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ANARCHICO, LISERGICO POETA SUFI

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di Carlo Di Stanislao

Vieni o menestrello preparati a suonare forte sulla tua arpa in modo da togliere il cotone dall’orecchio del cuore, diventa tutto orecchio, e taci”
Jami
 
Quando si parla di Iran la memoria torna subito all’antica Persia, un impero millenario che, mai conquistato da alcuna potenza, ha conservato un certo nazionalismo intrinseco che affonda radici profonde nella sua cultura plurisecolare. Un Paese di 4000 anni, dimora di Ciro e Dario il Grande e poi di Serse, le cui armate si scontrarono contro i greci nella battaglia campale di Maratona. Gli stessi persiani che affrontarono i 300 spartani alle Termopili, battendo il coraggioso Leonida.
 
Proprio nell’antica Persia prese piede poi un culto, quello dello zoroastrismo, una religione monoteista che ha profondamente influenzato le filosofie occidentali. Non è un caso che Nietzsche scrisse uno dei suoi capolavori “E così parlò Zaratustra” perché affascinato dalle intuizioni di un culto così antico ma al tempo stesso più che mai attuale. La parità sessuale, l’attenzione per l’ambiente, la carità sono solo alcuni principi cardine di una religione del VI sec. a.C.
 
Purtroppo, però, anche i Parsi (così vengono chiamati i seguaci di Zorastro) vennero schiacciati da una “volontà di potenza” ancora più forte della loro: quella degli arabi, ma ancor più degli ottomani. Il culto di Allah si diffuse rapidamente anche in Persia, l’onda araba si abbatté sulla fortezza persiana, sommergendo ogni cosa. Però, la dinastia allora reggente, i Safavidi,  ebbero un’intuizione.
 
All’indomani della morte del profeta Maometto, si scatenò infatti una diatriba interna all’Islam tra chi sosteneva come suo successore Ali, cugino del profeta e marito di sua figlia Fatima, gli “sciiti”, e coloro che invece sostenevano come successori i primi tre califfi delle dinastie umayyade e abasside, i “sunniti”. Uno scontro storico ancora molto vivo nella memoria collettiva dei paesi musulmani.
 
Così, gelosi di preservare la loro indipendenza dagli ottomani e dai luoghi di culto dell’Islam, i persiani si dichiarano sin da subito sciiti, rimarcando così una netta differenza tra loro, discendenti dell’antica Persia, e gli altri, i “beduini” del deserto. Come accadde per l’Inghilterra di Enrico VIII che, con lo scisma anglicano, si sganciò dalla chiesa romana rafforzando l’autonomia del suo regno, così fecero anche i persiani con gli ottomani e le popolazioni arabe, rimarcando la loro indipendenza e le differenze con i popoli di origini arabe, a partire dalla loro lingua, il Farsi.
 
L’Iran è oggi uno dei pochi Stati al mondo ad essere guidato da una guida spirituale, l’Ayatollah (colui che è religiosamente il più saggio), eletto da un consiglio di 12 anziani esperti, rigorosamente religiosi, che ha il potere di guidare gli eserciti e di dichiarare guerra. Insomma, un regime estremamente conservatore che torna oggi tragicamente protagonista della scena mondiale, il nemico principale di Israele e un paese in cui il dissenso si percepisce, ma viene messo a tacere. In cui, le guide spirituali hanno perso la loro presa in favore di una classe militare, i Pasdaran, sempre più egemone. In cui, certo, c’è chi si oppone a questo oscurantismo religioso ma anche chi ci sguazza, chi nel regime si arricchisce con l’edilizia, con le televisioni, le radio, il cinema. Un paese in cui lo scollamento nella società è lampante e le manifestazioni degli ultimi anni in favore dei diritti per le donne lo dimostrano. 
Un paese in cui la “diplomazia delle armi”, nonostante il tracollo economico e la ormai dilagante corruzione interna, forgia una politica estera alquanto “muscolare” nei confronti dei suoi vicini, ricercando, al contempo, un’alleanza con Russia e Cina per sovvertire l’ordine mondiale.
 
Per non parlare poi dell’odio che il governo di Teheran cova contro il “paese di Satana”: Israele, mai riconosciuto e sempre considerato come una “forza occupante”. L’Ayatollah Khomeini era solito reputare gli ebrei “creature impure”, mandanti di un complotto mondiale, insieme agli americani, per distruggere la Repubblica Islamica. Fondamentalmente, Teheran si è sempre opposta ad una egemonia israeliana in Medio Oriente, desiderandone la distruzione e un ritiro definitivo degli americani dall’area. Ora, una resa dei conti sembra sempre più vicina.
 
Comunque in quell’area fiori’ più che altrove la  poesia mistica Sufi. 
La lingua araba, prima dell’avvento dell’Islam e della rivelazione del Corano, era una lingua solo ed esclusivamente parlata; non ne esisteva una forma scritta.
I beduini del deserto avevano una predisposizione verso la poetica, dovuta soprattutto al loro stile di vita. il continuo mutamento dell’ambiente circostante portò sicuramente queste genti a un senso etereo dell’essere.
La lingua del Corano era molto simile al linguaggio dei migliori poeti del tempo e fu quella che stabilì il canone formale dell’arabo dotto che, con l’espansione dell’Islam, diventò la lingua parlata ufficialmente dal Maghreb fino all’India.
 
Andrebbe tudiata con agio da rabdomanti la storia di Peter Lamborn Wilson: allievo di Henry Corbin, che studiò a Teheran e ha tradotto nel mondo occidentale un nugolo di poeti sufi. Credeva (perdonatelo, era statunitense) che l’evoluzione spirituale potesse legarsi alla rivoluzione sociale. Derviscio, si fece anarchico, con il nome di battaglia “Hakim Bey”; per alcuni, fu un guru. 
 
Da ragazzo, era stato in India; in Italia, lo conosciamo grazie a Cristina Campo, che nelle poesie di questo incallito visionario riconobbe i tratti di William Blake, le brame dell’entusiasta. Rientrato negli Usa dall’Iran khomeynizzato, trovò un sodale in William S. Burroughs, che fece di PLW il protagonista di alcuni lisergici scritti.
 
Si è sempre definito – con demoniaco orgoglio – poeta. “In generale, tutto ciò che ho fatto è stato una variazione della poesia”, ha dichiarato nel 2014 alla rivista “The Brooklyn Rail”, conferendo alla prassi lirica una carica eversiva, fedele alla norma per cui il gesto poetico è sempre ribelle, portatore di caos. Gabriele d’Annunzio sarebbe stato d’accordo.
 
In Italia, le prime traduzioni di Peter Lamborn Wilson si devono alla “reazionaria” Cristina Campo: si tratta di alcune poesie da Almanack, pubblicate su “Conoscenza religiosa”. La Campo assegna alla scrittura lirico-lisergica di Wilson, incrocio nuziale tra la Beozia beat e l’apocalittica di William Blake, una natura meno cupa, più cauta, azzurra: “Ancheggia il deserto contro/ i bordi della città/ sotto la superficie della sera/…All’estremo orlo della città/ querce e cipressi di cimitero/ afferrano i frammenti della notte/ stracci votivi in rami neri”. Edite nell’ottobre del 1977, queste traduzioni hanno un valore simbolico, il nitore di un lascito: la Campo era morta in gennaio. Wilson continuerà a collaborare con “Conoscenza religiosa”, la rivista fondata da Elémire Zolla – e su cui hanno scritto, tra gli altri, Guido Ceronetti, Sergio Quinzio, Jorge Luis Borges, Abraham Joshua Heschel – fino al 1983: i titoli dei suoi interventi danno il senso di una sapienza errabonda (si passa da articoli Sulle Metamorfosi, a testi sugli Angeli, La fisionomia del denaro e la Crestomazia fatimide). Ne La tigre assenza, il libro che raccoglie l’opera della Campo, Peter Lamborn Wilson è presentato come “autore di numerose opere sulla poesia, l’arte, il pensiero islamici, e soprattutto persiani, pubblicate in Inghilterra e negli Stati Uniti”.
 
Negli anni in cui Wilson collabora con “Conoscenza religiosa”, è a New York, rientrato dall’Iran rivoluzionato da Khomeyni, a casa di William Burroughs. I due condividevano l’utopia allucinogena e la necessità di mollare questo mondo per una gita nei molteplici altri; a Wilson, Burroughs deve il suo libro gnostico/nostalgico, Terre occidentali. Nato nel 1945 a Baltimora, Peter Lamborn Wilson è tra i pensatori più aggressivi degli ultimi decenni. Ha studiato alla Columbia, ha fatto parte della Moorish Orthodox Church of America, gruppo anarco-sufi fondato da Warren Tartaglia, poeta beat, musicista jazz, morto giovanissimo per overdose di eroina, è stato sedotto da Timothy Leary e dai dettami dell’LSD. Poco più che ventenne, disgustato dal mondo americano, PLW vola in India a studiare la dottrina esoterica induista, lavora in un ospedale a Kathmandu, pratica meditazione in una grotta.
 
Dopo un passaggio in Pakistan, alla ricerca di maestri e codici sufi, l’esperienza più importante di PLW si svolge in Iran, quando lavora al fianco di Henry Corbin, traduce testi dell’esoterismo sciita, e dal 1975 al 1978 dirige “Sophia Perennis”, la rivista in inglese legata all’Accademia iraniana imperiale di filosofia. Peter Lamborn Wilson tenta di fondere l’anarchismo alla mistica islamica, la leggenda del Vecchio della Montagna al sottosuolo della controcultura americana. Dopo aver scritto un libro sugli angeli, più di quarant’anni fa – costantemente ristampato –, Peter Lamborn Wilson si maschera con lo pseudonimo rituale e corsaro di Hakim Bey e comincia a elaborare la sua teoria del Chaos (1985), dello scandalo liberatorio (Scandal, 1988), forgiando una poetica della pirateria contemporanea (Pirate Utopias, 1995).
 
Il libro più noto, manifesto dell’inadempienza civica, antistatalista, che alla rivolta sociale fonde la rivoluzione spirituale, s’intitola T.A.Z.: The Temporary Autonomous Zone. Il libro – edito in Italia, come altri di Hakim Bey, da Shake – è affascinante, la scrittura corrosiva. PLW detto Hakim Bey parte delle enclave della pirateria del XVIII secolo e dal cyberpunk per teorizzare la costruzione di “zone temporaneamente autonome”, oltre ogni controllo statale. Promuove un nomadismo dei sensi e del pensare, l’epica di chi surfa sul caos, consapevole di poterlo tramutare in eros. Paradosso: abbracciare il Caos non è scivolare verso l’Entropia, ma emergere in un’energia come di stelle, un modello di grazia istantanea… Dopo Caos viene Eros il principio d’ordine implicito nel niente dell’Uno inqualificato. Amore e struttura, sistema, l’unico codice non contaminato dalla schiavitù e dal sonno drogato. Dobbiamo divenire delinquenti e imbroglioni per proteggere la sua bellezza spirituale in una sfaccettatura di clandestinità, un giardino nascosto di spionaggio”.
 
Hakim Bey giustifica il disfattismo, l’aurora nichilista, il crimine come atto salutare, erotico; mescola hacker e raver, polluzione poetica e ribellismo americano. Predica “l’anti-lavoro”, il “samizdat per rimpiazzare tecniche sorpassate di propaganda/editoria”, la “riaffermazione dell’eros polimorfico… abbandonando ogni odio del mondo e la vergogna”, il “terrorismo poetico” e il “marxismo-stirnerismo”.
 
Istrione, cialtrone, segugio di ogni estremismo, Peter Lamborn Wilson alias Hakim Bey è un terrorista dada: le sue azioni ‘contro’ si riducono a “Entrare nell’area-bancomat, cagare sul pavimento, uscire. Attacchinare in luoghi pubblici un volantino fotocopiato di un meraviglioso bambino dodicenne nudo che si masturba, chiaramente intitolato: La faccia di Dio”. Molesto incrocio tra uno sciamano e un barbone, Hakim Bey, ritornato Peter Lamborn Wilson, An Anarchist in the Hudson Valley, ha passato il tempo a distruggersi, spesso a contraddirsi (anche questa, in effetti, è pratica mistica). Eppure, è confortante quando scrive: “Non ho mai avuto un computer, mai ho usato Internet. D’altronde, Internet si è rivelato l’esatta immagine del capitale globale… Fondamentalmente, resto un luddista. Alcune tecnologie danneggiano la vita comune. Bene. Bisogna tirare fuori i martelli e distruggerle. Azione diretta. Critica luddista, cioè: agire con la mazza”.
 
Contro le ‘rivoluzioni verdi’ imposte per decreto di Stato, contro i rivoltosi per mestiere e i fondamentalisti islamici (“Non hanno idee, sono anticapitalisti ma amano la tecnologia e il denaro. Non offrono alternative a nulla”), fondamentalmente, Hakim Bey è un uomo medioevale, possiede la rabbia dei santi sacrileghi. Muore il 22 maggio del 2022. Portava una lunga barba bianca e il cappello a tesa larga. Sembrava un uomo tranquillo, un francescano, un taoista antico, un sufi del IX secolo.
 

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  • Redazione

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