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ISRAELE, UN CONFLITTO CHE PRELUDE A UNA CRISI ECONOMICA

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di Sergio Restelli

Il conflitto in Medio Oriente, che coinvolge Israele in modo diretto, rappresenta non solo una crisi umanitaria ma anche un disastro economico per il Paese.

I costi derivanti dalla difesa, dai danni infrastrutturali e dalle interruzioni nelle attività produttive sono astronomici e rischiano di mettere in ginocchio l’economia israeliana per gli anni a venire.

I Costi Diretti del Conflitto

Israele sta sostenendo una spesa militare senza precedenti per difendersi dagli attacchi di Hamas e Hezbollah, il che sta comportando investimenti straordinari in sistemi di difesa avanzati.

Tra questi spiccano Iron Dome, Fionda di Davide e Arrow.

L’Iron Dome,sistema schierato per la prima volta nel 2011,riesce ad intercettare circa il 90% dei razzi lanciati verso il territorio israeliano, ma ogni singolo missile lanciato ha un costo di circa 50.000 dollari.

La Fionda di Davide, sistema pensato per contrastare missili balistici a medio e lungo raggio, ha un costo stimato di 1 milione di dollari per ogni missile, mentre il sistema Arrow arriva a circa 3,5 milioni di dollari per missile.

Queste cifre mostrano quanto sia costoso mantenere un livello di sicurezza adeguato in una situazione di conflitto intenso e prolungato.

Oltre ai costi per la difesa, Israele ha dovuto sostenere spese importanti per il trasferimento di circa 100.000 cittadini dalle aree più a rischio, come le vicinanze della Striscia di Gaza e il confine libanese.

Questa operazione ha richiesto una spesa stimata in 10 miliardi di dollari, cui si aggiungono 6 miliardi di dollari destinati alla riparazione dei danni causati dalle azioni nemiche.

Complessivamente, la stima dei costi economici diretti del conflitto tra il 2023 e il 2025 oscilla tra i 67 miliardi di dollari, secondo la banca centrale israeliana, e i 120 miliardi di dollari secondo l’economista Yacov Sheinin, rappresentando una porzione considerevole del PIL israeliano.

Impatto Sulle Imprese e sul Mercato del Lavoro

Il conflitto ha ripercussioni pesanti sul tessuto produttivo israeliano.

Oltre alla sospensione delle attività di migliaia di riservisti chiamati alle armi (si parla di circa 287.000 persone in un paese di meno di 10 milioni di abitanti), un gran numero di lavoratori palestinesi, che costituivano una forza lavoro vitale per settori come l’edilizia, non sono più autorizzati a lavorare in Israele per motivi di sicurezza.

I lavoratori palestinesi rappresentavano circa il 30% del totale impiegato nel settore edile, una perdita che non è facile colmare, anche considerando gli sforzi del governo per attrarre lavoratori stranieri.

Le stime di CofaceBdi, una società di consulenza economica, evidenziano la chiusura di circa 46.000 aziende israeliane a luglio 2023, con la possibilità che questo numero salga a 60.000 entro la fine dell’anno.

I settori più colpiti sono quelli dell’edilizia, dell’agricoltura, del turismo e dell’intrattenimento, con una previsione di ripresa molto incerta. Secondo il CEO di CofaceBdi, Yoel Amir, nessun settore dell’economia israeliana è immune dalle ripercussioni del conflitto. Il declino della domanda, la carenza di personale, l’aumento dei costi di approvvigionamento e la logistica complessa rendono il quadro estremamente difficile.

Crollo del Turismo

Il settore del turismo, una delle colonne portanti dell’economia israeliana, ha subito un crollo di oltre il 75%, come confermato dall’Ufficio di Statistica israeliano a giugno. Le strade della Città Vecchia di Gerusalemme, solitamente animate da turisti, appaiono deserte.

Questo drastico calo rappresenta una fonte di entrate venuta a mancare, colpendo non solo l’industria turistica diretta ma anche una rete di attività correlate, come quelle dell’ospitalità, della ristorazione e dell’artigianato.

Deterioramento della Crescita e del Rating Economico

A livello macroeconomico, l’impatto del conflitto è tale da aver spinto le principali agenzie di rating, come S&P e Moody’s,a ridurre il rating del credito israeliano. S&P ha abbassato il rating da ‘A+’ ad ‘A’, mentre Moody’s lo ha portato da ‘A2’ a ‘Baa1’, segnalando un aumento dei rischi geopolitici e delle spese per la sicurezza. Le previsioni per la crescita del PIL sono state riviste al ribasso: per il 2024, S&P prevede una variazione del PIL pari a zero, mentre Moody’s stima una crescita dello 0,5%, entrambe molto al di sotto delle stime precedenti.

Anche per il 2025, le previsioni di crescita sono state dimezzate, passando dal 5% previsto inizialmente a un più modesto 2,2% secondo S&P e all’1,5% secondo Moody’s.

Prospettive di Investimento e Debito Pubblico

Anche il contesto degli investimenti in Israele risente pesantemente del clima di incertezza. Moody’s prevede che gli investimenti resteranno contenuti nel medio termine a causa dei rischi percepiti dagli investitori internazionali, con un calo del 16% rispetto ai livelli pre-conflitto. Sul fronte della finanza pubblica, l’incremento delle spese militari e il calo delle entrate fiscali hanno contribuito ad aumentare il rapporto deficit/PIL, che S&P prevede possa raggiungere il 9% nel 2024, prima di ridursi al 6% nel 2025. Il debito pubblico, che secondo Moody’s si sarebbe dovuto avvicinare al 50% del PIL, è ora previsto in crescita fino al 70%, con tutte le conseguenze sul piano della sostenibilità fiscale del paese.

Una Situazione di Crisi con Poche Soluzioni Immediati

L’economia israeliana è fortemente compromessa dalle ripercussioni del conflitto e, nonostante la sua storica resilienza e capacità di adattamento, rischia di affrontare un periodo di recessione prolungata.

I costi di difesa crescenti, la perdita di forza lavoro e il calo del turismo e degli investimenti mettono in serio pericolo la stabilità del sistema economico nazionale. Come affermato dall’economista Dan Ben-David, il governo israeliano potrebbe dover considerare la dimensione economica come una delle leve per cercare una soluzione rapida al conflitto, al fine di evitare ulteriori danni strutturali che potrebbero compromettere la ripresa del paese per anni.

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  • Redazione

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