
di Nino Macrì Pellizzeri
L’Italia dunque, piegandosi alle pressioni dei partner occidentali, ha cancellato il vecchio Memorandum di adesione alla Via della Seta (BRI) e ne ha lanciato un altro su basi differenti. Giusto? Sbagliato? E’ stata una decisione del nuovo governo e possiamo solo prenderne atto. Vi anticipo che, a mio avviso, il modo in cui questa decisione è stata messa in atto è assolutamente errato. L’adesione alla BRI infatti, era stata preceduta da due visite di Mattarella, e suggellata dal Premier di allora, Gentiloni. Successivamente il MOU fu firmato durante una visita a Roma del Presidente cinese Xi JinPing, durante il governo Conte. L’uscita dal Memorandum invece fu sancita da una lettera, quasi routinaria, del nostro ambasciatore a Pechino. Come vedremo in dettaglio, sarebbe stato molto meglio, politicamente e praticamente, se la nostra premier Meloni fosse andata a Pechino personalmente, accompagnata da una delegazione di imprenditori pubblici e privati ed avesse fatto un discorso di questo tipo:
Caro Presidente Xi JinPing, noi facciamo parte di due blocchi politici opposti e spesso conflittuali. Da un punto di vista politico la nostra partecipazione formale alla BRI non è più sostenibile. D’altronde siamo entrambi consapevoli che la Cina e l’Italia sono oggi i rappresentanti delle due culture più antiche e profonde oggi esistenti nel mondo. Oltre a ciò siamo legati da contatti diretti che risalgono alla “Via della Seta” di Marco Polo, quasi mille anni fa. In nome di ciò la nostra collaborazione deve continuare anche se con forme diverse a beneficio dei nostri due Paesi e del Mondo intero. Proprio per questo oggi ti propongo una nuova collaborazione che può iniziare anche subito, con la partecipazione comune a questi programmi che abbiamo già studiato in dettaglio e vogliamo sottoporre all’attenzione Tua e delle autorità del tuo Paese”
E, a questo punto, il gruppo di industriali avrebbero potuto, in una riunione di dettaglio, illustrare una presentazione iniziale.
Impostando per tempo a livello diplomatico una riunione di questo tipo, sono convinto che essa avrebbe avuto un successo ben maggiore.
Cos’è invece successo? Abbiamo firmato un Memorandum da cui si evince solamente che noi faremo tutto e solo ciò che sarà deciso in sede UE, in una serie di settori. Quando poi il ministro cinese del commercio Wang Wentao ha incontrato a Roma i ministri Urso e Tajani, dai resoconti ufficiali della sala stampa dei due ministeri non è stata indicata una sola iniziativa concreta che potesse far crescere i nostri rapporti commerciali. Come se ciò non bastasse, i nostri ministri hanno dichiarato che noi avremmo votato a favore della decisione UE di confermare, anzi forse aumentare, i dazi all’importazione di veicoli elettrici cinesi. Ciò si è verificato un paio di giorni fa. Faccio notare che la Germania ha votato contro. Questi dazi saranno probabilmente inefficaci perché Stellantis metterà in vendita fra, qualche mese, due modelli di auto elettrice cinesi fabbricate in Polonia, e quindi esenti da dazi, e che BYD, la più grande fabbrica mondiale di EV farà lo stesso in Ungheria. In compenso la Cina sta studiando una serie di dazi alle proprie importazioni di prodotti europei nel settore agro-alimentare, che farebbe molto male ai produttori italiani e francesi.
Ma una tale politica è conveniente ad un Paese che vive di esportazioni come l’Italia? E perché la Germania, anch’essa paese esportatore, si è comportata in maniera opposta?





