
di Giuseppe Augieri
Qualche soddisfazione, del tutto ideale, talvolta mi è concessa. E’ una vita che sostengo due principi: 1 – la competitività italiana basata sui bassi salari è perdente e bisogna affrontare il tema della produttività; 2 – i modelli gestionali in Italia sono antiquati e anch’essi perdenti.
Che, dunque è necessario avviare uno straordinario confronto nel mondo del lavoro sui modelli gestionali e le capacità manageriali. «Pensare di competere sui costi del lavoro è una strategia perdente per l’Europa, ma in particolare per l’Italia». Se il modello che abbiamo in atto è fondato sul basso costo del lavoro, è un modello destinato a seppellirci. Lo vedremo con l’esplosione dell’ AI.
Ritrovo questi miei assunti nel Rapporto sul “Futuro della competitività europea” di Draghi: «La competitività oggi è sempre meno relativa ai costi del lavoro e molto basata sulle conoscenze e sulle skill che sono incorporate nelle forze di lavoro». Una rivoluzione? No: semplice analisi della realtà.
Qui sintetizzo il ragionamento che ne è alla base..
Il ritardo dell’Europa rispetto al mondo è segnalato dal tasso di incremento della produttività sistematicamente inferiore a quello degli Stati Uniti: circa il 70% della crescente differenza di Pil pro-capite tra le due aree (oggi del 34%) è dovuta alla minore produttività europea. In Italia l’aumento medio annuo della produttività è stato dello 0,5%, contro una media europea dell’1,3%. Un dramma nel dramma.
Su cosa puntare per sviluppare la produttività? Gli investimenti “materiali” (attrezzature) comportano un aumento di produttività inferiore agli investimenti “immateriali”. Tutto confermato da studi di importati istituti di ricerca: la crescita è sempre più collegata con gli investimenti in capitale “intangibile”, ossia nella ricerca e sviluppo, nel software, ma soprattutto nel capitale organizzativo-manageriale (modelli operativi, pratiche di gestione, ecc..). Ma la crescita degli intangibili è strettamente legata a quella del capitale umano, in tutte le sue forme e in particolare in quelle conoscitive e manageriali. E il nostro Paese si trova al 19esimo posto in Europa secondo l’ indicatore che misura la qualità delle competenze manageriali. Dunque bisogna affrontare questo problema. Urgentemente. Tutto il problema e per intero.
Una tesi molto diffusa è quella che le nostre retribuzioni possono crescere, ma prima deve aumentare la produttività del lavoro. Questa tesi non considera che la crescita qualitativa del capitale umano è un investimento immateriale al pari degli altri ed a sua volta migliora la produttività del lavoro. Non è un paradosso. Se vogliamo aumentare la produttività, e quindi la posizione competitiva, dobbiamo migliorare le condizioni del lavoro a partire da quelle economiche e, del pari, quelle legate a crescita e prospettive lavorative, sociali e umane nei luoghi di lavoro. Le indagini statistiche non lasciano equivoci. Le migliori società del mondo sono improntate a questo modello: quello di Quality Management da me più volte invocato.
Bisogna però essere chiari. Se non si “deve” aspettare che cambino i modelli di gestione e aumenti la produttività per chiedere aumenti salariali, è obbligatorio che la richiesta di questi aumenti costituisca un unico corpo con le richieste di trasformazioni dei modelli gestionali e del management che devono accompagnarli. Senza di questi ultimi, il risultato sarebbe il fallimento.
Bisogna pensare in grande. Il progetto da predisporre come base per una trattativa difficile – che comprende perciò (ha ragione la CISL) anche la partecipazione – è progetto ampio e qualificante.
Sindacato, batti un colpo. Riformisti, svegliatevi.
(Ringrazio, per gli spunti, gli autori dell’ articolo su Huffpost “E se per aumentare la produttività aumentassimo le retribuzioni?”)





