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LA TIRANNIA DEL BENE IN NOME DEI DIRITTI DELL’UOMO

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di Lucio Leante

Quando il 18 ottobre scorso alcuni giudici romani non hanno convalidato la decisione del governo italiano di trasferire in Albania una dozzina di migranti illegali provenienti dal Bangladesh e dall’Egitto, molti, tra cui chi scrive, hanno commentato quel provvedimento giudiziario come un ennesimo episodio di esondazione delle toghe italiane nel campo – che a loro dovrebbe essere precluso- della decisione politica e come un ennesimo intervento di magistrati che si oppongono, con le loro sentenze, alle politiche di contrasto all’immigrazione clandestina ed particolare ai provvedimenti di trattenimento e di espulsione di migranti giunti illegalmente in Italia.

Quel commento non è sostanzialmente erroneo come certificano gli innumerevoli casi di sentenze con cui quegli stessi giudici della sezione immigrazione del Tribunale di Roma (come altri magistrati italiani) non hanno convalidato provvedimenti di espulsione a migranti che non avevano alcun diritto a restare in Italia anche se vi avevano commesso reati con argomentazioni causidiche e talvolta assurde.

Ad un tunisino hanno per esempio assicurato la protezione internazionale perché aveva un problema di salute (il diabete) e perché in Tunisia il sistema sanitario non funziona benissimo e alcuni funzionari richiedono mazzette; ad un filippino perché “ormai ha famiglia in Italia” e, quindi, ”l’espulsione del ricorrente comporterebbe una violazione dei suoi diritti fondamentali”. A qualche altro la protezione è stata concessa perché il soggetto è sembrato loro ormai “integrato nella società”, o perché sono state considerate valide le accuse del miogrante al governo e alle autorità italiane di averli “indotti alla clandestinità”. Esempi di una simile tendenza sono frequentoi in tutta Italia.

Che ci sia dunque in molti magistrati italiani, in nome dei diritti dell’uomo, un atteggiamento pregiudizialmente favorevole agli immigrati illegali e sfavorevole ai provvedimenti, se non alla stessa composizione, del governo italiano possiamo darlo (a dir poco) per molto probabile.

Tuttavia l’analisi, nel caso in specie, non si può fermare alla denuncia dell’esistenza – da tempo accertata in Italia- di “toghe rosse”, di magistrati politicizzati o semplicemente ideologizzati o di magistrati ammalati di protagonismo (politico, ideologico o semplicemente personale che sia).

 Ma se ci fermassimo qui, come hanno fatto molti commentatori, l’analisi sarebbe monca della sua parte più rilevante. Non è infatti – a nostro avviso – solo la propensione politico-ideologica a spiegare certi bizzarri provvedimenti giudiziari, ma – come vedremo- una estremizzazione (di tipo religioso) della dottrina dei diritti dell’uomo.

Cominciamo con l’osservare che quei giudici di Roma hanno motivato la loro decisione dicendosi doverosamente vincolati ad applicare una sentenza europea. E la loro autodifesa sembra giuridicamente inattaccabile, data la “supremazia” (sancita anche dalla nostra Costituzione) delle norme (e delle sentenze) europee sulle norme e nazionali. Andiamo più a fondo.
La sentenza di cui si parla è quella con cui il 4 ottobre scorso la Corte di giustizia europea ha stabilito che un Paese terzo, per essere definito sicuro, deve esserlo in ogni parte del suo territorio, oltre che per ogni categoria di persone e senza eccezioni. (Il Paese in questione nel caso discusso dalla Corte era la Moldavia, di cui fa parte la Transdniestria, una regione separatista russofona legata a Mosca, ma legalmente ancora parte della Moldavia).

 I giudici italiani affermano di avere solo applicato quella sentenza della Corte europea, omettendo di aggiungere che hanno comunque operato una discutibile valutazione di merito (e in qualche modo “politica”) asserendo che l’Egitto ed il Bangladesh non rientrerebbero – secondo il loro giudizio- in alcune parti del loro territorio o delle loro norme, nella fattispecie europea dei paesi sicuri.

Ma il punto che ci interessa sottolineare è soprattutto che anche quella sentenza della Corte di giustizia europea è molto discutibile anche se i molti commentatori – forse per un eccessivo rispetto verso i giudici europei- non hanno osato farlo.

 La Corte ha, infatti, fatto riferimento alla direttiva europea 2013/32, secondo cui “un Paese è considerato paese di origine sicuro se, sulla base dello status giuridico, dell’applicazione della legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica generale, si può dimostrare che non ci sono generalmente e costantemente persecuzioni (…), né tortura o altre forme di pena o trattamento disumano o degradante, né pericolo a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”. Come si deduce dall’espressione “generalmente e costantemente” l’atteggiamento persecutorio dovrebbe essere generalizzato per poter definire un paese non sicuro. E quindi la sentenza della Corte europea di Giustizia sembra una forzatura (di quella stessa direttiva citata) in quanto afferma che sia sufficiente che una piccola parte del territorio non sia “sicura” perché non possa essere considerato sicuro l’intero paese.

La conseguenza di quella sentenza è che in base ai criteri adottati anche da quelli europei, molto difficilmente un paese non occidentale (e non solo quelli africani, come ha osservato qualcuno) potrebbe mai essere definito sicuro e quindi nessun migrante illegale potrebbe essere mai rimpatriato o respinto e nessun governo europeo potrebbe fare una politica di difesa dei suoi confini. Non solo. Ma poiché anche la sentenza europea è stata molto discrezionale e avrebbe potuto (se non dovuto) altrettanto legittimamente essere diversa, si deve trarre la conseguenza che anche i giudici europei mostrano una tendenza ad interpretare (legittimamente) le norme in una maniera iper-garantista rispetto ai “diritti” dei migranti, considerando secondari non solo i “diritti” degli stati europei e dei loro governi, ma anche quelli dei cittadini europei. Certamente sarebbe riduttivo e improprio parlare anche nel caso dei giudici europei di “toghe rosse” o di giudici politicizzati che vogliano contrastare le politiche di immigrazione del governo italiano di centro-destra (come probabilmente è il caso di certi giudici italiani). Quindi la spiegazione generale deve essere altrove.

Quella tendenza dei giudici europei a interpretare le norme in senso favorevole ai migranti e sfavorevole per gli stati ed i cittadini europei nasce – a nostro avviso- non tanto da motivazioni soprattutto (o solo) politiche, ma  dal fatto che la dottrina dei diritti dell’uomo è diventata da qualche tempo una ideologia ed una religione assolutista e fondamentalista, oltre che un’etica dei principi che stenta a riconoscere i limiti che dovrebbe imporre la considerazione dei diritti del cittadino e la valutazione delle conseguenze dell’applicazione di quei principi sulla ricerca del bene comune. Essa è diventata in qualche misura l’orizzonte morale e giuridico del nostro tempo, l’ultima delle religioni civili e l’anima di un mondo senza Dio e senza anima.

La dottrina dei diritti dell’uomo ha una dimensione religiosa sin dalla sua prima formulazione nel nominalismo medievale e nella scolastica spagnola che consideravano i diritti soggettivi naturali un dono di Dio ad ogni uomo, in quanto creato a sua immagine e somiglianza ed un riflesso della legge divina. Questa dottrina fu poi rilanciata dall’Illuminismo su basi secolari con John Locke (che li considerava come inerenti alla natura umana e presenti nello “stato di natura”) e con Emmanuel Kant (che, invece, li faceva derivare dalla dignità umana, cioè da un’istanza morale e non naturale né strettamente giuridica).

La sacralizzazione dei diritti, della vita e della dignità dell’uomo, nonostante il suo carattere storico e la carenza di fondamento della sua validità giuridica universale, è stata per secoli, almeno in Occidente una fede progressiva nella dignità e nella libertà umana e, sia pure tra molti equivoci, anche una pratica dell’eguaglianza giuridico-politica di tutti gli esseri umani. Essa è stata perciò anche un’arma ideologica e politica molto  efficace degli uomini generici contro l’assolutismo, il dispotismo e, infine il totalitarismo. E per questo resta un acquisto imperituro della civiltà umana anche per il futuro.

Tuttavia da qualche decennio essa viene usata politicamente da alcune élite deminanti anche in modo assolutista, ideologico e retorico per conseguire obbiettivi di gruppi dominanti e ad essa del tutto impropri.

Ciò avviene sul piano internazionale per esempio con gli “interventi umanitari” soprattutto da parte degli USA (e della Nato) allo scopo di incrementare la loro influenza e di stabilizzare in funzione unilateralista il loro status di unica superpotenza globale.

 Avviene anche sul piano nazionale ed europeo dove alcune élites dominanti, in nome di un liberalismo di facciata iper-individualista e globalista, agitano rivendicazioni senza fine e tendono a moltiplicare i diritti dell’uomo (spesso fino a farli coincidere con tutti i possibili desideri soggettivi) per assicurarsi l’appoggio ed il voto di minoranze “diverse” e di gruppi e individui “alternativi”, promettendo la liberazione da ogni limite vincolo e confine. Esempi sono il presunto diritto di ogni essere umano a stabilirsi ovunque egli desideri, violando i confini di uno Stato ed a godere immediatamente dei diritti del cittadino; il presunto diritto di ogni essere umano a contrarre matrimonio e ad essere un genitore con qualsiasi mezzo; il presunto diritto a stabilire il proprio genere a prescindere dal proprio sesso biologico. Sono tutti presunti diritti che, in un modo o in un altro violano diritti e sensibilità altrui.

Le stesse élite dominanti, agli stessi fini di potere, esibiscono, in nome dei diritti dell’Uomo, un’adorazione per l’Altro ed il Diverso, sostenendone i presunti “diritti-desideri” ma lo fanno in base ad un’ideologia che però nega ogni differenza specifica e prelude ad una generale omologazione e uniformazione ad un tipo ideale di “uomo senza qualità e senza identità”.  Esse manifestano, sempre in nome della difesa dei diritti dell’Uomo, che agitano come una clava universale, un tirannico ipertrofismo morale che configura un totalitarismo morbido, mirante a escludere i dissenzienti e a ridurre le loro resistenze alla distruzione di tutte le tradizioni e comunità di base (la famiglia, la religione, la Nazione) e mirano a spogliare l’individuo di ogni identità ed appartenenza comunitaria.

Probabilmente molti giudici europei (ed italiani), consapevolmente o no, sono partecipi in qualche misura di questa forma assolutista ed estrema della dottrina-religione dei diritti dell’uomo, applicandoli in maniera squilibriata in maniera favorevole all’Altro e al Diverso, e trascurando i diritti umani dei cittadini e dei “non diversi”, nonché quelli dei governi a mettere in atto politiche di contrasto all’immigrazione clandestina (e al traffico schiavista di esseri umani).

I liberali autentici (“conservatori” delle finalità umanistiche della politica) dovrebbero contrastare questa versione fondamentalista della dottrina dei diritti umani per allontanarla dall’uso strumentale, perverso che certe élite ne fanno e per farla tornare al suo uso proprio e tradizionale di contrasto ad ogni totalitarismo, ad ogni tirannia (anche a quella morale del presunto Bene assoluto) e ad ogni potere arbitrario, specie se praticato da giudici, in nome della giustizia e dei diritti dell’uomo.

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  • Redazione

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