sproposito giuridico potenzialmene eversivo della separazione dei poteri e dell’ordine liberale.

Infatti i magistrati di MD, di cui Albano è presidente, da tempo pretendono di fare riferimento diretto (si badi diretto) alla Costituzione, e di interpretare sia la norma costituzionale (oltre che la legge ordinaria), in base al loro “libero convincimento”, e persino in maniera “creativa” (anche nel senso di creare nuove norme) come se fossero dei giudici costituzionali (nonché sostituirsi al Parlamento). In base a questa pretesa talvolta si arrogano il diritto e il potere di disapplicare immediatamente le leggi approvate dal Parlamento quando le ritengano, sempre secondo il loro libero convincimento, “manifestamente contrarie alla Costituzione”. Così facendo innanzitutto contraddicono il presidente della Repubblica che firmando la legge in questione ne aveva certificato la “non manifesta anti-costituzionalità e in secondo luogo si auto-promuovono a giudici costituzionale ed anzi si sostituiscono singolarmente all’intera Corte costituzionale (oltre che all’intero Parlamento). In sostanza con un solo atto si contrappongono al Capo dello Stato e usurpano i poteri della Consulta e del Parlamento sovrapponendosi in pratica persino alla sovranità popolare. Secondo loro, ogni magistrato sarebbe in pratica un giudice costituzionale e non una semplice e leale “bocca” della legge ordinaria.

La Costituzione prevede invece che il giudice sia “soggetto alla legge) e debba comunque applicare la legge ordinaria, salvo che in un giudizio non sia posta in dubbio, da lui stesso o da una delle parti, la sua costituzionalità. In questo caso, però, deve sospendere il giudizio e chiedere alla Corte Costituzionale di dirimere il dubbio. Non può in alcun caso disapplicare la legge ordinaria ed emettere, immediatamente e a suo arbitrio, una sentenza o un provvedimento contrario alla legge ordinaria (o ad un decreto legge ad essa equiparato).

Sembra ovvio che analogamente, e “per analogia”, nel caso di possibile conflitto tra una legge dello Stato e una norma (o una sentenza) europea (che -ricordiamo- ha rango costituzionale) il giudice ordinario dovrebbe sospendere il giudizio e adire la Corte di giustizia europea e non disapplicare immediatamente, a suo arbitrio, la legge dello Stato nazionale come teorizzano e fanno i giudici di Magistratura democratica. Se un giudice si arroga il diritto di farlo commette un arbitrio illegittimo ed eversivo dell’ordine costituzionale.

La questione è fondamentale e merita un chiarimento sia da parte della Corte Costituzionale, sia da parte della Corte di giustizia europea, oltre che dei capi di stato e di governo e delle forze politiche nazionali di destra e di sinistra europei, ammesso che essi vi siano ancora degli statisti e non solo dei propagandisti pro domo propria.

Fare di ogni giudice (o PM) un giudice costituzionale o un giudice supremo della CGE, e anzi (e peggio) entrambe le cose insieme, è la via maestra per l’eversione del principio della separazione dei poteri, e cioè per la usurpazione da parte di alcuni magistrati, che appaiono politicizzati, non solo delle prerogative delle  Corti supreme e dei capi di stato, ma anche dei poteri dei parlamenti (nazionale ed europeo) e dei governi esecutivo: e cioè dell’intera sfera della Politica.

Le teorie di Magistratura Democratica sono perciò teorie da “toghe rosse”, non perché avrebbero in tasca un libretto rosso, ma perché non sono coerenti con l’ordine costituzionale liberale che, pure, affermano di volere “difendere”.

 

Autore

  • Redazione

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