L’Italia, piegandosi alle pressioni dei partner occidentali, ha cancellato il vecchio Memorandum di adesione alla Via della Seta (BRI) e ne ha lanciato un altro su basi differenti. Giusto? Sbagliato? E’ stata una decisione del nuovo governo e possiamo solo prenderne atto. Vi anticipo che, a mio avviso, il modo in cui questa decisione è stata messa in atto è assolutamente errato. L’adesione alla BRI infatti, era stata preceduta da due visite di Mattarella, e suggellata dal Premier di allora, Gentiloni. Successivamente il MOU fu firmato durante una visita a Roma del Presidente cinese Xi JinPing, durante il governo Conte. L’uscita dal Memorandum invece fu sancita da una lettera, quasi routinaria, del nostro ambasciatore a Pechino. Come vedremo in dettaglio, sarebbe stato molto meglio, politicamente e praticamente, se la nostra premier Meloni fosse andata a Pechino personalmente, accompagnata da una delegazione di imprenditori pubblici e privati ed avesse fatto un discorso di questo tipo: Caro Presidente Xi JinPing, noi facciamo parte di due blocchi politici opposti e spesso conflittuali. Da un punto di vista politico la nostra partecipazione formale alla BRI non è più sostenibile. D’altronde siamo entrambi consapevoli che la Cina e l’Italia sono oggi i rappresentanti delle due culture più antiche e profonde oggi esistenti nel mondo. Oltre a ciò siamo legati da contatti diretti che risalgono alla “Via della Seta” di Marco Polo, quasi mille anni fa. In nome di ciò la nostra collaborazione deve continuare anche se con forme diverse a beneficio dei nostri due Paesi e del Mondo intero. Proprio per questo oggi ti propongo una nuova collaborazione che può iniziare anche subito, con la partecipazione comune a questi programmi che abbiamo già studiato in dettaglio e vogliamo sottoporre all’attenzione Tua e delle autorità del tuo Paese” E, a questo punto, il gruppo di industriali avrebbero potuto, in una riunione di dettaglio, illustrare una presentazione iniziale. Impostando per tempo a livello diplomatico una riunione di questo tipo, sono convinto che essa avrebbe avuto un successo ben maggiore. Cos’è invece successo? Abbiamo firmato un Memorandum da cui si evince solamente che noi faremo tutto e solo ciò che sarà deciso in sede UE, in una serie di settori. Quando poi il ministro cinese del commercio Wang Wentao ha incontrato a Roma i ministri Urso e Tajani, dai resoconti ufficiali della sala stampa dei due ministeri non è stata indicata una sola iniziativa concreta che potesse far crescere i nostri rapporti commerciali. Come se ciò non bastasse, i nostri ministri hanno dichiarato che noi avremmo votato a favore della decisione UE di confermare, anzi forse aumentare, i dazi all’importazione di veicoli elettrici cinesi. Ciò si è verificato un paio di giorni fa. Faccio notare che la Germania ha votato contro. Questi dazi saranno probabilmente inefficaci perché Stellantis metterà in vendita fra, qualche mese, due modelli di auto elettrice cinesi fabbricate in Polonia, e quindi esenti da dazi, e che BYD, la più grande fabbrica mondiale di EV farà lo stesso in Ungheria. In compenso la Cina sta studiando una serie di dazi alle proprie importazioni di prodotti europei nel settore agro-alimentare, che farebbe molto male ai produttori italiani e francesi. Ma una tale politica è conveniente ad un Paese che vive di esportazioni come l’Italia? E perché la Germania, anch’essa Paese esportatore, si è comportata in maniera opposta? Alla fine del luglio scorso la presidente Meloni ha presieduto una missione in Cina, la prima del suo mandato. Questa visita era molto opportuna dopo la nostra uscita dall’accordo sulla “Via della Seta”, (la BRI), dichiarata, fra l’altro, per mezzo di una semplice nota affidata al nostro ambasciatore a Pechino. Ricordo che il nostro ingresso era stato preceduto da due visite del Presidente Mattarella ed una missione operativa del presidente del consiglio Gentiloni, che era stato ricevuto con tutti gli onori e, da un punto di vista protocollare, aveva avuto il posto d’onore, avanti allo stesso presidente Putin. L’accordo era stato poi firmato in occasione di una visita successiva a Roma del presidente cinese Xi Jinping, dal ministro Di Maio, durante il governo Conte. Tale accordo fu, da subito, malvisto dagli USA, che imputavano all’Italia un disallineamento dalla politica ufficiale americana, e accettato a denti stretti da Francia e Germania. Prevedendo ciò, Xi Jinping da Roma andò direttamente a Parigi, dove ebbe un colloquio con i due Presidenti i quali sostanzialmente dissero che “l’Italia era stata scorretta ad andare avanti da sola ma essa sarebbe stata seguita da tutta l’Unione europea, visto il favore di Parigi e Berlino per l’iniziativa.”. Vediamo i punti essenziali di quel Memorandum of Understanding (MOU). Riprendo a questo proposito un articolo che scrissi in occasione della firma di quel documento per capire come si sia arrivati alla rottura e, successivamente, a quanto detto durante il viaggio della Meloni a Pechino. “… La critica maggiore che è stata fatta in Italia al Memorandum of understanding (MOU)firmato con i Cinesi è stata: si, è vero, anche altri Paesi hanno fatto affari con la Cina, ma non si sono legati ad essa a doppio filo come abbiamo fatto noi, rompendo la solidarietà europea e diventando il grimaldello per il colonialismo cinese in Europa. Quest’asserzione presenta due errori fondamentali. Un MOU non è un accordo ma una dichiarazione di interessi con l’indicazione dei principi generali e nessun obbligo di ciascuna delle parti. Allora perché lo abbiamo firmato? Come ho detto più volte, la Germania, l’Inghilterra, la Francia, ma anche il Belgio, l’Olanda, la Svezia etc. si sono mosse molto prima di noi nello stringere rapporti commerciali e nel promuovere investimenti reciproci fra i loro Paesi e la Cina. E’ un fatto che la Cina è piena di automobili tedesche mentre le FIAT oggi Stellantisnon esistono…E vi ho già detto che i Cinesi nel 2018 sono già presenti in tutti i grandi porti europei e che il traffico ferroviario è fiorente (con eccezione dell’Italia). Rendiamoci conto che siamo gli ultimi arrivati e che nessuno sta ad aspettare che noi arriviamo come la manna dal cielo. Tanto meno gli altri Paesi europei che sono felici dell’assenza di un concorrente importante. E quale vantaggio ci da la firma del memorandum? Giuridicamente nessuno, ma, nei fatti, un vantaggio enorme, se saremo capaci di sfruttarlo. Secondo la psicologia cinese noi siamo, in questo momento, su un gradino più alto dei nostri concorrenti e potremo certamente godere un trattamento preferenziale… Noi chiediamo di bilanciare le nostre importazioni con altrettante esportazioni, ma ciò non vuol dire, per i Cinesi, importare “qualunque cosa”. I Cinesi vogliono importare merci di alta qualità che loro non producono. Per questo importano Mercedes, Audi, BMW, Ferrari, e non FIAT, anche se queste ultime sono più economiche. Loro apprezzano la moda italiana di qualità… E’ ormai noto a tutti che la Cina è interessata ai porti di Trieste e Genova. Trieste darebbe loro un accesso rapido a tutta l’Europa centro-orientale, e Genova a quella centro-occidentale. Ovviamente i porti atlantici e del Mar del Nord ne sarebbero penalizzati ed è quindi ovvio che Francia, Belgio, Olanda e Germania non ne siano felici e cerchino di osteggiarci, anche sventolando la bandiera europea… Passiamo ora a nostri possibili investimenti in Cina… “Nessun gruppo industriale è disponibile a fare investimenti in Cina se non può avere il controllo della società locale e non può essere sicuro della sua proprietà intellettuale” si grida a gran voce dalle nostre parti… ma è vero tutto ciò?… Gli investimenti europei e americani in Cina nel campo automobilistico sono un dato di fatto, e nessuno dei grandi produttori ha rinunziato a prendersi una fetta del più grande mercato mondiale del settore” Non tutti oggi conoscono o ricordano cosa recita questo famigerato MOU che tanto scandalo ha creato. E’ opportuno ricordarne i punti salienti: “Il Governo della Repubblica Italiana e il Governo della Repubblica Popolare Cinese… riconoscendo l’importanza ed i benefici derivanti da un miglioramento della connettività tra Asia ed Europa ed il ruolo che l’iniziativa “Belt and Road” può svolgere a tale riguardo…Consapevoli del comune patrimonio storico sviluppato lungo le vie di comunicazione terrestri e marittime tra l’Europa e l’Asia, nonché del tradizionale ruolo dell’Italia quale terminale della via della seta marittima… rinnovando il comune impegno all’osservanza degli scopi e dei principi espressi nella carta delle Nazioni Unite… in linea con l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici… si adopereranno insieme nell’ambito dell’iniziativa “Belt and Road” al fine di tradurre i rispettivi complementari punti di forza in reciproci vantaggi… sostenendo le sinergie tra l’iniziativa BRI e le priorità identificate nel piano d’investimenti per l’Europa e le Reti di trasporto Trans-europee…Nel rispetto delle rispettive leggi e regolamenti nazionali e in conformità con i rispettivi obblighi internazionali, le Parti si sforzeranno di promuovere il regolare sviluppo dei loro progetti di collaborazione. .. Le parti condividono una visione comune circa la necessità di migliorare il sistema dei trasporti in un’ottica di accessibilità, sicurezza, inclusione e sostenibilità. Le parti collaboreranno nello sviluppo della connettività infrastrutturale, compresi aspetti quali le modalità di finanziamento, l’interoperabilità e la logistica, in settori di reciproco interesse (quali strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia… Le Parti esprimono il loro interesse a sviluppare sinergie tra l’iniziativa BRI, il sistema italiano di trasporti e infrastrutture, quali ad esempio strade, ferrovie, porti, aviazione civile, e le Reti di trasporto Trans-europee (TEN-T) … Le Parti si adopereranno al fine di accrescere investimenti e flussi di commercio in entrambe le direzioni, così come la collaborazione industriale bilaterale, nonché la collaborazione nei mercati di Paesi terzi… le Parti ribadiscono la comune volontà di favorire un sistema commerciale e di investimenti libero ed aperto, contrastare squilibri macro-economici eccessivi e opporsi all’unilateralismo e al protezionismo… Le Parti esploreranno congiuntamente opportunità di collaborazione in Italia ed in Cina e discuteranno della collaborazione nei Paesi terzi. Il presente Memorandum d’intesa non costituisce un accordo internazionale da cui possano derivare diritti ed obblighi di diritto internazionale. Nessuna delle disposizioni del presente Memorandum deve essere interpretata ed applicata come un obbligo giuridico o finanziario o impegno per le Parti. L’interpretazione del presente Memorandum d‘intesa deve essere in conformità con le legislazioni nazionali delle Parti nonché con il diritto internazionale applicabile e, per quanto riguarda la parte italiana, con gli obblighi derivanti dalla appartenenza dell’Italia all’Unione Europea Cosa si deduce da questo MOU che tanto ha creato scandalo in Italia ed Europa? In primo luogo che esso non ha un effetto giuridico di alcun tipo e che richiama in vari punti, in maniera esplicita, l’appartenenza di Italia e Cina a blocchi politici opposti, e, ancora di più la necessità italiana del rispetto degli accordi e di quanto deciso nell’ambito dell’Unione Europea. E allora perché farlo? Da un punto di vista cinese è evidente che l’adesione dell’Italia all’accordo era per loro un “fiore all’occhiello” perché l’Italia è pur sempre un Paese dei G7. Per noi, come ho detto, non aveva alcun vantaggio da un punto di vista giuridico, ma ci permetteva di superare con un solo balzo i vantaggi che avevano accumulato altri Paesi, in primo luogo la Germania, ma anche la Francia, nei rapporti commerciali e industriali con il gigante asiatico. Infine, analizzando più in dettaglio, si nota il grande interesse cinese per i porti italiani di Genova e Venezia e per il miglioramento dei trasporti ferroviari e stradali di essi con il resto d’ Europa per poter collegare agevolmente la BRI marittima con quella ferroviaria che ha il suo terminale nel gigantesco interporto di Duisburg (Germania), a cui arrivano tutte le linee che congiungono le varie parti della Cina (e prossimamente l’Indocina) con l’Asia centrale e l’Europa. Da Duisburg si diramano infine i collegamenti con il resto dell’Europa continentale e con l’Inghilterra. Si tratta di una struttura colossale, ormai esistente e da cui l’Italia sta rapidamente uscendo, come si vede dal posto occupato dai nostri porti nella graduatoria europea. E inoltre vengono nominate le infrastrutture aeree e non è un mistero che la Cina aveva in mente di finanziare l’ampliamento di un grande aeroporto siciliano per favorire linee dirette ed un grande flusso turistico in tutto il sud Italia. Si parla anche di collaborazione in Paesi terzi. La Cina sa di avere una grande capacità finanziaria ma un’esperienza molto minore nella realizzazione di grandi investimenti industriali nei Paesi del sud del mondo. E’ per altro consapevole che l’Italia, al contrario, ha punti di forza assolutamente complementari, per la sua capacità tecnologica e gestionale di questi investimenti, ed è accettata, in questo, dalle popolazioni e dai governi locali molto di più di quanto non lo siano aziende americane e del resto d’Europa. Cosa si è realizzato? Praticamente niente. Come mai? Secondo me per due motivi, a parte quelli politici a cui non abbiamo saputo reagire, limitandoci a piegare la schiena e recitare il “mea culpa”. Il primo è la mancanza reale di volontà politica. Doveva essere l’Italia, in maniera unitaria, e bloccando le rivalità fra le varie autorità portuali, a preparare un piano generale per Genova che prevedesse l’ampliamento del porto, le infrastrutture necessarie per lo stoccaggio, il collegamento con la rete ferroviaria e stradale, e soprattutto il miglioramento della connettività con le reti ferroviarie e stradali d’oltralpe. Più o meno la stessa cosa doveva essere fatta per il porto di Trieste, collegandolo con la Croazia ed i Paesi limitrofi. Ciò fatto, le nostre autorità di governo, accompagnate da tutti gli Enti e le società interessate, sarebbero dovute andare in Cina per effettuare una presentazione e proporre una collaborazione concreta. Lo stesso discorso vale per la cooperazione nei Paesi terzi. Il governo attuale ha lanciato il “Piano Mattei” di collaborazione con l’Africa. Esso però è nato asfittico e destinato a morire: non per mancanza di idee ma di capitali. Le risorse necessarie sono enormi, ben oltre la capacità dell’Italia e della stessa Unione Europea. La Cina sarebbe ben felice di una tale collaborazione, ed essa, oltretutto, darebbe un grande contributo alla riduzione dell’immigrazione illegale nel nostro Paese. Certo, in tanti storcerebbero la bocca, ma nessuno l’ha fatto, o lo fa, quando USA e Germania investono in Cina, quando i gruppi industriali cinesi comprano fabbriche automobilistiche europee, o addirittura costruiscono (come stanno già facendo) fabbriche di auto elettriche nell’Unione Europea superando le politiche dei dazi. Ed anche, nessuno ha protestato quando tutti i grandi porti europei hanno permesso l’accesso alle società cinesi. Ed arriviamo ad oggi. La Presidente Meloni è stata accolta con cortesia, ha incontrato i membri più alti del governo e lo stesso Presidente Xi Jinping, ha firmato questo nuovo documento che sostituisce il precedente. Anche in questo caso il testo, firmato il 28 luglio dal primo ministro Li Qiang e dalla premier Meloni, è molto generale. Permette comunque di fare alcune considerazioni: … Italia e Cina intendono mantenere lo slancio delle relazioni bilaterali, anche nello spirito dell’antica Via della Seta che da millenni, a partire dalle antiche rotte commerciali, incarna l’apertura al dialogo e la reciproca conoscenza fra civiltà orientale e occidentale, e promuoverne lo sviluppo ad un livello più elevato, perseverando nella pace e nella cooperazione… Le parti esprimono apprezzamento per lo svolgimento del 24mo vertice Cina-UE il 7 dicembre 2023… Le parti sostengono la prosecuzione e l’intensificazione dei dialoghi di alto livello Cina-UE nei settori strategico, economico-commerciale, ambientale, digitale e dei rapporti tra le società civili, affrontando congiuntamente, con uno spirito aperto e collaborativo, sfide globali… Le parti riconoscono l’importanza che Cina e UE si impegnino per rendere le relazioni commerciali bilaterali più certe, prevedibili, equilibrate e reciprocamente vantaggiose… Le parti ribadiscono altresì l’importanza che l’UE e la Cina osservino le regole dell’OMC e i principi di mercato, aderiscano al commercio libero, alla concorrenza leale, all’apertura e alla cooperazione, si oppongano al protezionismo e all’unilateralismo, gestendo gli attriti commerciali attraverso il dialogo e la consultazione, in conformità ai meccanismi previsti dall’OMC… le parti si impegnano a valorizzare e sostenere il ruolo di primo piano svolto dal G20…ribadiscono il loro sostegno al ruolo centrale delle Nazioni Unite nel sistema multilaterale globale, sulla base del rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite… Le parti convengono di dare priorità alla cooperazione nei seguenti settori: 1) commercio e investimenti;2)finanziario: 3)innovazione scientifica e tecnologica, istruzione; 4)sviluppo verde e sostenibile; 5)medico-sanitario; 6)rapporti culturali e scambi people-to-people… In dettaglio. Le parti sostengono un sistema commerciale multilaterale basato sulle regole, libero, equo, aperto, trasparente, inclusivo e non discriminatorio, con l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) al suo centro… ribadiscono la necessità di rafforzare la resilienza e la stabilità delle catene del valore e di approvvigionamento globali… promuovono una globalizzazione aperta, inclusiva, equilibrata e a beneficio di tutti, la liberalizzazione e la facilitazione del commercio e degli investimenti… concordano sull’importanza di intensificare e riequilibrare gli scambi commerciali, esplorare il potenziale del commercio bilaterale e continuare a incentivare i flussi di investimento nei due sensi, in un contesto trasparente e a parità di condizioni… annettono grande rilevanza allo sviluppo delle fiere internazionali che hanno luogo in Italia e in Cina… concordano sulla necessità di garantire reciprocamente un migliore accesso al mercato e un’effettiva parità di condizioni tra gli operatori economici, e di promuovere congiuntamente lo sviluppo equilibrato e stabile del commercio bilaterale, sfruttandone appieno il potenziale. Le Parti continueranno a collaborare per eliminare gradualmente le barriere non tariffarie che ostacolano indebitamente il commercio… Intendono incrementare le collaborazioni nel settore delle energie rinnovabili e delle tecnologie ad esse associate… assicurare la tutela della proprietà intellettuale per le imprese di entrambe le Parti, con particolare attenzione alle esigenze delle piccole e medie imprese e delle start-up… collaborare ulteriormente nel campo delle indicazioni geografiche (IG)… migliorare ulteriormente le capacità delle piccole e medie imprese di proporsi nelle piattaforme di e-commerce e promuovere i prodotti nazionali assicurando la necessaria assistenza alla tutela delle indicazioni geografiche e della proprietà intellettuale … approfondire la cooperazione tra i due Paesi in ambito agricolo… continuare nel negoziato dei protocolli per l’esportazione di prodotti agroalimentari… Le parti continueranno a offrire sostegno agli elenchi di progetti prioritari concordati e a supportare le rispettive aziende che intendono realizzare progetti di cooperazione in Paesi terzi… riconoscono l’importanza della banca Asiatica di Investimento per le infrastrutture (AIIB) e delle altre banche multilaterali di sviluppo nel sostegno agli investimenti in infrastrutture e connettività e nella promozione di uno sviluppo sostenibile… Salta immediatamente all’occhio la genericità di questo documento. Bisogna subito notare però un aspetto. Già nel prologo si dice “nello spirito dell’antica Via della Seta che da millenni, a partire dalle antiche rotte commerciali, incarna l’apertura al dialogo e la reciproca conoscenza fra civiltà orientale e occidentale, “e, in conclusione, si afferma che le Parti “riconoscono l’importanza della banca Asiatica di Investimento per le infrastrutture (AIIB) e delle altre banche multilaterali…” Si potrebbe pensare che ciò sia un’accettazione implicita di una richiesta cinese di affermare in qualche modo che l’Italia è stata costretta a uscire dalla BRI, ma ne accetta i principi ispiratori e gli obiettivi, in particolare l’interesse per gli investimenti nelle infrastrutture che sono di particolare interesse della Cina. E’ noto inoltre che l’AIIB è una banca internazionale di sviluppo multilaterale a guida cinese, che vede fra i suoi membri fondatori anche molti Paesi europei (Italia inclusa), la cui presenza fu duramente osteggiata dagli USA. Essa, pur non essendo direttamente il braccio finanziario della BRI è stata fondata contemporaneamente alla Via della Seta, e ne condivide gli obiettivi anche se non esclusivamente. Esistono ovviamente altri istituti dello stesso tipo (come in Asia l’ADB) a guida americana, che non vengono menzionati se non indirettamente. Ciò farebbe sperare alla Cina che i suoi obiettivi siano ancora possibili, e all’Italia di poter sfruttare questo polmone finanziario per i propri programmi nei Paesi terzi (Piano Mattei) e forse anche in Italia. Se fosse così, sarebbe una mossa abilissima della Meloni, che non è stata evidenziata da nessuno dei media che ho consultato. A parte ciò possiamo solo notare l’allineamento assoluto, in maniera anche eccessiva, ai dettami della UE, dell’OMC, dell’ONU, che vengono menzionati più volte, quasi a voler evitare che possa esserci alcun dubbio di discrepanza anche minima. Ricordo che proprio quest’anno il premier tedesco Scholz si recò in Cina, seguito da una serie di manager industriali e successivamente, con una scusa, non partecipò alla visita cinese a Parigi, a cui era presente anche la Von der Leyen. In coda a questa però Macron ebbe una giornata di colloqui “privati” con Xi Jinping. Francia e Germania quindi hanno trovato il modo di differenziare le loro posizioni e tutelare i loro interessi nazionali specifici. E noi? Ovviamente la stampa e, più in generale, i media nazionali si sono scatenati sul documento firmato, quasi tutti condannandolo sulla falsariga di quello appena cancellato. Si continua a parlare di pericoli, di possibili opinioni negative da parte dei nostri partners tradizionali, etc., ma su questo non mi dilungo. La realtà è che oggi i due argomenti più importanti per la nostra economia sono le tecnologie “green” ed il mercato automobilistico. In particolare su quest’ultimo è focalizzata l’attenzione cinese, specialmente in vista della decisione definitiva della UE sui dazi da applicare in questo settore alle importazioni cinesi, dopo quelli, stratosferici, applicati dagli Stati Uniti. Proprio per questo motivo, il ministro del Commercio cinese Wang Wentao è venuto in Italia e poi a Bruxelles. A Roma ha incontrato il ministro Urso ed il ministro Tajani. Su quest’ultimo incontro, il 16 settembre, un comunicato della stampa della Farnesina recita: “…Ho ribadito la necessità di un accesso equo al mercato cinese e di condizioni di parità per le nostre impese, in particolare per le PMI e le imprese del settore agroalimentare. Partendo da questa premessa, vogliamo continuare a lavorare con i nostri partners cinesi per rafforzare la cooperazione economica e riequilibrare il deficit commerciale fra Roma e Pechino… Durante l’incontro sono stati affrontati anche i temi della tutela della proprietà intellettuale, degli scambi commerciali nel settore agroalimentare e degli investimenti.” Vengono anche menzionati gli aspetti più propriamente politici come la guerra in Ucraina, Gaza, la fornitura di armi alla Russia, etc. Stranamente non si parla dell’automotive, nonostante vari articoli di stampa affermino il contrario, e che Tajani abbia sostenuto che l’Italia supporta la posizione della UE sui dazi. Wang ha poi incontrato il nostro ministro dell’Industria Adolfo Urso, sempre per discutere gli stessi argomenti: “E’ nostra intenzione intensificare i rapporti tra i due Paesi – ha detto Urso – in uno spirito di piena collaborazione e trasparenza, specialmente nell’ambito dell’interscambio commerciale Italia-Cina e degli investimenti reciproci…” “Durante l’incontro – si legge sempre nel comunicato stampa – è stata ribadita l’importanza di riequilibrare la bilancia commerciale e rafforzare ancora di più la cooperazione economica, in particolare per quanto riguarda i rapporti tra imprese, soprattutto nei settori della tecnologia green e della mobilità elettrica. Sul tavolo anche il tema dei dazi sull’import in Europa di auto elettriche cinesi sul quale il ministro ha ribadito la posizione già espressa dal Ministro degli Affari esteri Antonio Tajani a supporto della proposta della Commissione europea tesa a ripristinare condizioni di equità” “L’Italia ha espresso inoltre l’auspicio che ci sia una soluzione negoziale a Bruxelles o al WTO… dobbiamo lavorare insieme per evitare una guerra commerciale che non è nell’interesse di nessuno… La nostra scelta di aprire agli investimenti cinesi nel settore automotive prescinde da questa procedura: è infatti di oltre un anno fa e fa parte di una strategia di lungo respiro di politica industriale nel quadro del partenariato strategico globale rinnovato nella visita del Presidente del Consiglio Meloni” In sostanza, anche in questa riunione non si è fatto nessun passo avanti. Anzi, ad essere più precisi, parlando di rapporti “fra imprese” sono stati messi ancora più in disparte alcuni degli argomenti più interessanti per i Cinesi, vale a dire porti e infrastrutture. Non solo, ma si è esplicitamente sostenuto l’appoggio italiano alla politica sui dazi ad alcune importazioni cinesi che non va certo nella direzione di un miglioramento delle nostre relazioni commerciali. Subito dopo la visita in Italia, il ministro Wang ha presieduto a Pechino la China-EU Electric vehicle Industrial chain Enterprices Roundtable, alla quale hanno partecipato i leader di quasi 30 settori europei e cinesi di EV, batterie elettriche e componentistica. Wang ha ricostruito la storia della collaborazione in questo settore ed ha ricordato le aziende europee che si sono stabilite e sono cresciute in Cina partecipando allo sviluppo in Cina del settore, e trovando nel Paese un mercato aperto ed equo. La Cina negozierà fino all’ultimo l’indagine anti sovvenzioni della UE. Questa, infatti, se confermasse i dazi ostacolerà la cooperazione Europa Cina, minerà la fiducia delle aziende cinesi negli investimenti in Europa, e comprometterà inevitabilmente la cooperazione globale. In Europa esistono già due fabbriche di auto elettriche cinesi in corso di realizzazione, una in Ungheria (BYD, la più importante fabbrica cinese di EV) e l’altra in Polonia; quest’ultima verde coinvolta proprio Stellantis che ha ormai perso “l’Italianità” e non è neanche menzionata nei nostri incontri politici. Per quanto riguarda la fabbrica in Polonia, vi riporto un comunicato di Stellantis da Amsterdam:. “Stellantis N.V, e Leapmotor hanno annunciato oggi che le due società hanno ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie per costituire la società Leapmotor International B.V. una JV venture in quote 51/49 guidata da Stellantis…Essa sta preparando il lancio dei modelli T03 e C10 anzitutto nei mercati europei (prima della fine dell’anno), ampliando poi le vendite anche in India e Asia Pacifico, Medio Oriente e Africa e Sud America (escluso il mercato cinese). A ottobre le due società avevano annunziato l’investimento da parte di Stellantis di circa €1,5 miliardi per l’acquisizione di circa il 21% delle quote di Leapmotor… La partnership fra Leapmotor e Stellantis dimostra un alto livello di efficienza e qualità, e inaugura un nuovo capitolo nel processo d’integrazione globale dell’industria cinese di veicoli elettrici intelligenti”. Credo che ogni commento sia inutile. Chiudo questa lunga nota dandovi una rapida idea dei rapporti commerciali UE-Cina, con particolare riguardo a Italia e Germania. Da essi si possono rilevare alcuni aspetti delle relative politiche. Gli scambi commerciali Italia-Cina sono assolutamente marginali per entrambi i Paesi e comunque significativamente sbilanciati fra importazioni ed esportazioni. L’allineamento politico assoluto della nostra politica ai dettami della UE e la voglia, storica, di non scontentare gli USA hanno quindi una riprova assoluta. Con l’adesione alla BRI l’Italia aveva tentato, almeno sulla carta, di sviluppare una propria politica commerciale, in linea per altro con quanto già facevano la Germania e, parzialmente, la Francia. Oggi siamo tornati decisamente indietro. In questo modo però rinunciamo a quello che è oggi, e molto probabilmente sarà in futuro, il principale mercato del mondo intero. Le figure che seguono confermano drammaticamente questi dati.

Ben diversa è la strategia della Germania, per la quale la Cina è stata il primo partner commerciale per sette degli ultimi otto anni e proprio quest’anno gli investimenti tedeschi in Cina stanno tornando a crescere. Nonostante Scholz, per tutta una serie di motivi essenzialmente legati alle varie guerre in corso, che esulano da questa nota, si stia progressivamente allineando alla politica UE e USA, l’industria, specialmente automobilistica, sta continuando ad investire massicciamente nel mercato cinese. Nei primi sei mesi di quest’anno essi hanno raggiunto € 7,3 miliardi, rispetto ai 6,5 dell’intero 2023. La Volkswagen ha un piano per investire 2,5 miliardi di Euro nel suo stabilimento nella provincia di Anhui, ed altrettanti ne ha pianificati la BMW nella provincia di Shenyang. Le grandi case automobilistiche sono da anni il motore della penetrazione tedesca in Cina che rappresenta il 50% degli investimenti dell’intera UE. Due visioni assolutamente diverse quindi, come si vede dalle due tabelle allegate, parte di uno studio dell’ICE. Da esse si evince che la Germania è il sesto esportatore mondiale verso la Cina, mentre l’Italia è il ventiquattresimo. Stessa cosa per gli investitori esteri in Cina. La Germania è il quinto, mentre l’Italia il ventunesimo.


A differenza dell’Italia, la Germania si rende conto dell’opportunità di diversificare la sua dipendenza dalla Cina nelle importazioni di materiali strategici, come possono essere le ormai famose “terre rare”, ma non esita a produrre “In Cina, per la Cina”, un mercato che non può essere ignorato. “ E se malauguratamente la crisi di Taiwan si aggravasse? Se l’occidente applicasse dure sanzioni alla Cina?” sostengono molti osservatori. Gli operatori tedeschi non credono troppo a questa eventualità. PS. Ad articolo completato, apprendo che la UE ha votato a maggioranza relativa la conferma dei dazi sulle EV cinesi (ed anche ad aumentarli fino al 35% se necessario) con 10 voti favorevoli fra cui Francia e Italia. 12 Paesi si sono astenuti e 5 fra cui la Germania hanno votato contro. Mala tempora currunt.





