
di Marco Pugliese
Come il grande Guareschi ho un diario “clandestino” e ogni tanto lascio economia, analisi, geopolitica e vi scrivo da docente, con estrema onestà intellettuale apro qualche pagina di tal diario…
Durante la mia carriera scolastica, mi capitò un supplente che, pur se di passaggio, lasciò il segno. Questo tipo, fervente cattolico e con idee ben radicate, mi diede un 6 invece di un 8 su un tema d’italiano, accusandomi di aver espresso giudizi politici. Avevo criticato l’approccio del Papa sulle unioni civili (una questione che allora vedeva protagonisti i Ds) e lui non la prese bene. Ne nacque una discussione, conclusa da una sua predica a cui risposi come potevo, ma a 16 anni, si sa, si resta con poco in mano.
Al ritorno della mia professoressa “ufficiale”, mi fece riscrivere il tema, con una ramanzina per il tono forse eccessivo, che col senno di poi avevo meritato. Stavolta, però, valutò il contenuto senza fermarsi all’idea espressa, e questa lezione la compresi appieno solo anni dopo.
Quell’episodio non mi turbò più di tanto – oggi probabilmente sarei stato intervistato e strumentalizzato – ma mi fece riflettere su quanto fossi stato fortunato ad aver avuto, per il resto, docenti che lasciavano fuori dalla porta la politica e che non si mettevano a promuovere i loro scritti. Arringare studenti in formazione è patetico. Non pochi ex studenti mi raccontano di professori che giudicano e puniscono idee diverse dalle loro o suggeriscono testi di cui sono autori, spesso carichi di orientamento politico. Organizzano eventi confezionati ad hoc, spacciando il loro pensiero per verità assoluta. E guai a pensarla diversamente: scherno, isolamento, ed un’etichetta di ignorante sono pronti dietro l’angolo.
Alcuni lo fanno con astuzia, si presentano come democratici, ma poi con finezza – che ai giovani sfugge – umiliano chi dissente. A scuola bisognerebbe insegnare la storia della Repubblica, promuovere un dibattito serio, lasciare che l’attualità sia trattata con distacco e senza passioni politiche. La politica, se deve entrare a scuola, dovrebbe arrivare dai ragazzi stessi, liberi di discuterne tra loro.
Chi insegna, in questi casi, ha il compito di far ragionare e non di imporre un credo. Le idee possono venire da casa, e non è affare della scuola giudicarle o mortificarle.





