
Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d’allor
al sol della calda primavera
lampeggia l’armatura
del sire vincitor.
Inizia così la canzone famosa di Fabrizio de André.
Erano altri tempi, Carlo Martello tornava vincitore dalla battaglia di Poitiers, vittoria ritenuta come un atto storico e cruciale per la conservazione della cultura occidentale.
Non si potrà poetare allo stesso modo per Carlo III d’Inghilterra, in questi tempi amari dove per la corona inglese è tempo di disubbidienza.
È polemica, infatti, in Australia, con gli inevitabili riflessi sulla stampa britannica, dopo che i leader dei sei Stati che compongono la federazione australiana hanno annunciato di non poter partecipare al ricevimento a Canberra in onore di re Carlo in visita nel Paese a partire da venerdì.
Mentre il sovrano, che rimane capo dello Stato in Australia, verrà accolto con tutti gli onori dal premier Anthony Albanese, non è prevista invece la presenza anche dei capi degli esecutivi di Nuovo Galles del Sud, Victoria, Queensland, Australia Occidentale, Australia Meridionale e Tasmania.
Questo ha fatto insorgere alcuni rappresentanti monarchici, a partire dalla deputata liberale Bev McArthur, secondo cui la loro assenza equivale a un «insulto» nei confronti del sovrano ed è «del tutto indifendibile». E ha aggiunto: «Accogliere il re e la regina in Australia è il minimo che possano fare in quanto rappresentanti eletti».
Buckingham Palace ha preferito non entrare nella polemica, anche perché tutti gli Stati australiani avranno comunque dei loro rappresentanti all’evento.
Del resto, rispetto a eventuali nuove polemiche sulla forma di governo del Paese, nei giorni scorsi era emerso come per lo stesso Carlo III spetti agli australiani decidere se rimanere una monarchia o diventare una repubblica.
In vista infatti della visita del sovrano, l’Australian Republic Movement aveva scambiato una fitta corrispondenza con i funzionari di Palazzo sull’argomento, come ha rivelato la Bbc.
Carlo nel corso del suo lungo tour, il primo dopo la diagnosi di tumore e destinato a concludersi il 26 ottobre, andrà anche nelle Isole Samoa, dove prenderà parte in veste di presidente d’onore permanente del Commonwealth al vertice dell’organizzazione nata dalle ceneri del British Empire.
L’atto di disubbidienza è una questione va ben oltre la contingente presa di distanza da Carlo III da parte dei leader di alcuni Stati australiani, in quanto mette in luce una questione che ha a che fare il rapporto tra la Gran Bretagna e le sue ex colonie.
La tendenza di Wellington House, la sede della propaganda inglese, è sempre stata quella di plasmare le teste dei sudditi o degli ex sudditi e di dirigerne i destini.
Lo ha fatto tramite il Tavistock institute for human relations che ha nel tempo avuto un profondo effetto sulle politiche morali, spirituali, culturali, politiche ed economiche degli Stati Uniti d’America e della Gran Bretagna.
Carlo III d’Inghilterra
Come è scritto nella prefazione al libro di John Coleman, con il quale è stata svelata la presenza e la funzione del Tavistock institute, questo è “stato in prima linea nell’attacco alla Costituzione degli Stati Uniti e alle costituzioni statali. Nessun gruppo ha fatto di più per fare propaganda agli Stati Uniti per partecipare alla prima guerra mondiale in un momento in cui la maggioranza del popolo americano vi era contraria. Molte delle stesse tattiche sono state utilizzate dagli scienziati di scienze sociali del Tavistock per far entrare gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, in Corea, in Vietnam, in Serbia e in entrambe le guerre contro l’Iraq”.
Nella prefazione al libro di Coleman si legge che il Tavistock “è nato come un’organizzazione di creazione e diffusione di propaganda presso la Wellington House di Londra nel periodo precedente alla prima guerra mondiale, quella che Toynbee chiamava «quel buco nero della disinformazione»”.
In un’altra occasione Toynbee ha definito la Wellington House «una fabbrica di bugie».
Da un inizio un poco rozzo, la Wellington House si è evoluta nel Tavistock Institute e ha continuato a plasmare il destino di Germania, Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti in modo altamente controverso. Le persone di queste nazioni non erano consapevoli di essere state «lavate dal cervello»”.
“La caduta delle dinastie, la rivoluzione bolscevica, la prima e la seconda guerra mondiale – si legge sempre nella prefazione al libro di Coleman – hanno visto la distruzione di vecchie alleanze e confini, le convulsioni nella religione, nella morale, nella vita familiare, nella condotta economica e politica, la decadenza nella musica e nell’arte possono essere tutte ricondotte all’indottrinamento di massa (lavaggio del cervello di massa) praticato dagli scienziati di scienze sociali del Tavistock Institute”.
Tra i docenti del Tavistock figuravano Edward Bernays, il nipote doppio di Sigmund Freud.
Si dice che Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich tedesco, usasse la metodologia ideata da Bernays e quella di Willy Munzenberg.
La disubbidienza australiana, per chiamarla con un eufemismo, è la chiara dimostrazione che la manipolazione di massa del Tavistock o da chi gli è succeduto nel tempo non funziona più e questo fatto è molto di più di uno sgarbo fatto a Sua Maestà.
Lo stesso si può dire per quanto riguarda Israele. Nato da un protettorato inglese dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano, Israele ha sempre conservato con l’anglosfera un rapporto speciale, ma le vicende di questi giorni dimostrano che anche in questo caso l’ubbidienza non c’è più. Israele sta facendo quel che vuole in barba a Joe Biden e anche all’Inghilterra.
Bibi Netanyahu non ha delegittimato solo l’anglosfera come dominus, ma anche l’Onu, ponendo la questione delle questioni, ossia il passaggio dal dominio di chi ha vinto la seconda guerra mondiale e, successivamente, la Guerra fredda e si è illuso di essere il padrone del mondo, ad un multipolarismo ormai necessario se non si vuole arrivare davvero ad uno scontro gigantesco e mondiale, dal quale l’Occidente rischia di essere triturato.
Considerato che secondo il Fondo monetario internazionale, il debito pubblico mondiale supera i 100 mila miliardi di dollari e che nel 2024 sarà al 93% del Pil e salirà al 100% entro il 2030, ma in caso di crisi improvvise potrebbe balzare al 115% già nel 2026, la tentazione di risolvere con una guerra questa situazione insostenibile può albergare in qualche mente malata.
Comunque sia, i segnali che arrivano da più fronti, è che l’obbedienza all’impero inglese e ai suoi succedanei è in crisi esponenziale e non reversibile.





