di Carlo Di Stanislao
“I ragazzi e i giovani sono in generale degli esseri adorabili, pieni di quella sostanza vergine dell’uomo che è la speranza, la buona volontà: mentre gli adulti sono in generale degli imbecilli, resi vili e ipocriti (alienati) dalle istituzioni sociali, in cui crescendo, sono venuti a poco a poco incastrandosi”.
Pier Paolo Pasolini, belle bandiere. Dialoghi 1960-1965 (Roma, Editori RIuniti, 1996).
Nel componimento in dialetto friulano La miej zoventtùt (1953), che intitola la raccolta La meglio gioventù (Sansoni, Firenze, 1954), Pier Paolo Pasolini punta inizialmente l’attenzione sulle ragioni dell’individuo che non trova ragioni né del mondo né della relazione col Signore, indifferente alla sua solitudine.
A mo’ di novello Giobbe il poeta glielo fa presente: Signòur, i sin bessòj, no ti clamis pì! // No ti ni òlmis pì an par an, dì par dì!
Letteralmente: Signore, siamo soli, non ci chiami più! Non ci guardi più, anno per anno, giorno per giorno!
Si profila il motivo dell’abbandono come oscurità contrapposta allo splendore divino, dando luogo ad una sorta di dualismo gnostico che postula una trascendenza assoluta, estranea al male dell’umanità. Ostentando aridità, vuoto, solitudine, oltre a constatare la “divina indifferenza” celebrata da Montale, il poeta sostiene che nessuna risposta è possibile in merito alla presenza del male e del bene. Tutto è rimasto senza mutamenti da trenta secoli ad ora.
La “meglio gioventù” abbandona il paese per emigrare all’estero in cerca di lavoro, andando incontro all’ignoto. La sconfitta e il malessere sono stemperate con il ricorso a una corale euforia e l’atmosfera di grigiore si muta nell’allegria come a volere ignorare la nuova avventura. Così Pasolini introduce una sintassi del profondo dentro la precisa consapevolezza che coniuga stordimenti e disperazioni.
Bevono e cantano quei giovani che stanno per emigrare mentre le ragazze, non sapendo fingere, piangono senza parlare. Tutto questo esprime la consapevolezza dell’imminente distacco, ed ecco che la voce poetica si muove nell’accensione recitativa per mostrare il volto dell’emigrazione: cercare altrove ciò che nel paese è irrimediabilmente perduto. Da esiliati con la morte nell’animo i ragazzi dovranno rinunciare alla loro spensieratezza, alla libertà, alla loro appartenenza contadina, che è vera poiché non omologata.
I giovani sono una presenza centrale nell’opera di Pier Paolo Pasolini – come personaggi, come oggetto di analisi sociale, come interlocutori – e la tensione pedagogica, tipica del lavoro pasoliniano, si indirizza molto spesso verso di loro. Del resto ai suoi occhi i giovani incarnavano in maniera emblematica le trasformazioni in atto nella società italiana e ne offrivano un’immagine per così dire tridimensionale: con i loro gesti, i loro comportamenti, i loro corpi, prima ancora che con le parole.
Superati pregiudizi e fraintendimenti, sarebbe importante che il dialogo tra Pasolini e i giovani continuasse ancora oggi. Non può rimanere sconosciuto (o, peggio, misconosciuto). Perché quello che dice lui (“dice”: uso di proposito il presente) non lo ha detto nessun altro. Quando qualcuno muore, si dice che lascia un vuoto incolmabile. Spesso si tratta di una formula retorica. Nel caso di Pasolini invece la frase è letterale, perché nessuno l’ha sostituito. E oggi, a quasi mezzo secolo dalla sua morte, la cosa è ancora più vera di quanto lo fosse nell’immediatezza della sua tragica scomparsa.
D’altra parte, i giovani hanno da sempre apprezzato la franchezza di Pasolini, anche quando non li blandiva o magari, al contrario, polemizza con loro. L’opera di Pasolini è uno straordinario “reagente intellettuale” per riflettere su tanti problemi e questioni che ai suoi tempi si affacciavano sul dibattito pubblico e che nel frattempo sono diventati cruciali.
Prendiamo il tema delle dipendenze, a cui Pasolini si interessa negli anni in cui la droga comincia a diventare fenomeno di massa. Un capitolo delle Lettere luterane, uscito originariamente sul “Corriere della Sera” del 24 luglio 1975, si intitola La droga: una vera tragedia italiana. Vera “tragedia”, o emergenza sociale, la droga sarebbe assurta di lì a pochissimi anni, determinando tante morti di giovani soprattutto per eroina. Ma l’uso delle droghe – pesanti e leggere (distinzione che peraltro non ha alcun fondamento scientifico): dalla cocaina alla cannabis, fino alle pericolosissime droghe sintetiche – era destinato a crescere ulteriormente presso giovani e giovanissimi, fino a raggiungere oggi livelli davvero preoccupanti.
Pasolini si interrogava, al di là delle motivazioni personali (sempre diverse e spesso insondabili) che possono spingere un giovane a drogarsi, sulle più profonde ragioni del fenomeno in termini sociali. Ed esprimeva una precisa convinzione: «La droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura. (…) La droga viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura». Perché, spiega subito dopo Pasolini, «la cultura (…) è un possesso: e niente necessita di una più accanita e matta energia che il desiderio di possesso».
Ma il suo centro d’interesse è la realtà giovanile contemporanea nel suo insieme: per lui il vuoto che i giovani tentano di colmare con la droga è innanzitutto un vuoto di valori, quelli della civiltà contadina (…), ora spazzati via dalla moderna società industriale. Talché, come per molti altri fenomeni che sono sostanzialmente interclassisti (la moda dei capelli lunghi dei ragazzi è uno degli emblemi di questo interclassismo degli stili di vita e dei comportamenti imposti dalla “tolleranza repressiva” della società dei consumi), anche quello della droga «riguarda la massa e comprende dunque tutte le classi sociali (anche se il suo “modello” resta piccolo-borghese, ed è magari quello fornito dalla contestazione)».
La droga è dunque per Pasolini un atto anticulturale o quanto meno sottoculturale: «Se vado a Piazza Navona e incontro un drogato che passa ciondolando con aria noiosa e vagamente sinistra, sento in lui i caratteri dell’infelicità e del rifiuto piccolo-borghese: e maledico la misteriosa circostanza che ha costretto, lui singolo, a fumare dell’hascisc invece di leggere un libro».
Ma lo scrittore non è affatto tenero con chi sceglie il rifugio della droga, non c’è da parte sua alcun atteggiamento giustificazionistico: «Anzi tendo ad avere per essi una aprioristica e forte antipatia. Da una parte c’è la loro ricattatoria presunzione nel compiere un atto sotto-culturale che essi mitizzano; dall’altra c’è la mia insofferenza personale ad accettare la fuga, la rinuncia, l’indisponibilità». Forse perché per Pasolini quelle della fuga e della rinuncia non sono mai state possibilità da prendere in considerazione. La sua lotta per ciò in cui credeva è stata strenua ed totale. La sua «disperata vitalità» non è mai stata una vitale disperazione: c’è sempre stata in lui un’apertura al futuro.
Ci manca Pasolini e ogni giorno di più la sua lucida visione sul mondo, le persone, il potere, le cose.




