
Il 7 ottobre 2023, esattamente un anno fa, Hamas attaccava Israele con un’operazione terroristica senza precedenti, condotta da terra, dal mare e dal cielo, provocando la morte di 1200 ebrei, tra civili e soldati, facendo scempio di uomini, donne, bambini, anziani che abitavano nei kibbutz e nelle città vicine al confine.
Questo è un punto fermo dal quale partire per porre alcuni interrogativi.
Il primo, inevitabile, interrogativo riguarda il Mossad, lo Shin Bet, i servizi dell’Idf.
Come è possibile che questi servizi di intelligence, famosi in tutto il mondo per le loro indubbie capacità, non abbiano avuto alcun sentore che si stava organizzando un attacco come quello del 7 ottobre, che ha comportato preparazione militare di lunga lena. Possibile che non sia trasparito nulla?
Come è possibile che l’intelligence di Israele che riesce a far scoppiare migliaia di cerca persone, falcidiando i militanti di Hebollah, che uccide, con precisione millimetrica, i capi di Hezbollah e di Hamas, ovunque si nascondano, non abbia percepito nulla di quanto si stava preparando nella Striscia di Gaza?
L’unica spiegazione, che non comprende una disattenzione sistemica, riguarda le proteste di piazza che hanno preceduto, in Israele, il 7 ottobre e che, rivolta contro Netanyahu e il tentativo di limitare i poteri della laica Corte suprema, di fatto hanno rappresentato lo scontro in atto tra aschenaziti laici e i mizrahim (sefarditi) più religiosi e alleati degli ortodossi.
Mi avvalgo di quanto scrive Francesco Casarotto, analista geopolitico di Domino (4/2023), il quale in un articolo dal titolo: “Il paese laico non si arrende”, cita una suddivisione della popolazione attuale di Israele fatta secondo le rilevazioni del Pew Research Center, centro studi statunitense con sede a Washington, che fornisce informazioni su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici sugli Stati Uniti ed il mondo in generale.
Il Pew Research Center suddivide la popolazione di Israele in quattro sottogruppi: Haredim (ortodossi), Datim (religiosi), Masortim (tradizionalisti), Hilonim (secolari).
“Soltanto gli Hilonim – commenta Casarotto – sono favorevoli al primato dei principi democratici su quelli religiosi”.
Chi conosce la società ebraica israelitica sostiene che esercito, Mossad, Shin Bet e intelligence in generale, appartengono, per la maggior parte agli askenaziti laici e agli Hilonim.
Può essere che, distratti dalla partecipazione alle manifestazioni, si siano lasciati gabbare da Hamas? Difficile pensarlo, ma l’interrogativo è legittimo.
Il secondo interrogativo riguarda Hamas, longa manus dell’Iran sciita che ha ereditato, a tutti gli effetti, il semitismo nazista del Gran Muftì di Gerusalemme.
Gli iraniani non sono semiti. I più grandi gruppi etnici in Iran oggi sono persiani (ca. 51–65%), azeri (14–27%), curdi (10–14%) e luri (6%).
I persiani sono diretti discendenti delle tribù elamite e ariane. Gli azeri sono turcomanni. I curdi sono un gruppo etnico iranico (famiglia indoeuropea). I luri sono una miscela di tribù iraniche e tribù pre-iraniche dell’Iran occidentale.
Niente di semitico, pertanto, ma l’Iran è stato islamizzato dagli sciiti.
Da quanto proclamano gli ayatollah, gli sciiti iraniani vogliono l’eliminazione di Israele, così come era nelle intenzioni del Gran Muftì di Gerusalemme, alleato di Hitler.
Traggo da Alberto Rosselli (http://www.storiaxxisecolo.it/nazismo/nazismosaggi3.htm) alcune notizie, in ordine cronologico.
Tra il 1934 e il 1945 intercorsero intensi rapporti tra il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al Husseini, capo spirituale dei mussulmani palestinesi (semiti) e il leader nazista Adolf Hitler.
Alla base del rapporto di alleanza tra il nazismo e il Movimento Arabo del Gran Muftì, furono la condivisione dei programmi antiebraici e la comune avversione nei confronti dei sistemi democratici.
In questa temperie, che vede sollevare le proteste pro palestinesi, in gran parte eterodirette e manovrate dai soliti guerriglieri da strapazzo presenti in tutte le manifestazioni, come quella di Roma di ieri, è utile ricordare alcuni elementi della storia di qualche decennio fa.
Il Gran Muftì di Gerusalemme Amin al Husseini, secondo documentazione inoppugnabile, attuò un tentativo condotto con i vertici del nazismo per dare vita ad un vasto e articolato programma di sterminio e di lotta armata, sia nei confronti della comunità israelitica internazionale, che contro le democrazie occidentali.
Dopo anni di indagini e di studi, i ricercatori dell’istituto Simon Wiesenthal di Los Angeles sono riusciti a fare riemergere dagli archivi del controspionaggio nordamericano buona parte della corrispondenza segreta e dei diari personali del Gran Muftì di Gerusalemme.
La documentazione fa riferimento ai numerosi dossier redatti tra il 1936 e il 1945, dalla Kripo (la Polizia Criminale nazista) e dalla Gestapo, dalla Sezione Mediorientale dell’Abwehr (il Servizio Segreto tedesco diretto dall’ammiraglio Wilhelm Canaris); dal Dipartimento Affari Islamici e del “Centro Addestramento Elementi Mussulmani” delle Waffen SS (posto alle dirette dipendenze di Heinrich Himmler); dal “Comando Operazioni Oriente” della Divisione Speciale Brandeburg; dal Sonderstab F del generale Helmut Felmy (organismo incaricato di arruolare nella Wehrmacht volontari mediorientali, nordafricani, ma anche transcaucasici e russo-asiatici) e dall’Arab Bureau del dicastero degli Esteri di Joachim von Ribbentrop.
Tra il 1914 e il 1918, Amin al Husseini segue e partecipa con interesse alla lotta condotta contro i turchi. Successivamente aderisce all’organizzazione di una sommossa antiebraica in Palestina (regione posta sotto mandato britannico) e, in seguito alla creazione della Haganah (l’organizzazione armata di autodifesa ebraica), contribuisce a fondare diverse bande terroristiche antibritanniche, incominciando, nel contempo, a pianificare una strategia per “eliminare fisicamente tutti gli elementi sionisti dal territorio mediorientale”.
Nel maggio 1921, Husseini fomenta nuove manifestazioni antisioniste in Palestina e, poco dopo, viene nominato Gran Muftì di Gerusalemme, la più alta carica religiosa dell’islam, acquisendo subito grande prestigio e potere.
Nel 1925, favorisce segretamente la nascita dell’Associazione Armata Araba guidata dal fondamentalista siriano Izz al-din Qassam, quello a cui è intitolata la parte militare di Hamas.
Nell’agosto del 1929, Husseini dà la sua benedizione ad una delle più violente persecuzioni antiebraiche. Con l’intento di limitare il diritto di preghiera degli israeliti presso il Muro del Pianto di Gerusalemme e le visite alla Tomba dei Patriarchi di Hebron, Husseini sobilla nuovamente la popolazione mussulmana, contribuendo, tra l’altro, alla soppressione della secolare comunità ebraica di Hebron.
Comunità antica tanto quanto quella di Safed (Safad) dove operò il rabbino cabalista Luria.
Nel 1931, il Gran Muftì sostiene la nascita del Partito Arabo per l’Indipendenza, uno schieramento che reclama a gran voce l’unione politico-religiosa tra Palestina e Siria, regione posta sotto mandato francese.
Nel 1933, dopo la salita al potere di Hitler in Germania, Husseini ammirato dai risultati delle repressioni antiebraiche messe in atto dai nazisti, diede luogo a nuove rivolte a Jaffa, Haifa e Nablus, prende contatti con i nazisti e proclama la lotta armata contro le comunità ebraiche e le forze di occupazione inglesi, affidando il compito di dirigere la rivolta a Fawzi el Kawakij.
Nel settembre 1937, le SS, Karl Adolf Eichmann (che diverrà in seguito il coordinatore supremo della “Soluzione Finale”) ed Herbert Hagen, vengono inviati a Gerusalemme per cercare di sondare il livello di affidabilità del Muftì e dei suoi collaboratori.
Il Führer è cauto nei rapporti con il Gran Muftì, in quanto disprezza egualmente tutti i semiti e i palestinesi lo sono a tutti gli effetti.
Nel settembre del 1939, all’indomani dell’invasione tedesca della Polonia, Amin al Husseini dichiara pubblicamente di volere dare il suo esplicito sostegno al “meritevole e coraggioso condottiero Adolf Hitler”, incitando “i musulmani a prendere le armi a fianco della Germania nazista”.
All’inizio del 1941, dai microfoni di un’emittente segreta, il Gran Muftì invoca “il diritto degli arabi a risolvere il problema ebraico con le stesse modalità e gli stessi mezzi adoperati dal Führer.
Verso la metà del novembre 1941, il Muftì giunge a Berlino, dove viene accolto da Eichmann.
Il 20 Novembre 1941 il ministro del Esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop, riceve il Gran Muftì, e dal loro colloquio vengono poste le basi per il successivo incontro con Hitler.
La trascrizione della lunga conversazione tra il Muftì e Hitler venne messa a disposizione di Husseini nel maggio 1945, in una villa nei pressi della capitale tedesca, e trasmessa all’archivio dei servizi segreti statunitensi e successivamente a quello delle Nazioni Unite, dove rimase ben custodita e, curiosamente, mai pubblicizzata.
Ancora nel 1966, secondo fonti francesi e israeliane, l’ormai anziano Amin al Husseini si sarebbe adoperato per introdurre segretamente in Libano e in Iraq altri “tecnici” ex-nazisti.
Nel colloquio del 22 novembre 1941 con Adolf Hitler, il Gran Muftì dichiarò che “gli arabi dovevano essere considerati amici naturali della Germania…” e che “egli era pronto ad adoperarsi per convincere tutti i mussulmani presenti in Africa Settentrionale, nell’Europa occupata e in Russia” ad arruolarsi in una speciale Legione Araba (la Freies Arabien) al servizio della comune causa antisionista e antioccidentale.
Nel 1942 i tedeschi posero il Gran Muftì alla direzione dell’”Ufficio Arabo”: un ente controllato dalle SS al quale sarebbe spettato il compito di fare propaganda antisemita e di favorire l’arruolamento dei mussulmani nella Legione Araba, ma anche nei reparti delle SS appositamente costituiti da Himmler per inquadrare elementi bosniaci e albanesi. Questi ultimi andarono, infatti, a formare la 13ma Divisione da montagna SS Handschar e la 21ma Divisione da montagna Skanderbeg, indossando una divisa da combattimento abbastanza simile a quella in uso nelle sezioni analoghe tedesche.
Nel 1943, non meno di 50.000 mussulmani di varia provenienza risultavano presenti nelle divisioni SS o nei reparti speciali tedeschi .
Catturato nel tardo aprile del 1945 in un piccolo paese della Germania occidentale dalle truppe statunitensi, Al Husseini venne tradotto in un carcere francese da dove, nel 1946, riuscì però ad evadere, rifugiandosi prima al Cairo e poi a Beirut, in Libano. In questa città egli dedicherà il resto della sua esistenza ad elaborare piani e strategie finalizzati alla distruzione della razza ebraica e dello stato di Israele.
Eccoci giunti ad un altro interrogativo. Per quale motivo l’America degli Obama, della Hillary Clinton, di Joe Biden e di Kamala Harris, hanno continuato a sostenere una politica di appeasement nei confronti dell’Iran, sapendo bene che la logica sottostante all’azione degli ayatollah è esattamente quella che ispirava il Gran Muftì di Gerusalemme, alleato di Hitler, ossia lo sterminio degli ebrei di Israele e l’eliminazione di Israele dalla faccia della terra?
Recentemente la Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ha affermato durante il suo incontro con il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh (poi ucciso insieme alla sua guardia del corpo personale nella capitale iraniana il 31 luglio 2024), che “la promessa di eliminare Israele sarà mantenuta. Vedremo il giorno in cui la Palestina passerà dal fiume al mare”.
Il 5 luglio 2017 in piazza della Palestina, nel centro di Teheran, è stato messo un grande orologio per segnare il tempo che manca alla “distruzione di Israele”. Il tempo, al momento della installazione dell’orologio, era di 8411 giorni, pari a 23 anni. Il 7 ottobre 2023 sono passati sei anni dall’inizio di quel conto alla rovescia. Oggi gli anni sono sette.
L’orologio vedrà scadere il suo tempo nel 2040.
Nel 2021 è stato presentato al Parlamento iraniano un disegno di legge che obbligherebbe i successivi governi ad eliminare Israele entro 20 anni e a lavorare per rimuovere le forze americane dalla regione.
A riferirlo è stata l’agenzia di stampa iraniana Isna, secondo cui l’iniziativa legislativa è una misura di risposta all’uccisione per mano americana, a Baghdad, del comandante delle Forze Qods, Qassem Soleimani.
Il disegno di legge prevede che il governo adotti misure necessarie alla “eliminazione di Israele entro marzo 2041″.
Difficile non capire quali siano le intenzioni di Teheran, degno successore del Gran Muftì alleato di Hitler.
Cosa dovrebbero fare gli ebrei di Israele? Aspettare il 2041, affidandosi alle diplomazie di Joe Biden e dei suoi simili? Aspettare che l’Iran abbia la bomba atomica da scagliare su Tel Aviv?
Evidentemente Bibi Netanyahu, dopo il 7 ottobre 2023, ha capito che ormai siamo alla fine di un percorso e che è necessario disarmare, militarmente e politicamente l’Iran.
Altra soluzione non c’è.





